Tandava
Tandava è il principio stilistico e simbolico della danza attribuita al dio indù Śiva. La Tandava viene intesa non come una danza formalizzata, ma come una modalità del movimento caratterizzata da energia, dinamismo e potenza ritmica. Nella tradizione indiana, il termine non designa quindi una danza di repertorio eseguibile in forma unitaria né una sequenza codificata di passi, bensì una qualità del gesto e dell’azione corporea, elaborata in ambito teorico, iconografico e religioso.
In questo senso, la Tandava non è eseguita come forma autonoma da una scuola o da una categoria specifica di danzatori: essa appartiene anzitutto alla sfera simbolica della figura di Śiva Natarāja e, sul piano della teoria della danza, indica un principio stilistico che può informare differenti pratiche performative, senza costituire un genere indipendente. La sua funzione è dunque principalmente concettuale ed estetica: la Tandava definisce un modo di intendere il movimento come espressione di forza, intensità e ritmo, piuttosto che come repertorio formalizzato.

Descrizione[modifica]
La Tandava è concepita come espressione del carattere dinamico dell’universo. Attraverso il movimento ritmico, essa rappresenta un processo continuo di creazione, trasformazione e dissoluzione, aspetti complementari di un unico ciclo cosmico. In questa prospettiva, la danza non è associata al caos o alla violenza, ma a un equilibrio dinamico, nel quale il mutamento costituisce un principio di ordine e continuità: la distruzione non assume un valore puramente negativo, ma è intesa come condizione necessaria al rinnovamento del cosmo.
Questa concezione trova una formulazione iconografica nella figura di Śiva Natarāja, il dio danzante. Nell’immagine di Natarāja, la postura del corpo e gli attributi simbolici concorrono a rappresentare una visione del mondo fondata sul movimento ritmico e sul divenire, piuttosto che sulla staticità. La danza diviene così metafora visiva del tempo, del mutamento e della struttura stessa della realtà.
Sul piano della pratica, la Tandava non è trasmessa come danza autonoma né come repertorio chiuso, ma si manifesta come qualità stilistica all’interno di diverse tradizioni della danza classica indiana. Danzatori e danzatrici di forme quali il Bharatanatyam, l’Odissi o il Kathak adottano modalità di movimento riconducibili al principio della Tandava in particolari sequenze di nṛtta (danza pura) o in rappresentazioni simboliche della figura di Śiva. In tali contesti, essa si caratterizza per l’accentuazione del ritmo, per la tensione dinamica del corpo, per l’ampiezza dei gesti e per una gestualità marcata e incisiva, spesso posta in relazione contrastiva con le qualità più morbide, fluide e armoniose tradizionalmente associate alla Lāsya.
In questo modo, la Tandava non definisce come danzare in termini di passi codificati, ma come muoversi: essa indica un orientamento del gesto fondato sull’intensità, sulla forza ritmica e sulla marcata articolazione del corpo nello spazio. Il movimento non mira primariamente alla rappresentazione narrativa o all’espressione psicologica, ma alla manifestazione di un’energia strutturante, in cui il corpo diviene veicolo di un principio cosmico piuttosto che strumento di mimesi.
In questo quadro, la Tandava non può essere ricondotta a un determinato periodo storico di esecuzione né a un contesto rituale esclusivo: pur avendo la propria origine simbolica nell’iconografia religiosa e nella speculazione filosofica śivaita, essa è stata recepita in epoche diverse come categoria estetica capace di orientare la pratica della danza. Il suo ambito di applicazione non è dunque limitato al culto o alla rappresentazione mitologica, ma si estende alla riflessione teorica sulla danza come forma d’arte, in cui il movimento è concepito come principio generativo di senso.[1]
La Tandava nella teoria della danza[modifica]
Il Nāṭya Śāstra, trattato fondamentale della teoria del teatro e della danza attribuito a Bharata Muni, è un testo composito la cui redazione viene generalmente collocata dagli studiosi in un arco temporale compreso tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C. Nel Nāṭya Śāstra, il termine Tandava non è presentato come una danza mitologica autonoma legata alla figura di Śiva. Il testo si concentra invece sulla descrizione della danza in quanto nṛtta, ossia danza pura, caratterizzata da movimento ritmico e privo di contenuto narrativo o emotivo specifico.[2]
In generale, il Nāṭya Śāstra descrive la danza attraverso una codificazione tecnica basata su unità di movimento quali i karaṇa e le aṅgahāra, che costituiscono la base della pratica della danza e della messa in scena. In questo contesto, il trattato distingue diverse modalità e qualità del movimento, senza stabilire un collegamento esplicito tra tali forme danzate e una specifica figura divina.
Il collegamento tra la dimensione tecnica della danza e la figura di Śiva danzante emerge nella tradizione esegetica successiva. Nei commentari al Nāṭya Śāstra, in particolare nell’Abhinavabhāratī di Abhinavagupta, la danza viene interpretata anche in chiave simbolica e cosmologica, integrando la teoria estetica del testo con una lettura di matrice scivaita.[3]
In questo quadro, il termine Tandava può essere inteso non come una forma della danza distinta o codificata separatamente, ma come una qualificazione del movimento danzato, associata a determinate modalità cinetiche e ritmiche, che la tradizione successiva ha progressivamente caricato di significati religiosi e cosmologici.
Collocazione nel contesto della teoria della danza[modifica]
Nel contesto della teoria classica della danza indiana, la Tandava non designa una forma della danza autonoma né un genere performativo, ma indica un insieme di qualità cinetiche ed estetiche del movimento, riconducibili a principi di energia, vigore e dinamismo. Tali qualità trovano collocazione all’interno delle principali categorie teoriche della danza codificate nei trattati, in particolare nel sistema tripartito di nṛtta, nṛtya e nāṭya.
Il nṛtta designa la danza pura, caratterizzata da movimento ritmico e astratto, privo di contenuto narrativo o emotivo determinato. In questo ambito, l’attenzione è rivolta alla struttura del movimento, alla precisione formale dei gesti e alla relazione con il ritmo. La Tandava, nella sua accezione teorica, si colloca prevalentemente in questa sfera, in quanto espressione di energia dinamica e intensità cinetica, indipendente da una funzione rappresentativa specifica.
Il nṛtya introduce una dimensione espressiva e comunicativa, nella quale il movimento è associato a significati simbolici ed emotivi. Sebbene la Tandava non sia originariamente definita come forma di nṛtya, la tradizione interpretativa successiva ha talvolta integrato elementi espressivi nella rappresentazione della danza di Śiva, soprattutto in ambito performativo e iconografico, ampliandone la valenza simbolica.
Il nāṭya comprende infine la dimensione drammatica e teatrale, in cui danza, musica e recitazione concorrono alla costruzione di una narrazione articolata. La Tandava non è un genere di nāṭya, ma può operare come principio stilistico e cinetico che informa la qualità del movimento scenico, senza assumerne la funzione drammaturgica.
Accanto a queste distinzioni, la teoria della danza oppone frequentemente la Tandava alla Lāsya, una modalità di movimento più morbida, fluida e armoniosa. Tale opposizione non va interpretata come una dicotomia rigida, ma come una polarità espressiva funzionale alla varietà estetica della danza, come attestato sia nel Nāṭya Śāstra sia nella sua tradizione esegetica.
Nel loro insieme, queste distinzioni chiariscono come la Tandava non indichi una forma della danza definita, ma un principio dinamico del movimento, applicabile tanto nella teoria della danza quanto nelle successive elaborazioni iconografiche e simboliche legate alla figura di Śiva.[4][5]
Iconografia[modifica]
Nella rappresentazione iconografica di Śiva Natarāja, la danza è intesa come manifestazione simbolica delle azioni cosmiche attraverso cui il dio regola il processo del divenire. La danza non raffigura un episodio mitologico specifico, ma rende visibile, attraverso il movimento e i gesti, il funzionamento stesso dell’universo.
Nella tradizione śivaita, tali azioni sono sistematizzate nel concetto delle cinque azioni cosmiche (pañcakṛtya), che comprendono la creazione (sṛṣṭi), la conservazione (sthiti), la distruzione (saṃhāra), l’occultamento (tirobhāva) e la grazia o liberazione (anugraha). Questo schema dottrinale fornisce una chiave interpretativa per comprendere il significato simbolico della danza di Śiva nella sua forma iconografica.
Nella figura di Natarāja, tali funzioni sono espresse attraverso gli attributi e la postura del corpo: il tamburo (ḍamaru) allude al principio generativo e all’origine del ritmo cosmico; il fuoco rappresenta il processo di dissoluzione e trasformazione; il piede sollevato indica la possibilità della liberazione, mentre la figura schiacciata sotto il piede del dio è interpretata come simbolo dell’ignoranza o dell’illusione che vela la realtà ultima.
In questa prospettiva, la Tandava non è riducibile a un gesto puramente distruttivo, ma si configura come una sintesi simbolica delle funzioni cosmiche di Śiva, attraverso cui il ciclo del divenire è espresso in forma visiva e ritmica. La danza diventa così un principio ordinatore, in cui movimento, tempo e trascendenza risultano inscindibilmente connessi.[6][7]
Diffusione storica[modifica]
La diffusione della Tandava non riguarda la trasmissione di una danza eseguibile, ma la progressiva affermazione di un modello simbolico e iconografico attraverso cui il movimento danzato viene assunto come principio cosmologico. La Tandava, in quanto qualità dinamica del gesto e modalità espressiva del movimento, si consolida storicamente non come repertorio performativo, bensì come paradigma visivo e concettuale associato alla figura di Śiva.
Le prime attestazioni iconografiche di Śiva danzante si collocano nel contesto dell’arte indiana tardo-antica, in un periodo in cui l’elaborazione delle immagini divine si accompagna a una crescente formalizzazione dei linguaggi figurativi. In queste rappresentazioni iniziali, la danza non appare ancora pienamente codificata nei suoi attributi, ma è già connessa al dinamismo del corpo divino e al movimento ritmico inteso come principio ordinatore del cosmo.
È soprattutto nell’India meridionale che l’immagine di Śiva Natarāja assume una configurazione iconografica stabile. A partire dall’alto medioevo, il dio danzante viene progressivamente canonizzato attraverso una serie di elementi ricorrenti - la postura dinamica, il cerchio di fiamme, il tamburo (ḍamaru), il fuoco - che traducono visivamente le funzioni cosmiche attribuite a Śiva. In questo processo, la danza non viene intesa come azione narrativa o come sequenza di passi, ma come forma simbolica del divenire, in cui il movimento divino rende percepibile l’ordine ritmico dell’universo.
Un ruolo centrale nella diffusione di questo modello è svolto dalla produzione artistica della dinastia Chola (IX–XIII secolo). I celebri bronzi di Śiva Natarāja, realizzati per il culto nei templi e per le processioni rituali, fissano un canone formale destinato a esercitare un’influenza duratura sull’arte dell’India meridionale. In tali opere, la Tandava non è rappresentata come una danza storicamente situata o come pratica performativa umana, ma come principio cosmico reso visibile attraverso il gesto del dio.
Ricezione moderna e studi contemporanei[modifica]
Nel corso del XX secolo, la Tandava e la figura di Śiva Natarāja sono state oggetto di una rinnovata attenzione negli studi di indologia, storia dell’arte e teoria della danza. In questo contesto, la danza di Śiva è stata progressivamente sottratta a una lettura esclusivamente mitologica e reinterpretata come modello simbolico capace di rendere visibile una concezione dinamica dell’universo, fondata sul ritmo, sul movimento e sulla trasformazione.
Un ruolo centrale in questa rilettura è svolto dagli studi di Ananda K. Coomaraswamy, che hanno contribuito a presentare Natarāja come sintesi visiva delle funzioni cosmiche di Śiva e come espressione artistica di una visione del mondo in cui creazione, distruzione e rinnovamento sono concepiti come momenti di un unico processo. In questa prospettiva, la Tandava non viene intesa come danza praticabile in senso tecnico, ma come principio formale e simbolico attraverso cui l’arte indiana rende percepibile il carattere ritmico del cosmo.
Successivamente, la ricerca storico-artistica e indologica ha ulteriormente sviluppato questa interpretazione, collocando l’immagine di Natarāja all’interno di una concezione più ampia delle arti indiane come sistema unitario, in cui architettura, scultura, musica e danza condividono strutture ritmiche e principi formali comuni. In tale quadro, la Tandava è stata analizzata come paradigma del movimento, in cui il gesto corporeo assume valore conoscitivo oltre che estetico, fungendo da mediazione tra microcosmo e macrocosmo.
Parallelamente, negli studi contemporanei sulla danza, la Tandava è stata ripresa come categoria teorica utile a descrivere qualità del movimento caratterizzate da energia, intensità e dinamismo, senza essere trasformata in un genere autonomo di danza. Essa continua pertanto a operare come concetto interpretativo, capace di informare la riflessione sul corpo, sul ritmo e sulla performatività, piuttosto che come forma codificata di pratica scenica.
In questo senso, la ricezione moderna della Tandava non ha prodotto una tradizione esecutiva distinta, ma ha consolidato il suo statuto di principio estetico e simbolico. La danza di Śiva permane così come modello concettuale attraverso cui l’arte e la teoria della danza indiane vengono comprese come espressioni di un ordine dinamico, fondato sul movimento e sulla trasformazione continua.
Note[modifica]
- ↑ Coomaraswamy, The Dance of Siva, pp. 56–66.
- ↑ Bharata Muni, Nāṭya Śāstra, cap. IV, sezione sulla danza (nṛtta).
- ↑ Abhinavagupta, Abhinavabhāratī, capp. IV–V.
- ↑ Harle, The Art and Architecture of the Indian Subcontinent, capp. 21-22
- ↑ Vatsyayan, The Heritage of Indian Art, sezioni dedicate alla danza e alla concezione dinamica delle arti indiane.
- ↑ Coomaraswamy, Śiva and the Dance, sezione dedicata a Śiva Natarāja e alla danza.
- ↑ Kramrisch, The Presence of Śiva, capp. dedicati a Śiva Natarāja e al pañcakṛtya.
Bibliografia[modifica]
- Ananda Kentish Muthu Coomaraswamy, The Dance of Siva, in The Dance of Śiva. Fourteen Indian Essays, New York, Sunwise Turn, 1918, pp. 56–66.
- Bharata Muni, Nāṭya Śāstra, cap. IV, sezione sulla danza (nṛtta).
- Abhinavagupta, Abhinavabhāratī, commento al Nāṭya Śāstra, capp. IV–V.
- James C. Harle, The Art and Architecture of the Indian Subcontinent, New Haven–London, Yale University Press, capp. dedicati all’arte dell’India meridionale e alla dinastia Chola.
- Kapila Vatsyayan, The Heritage of Indian Art, New Delhi, Abhinav Publications, sezioni dedicate alla danza e alla concezione dinamica delle arti indiane.
- Ananda Kentish Muthu Coomaraswamy, Śiva and the Dance, in History of Indian and Indonesian Art, London, Edward Goldston, 1927, sezione dedicata a Śiva Natarāja e alla danza.
- Stella Kramrisch, The Presence of Śiva, Princeton, Princeton University Press, 1981, capp. dedicati a Śiva Natarāja e al pañcakṛtya.