Michael Jordan

Michael Jordan, nato a Brooklyn il 17 febbraio 1963, è un ex giocatore di basket statunitense. Viene considerato da molti il miglior giocatore di basket di tutti i tempi ed è uno dei giocatori che hanno ottenuto più titoli in asoluto.
I primi anni.
Infanzia
Michael Jeffrey Jordan è nato il 17 febbraio 1963 a Brooklyn; poco dopo la sua nascita, la sua famiglia si trasferì a Wilmington, nella Carolina del Nord.
Michael era figlio di James Jordan e Deloris Peoples, un meccanico congedato dall’aeronautica e un’impiegata di banca. Un altro membro della famiglia, importante per la crescita di Michael, fu suo fratello maggiore Larry. La competitività tra i due insegnò molto a Michael: quando i due erano ancora piccoli Larry riusciva a battere Michael per via della maggior fisicità, ma quando Michael crebbe in altezza divenne molto più forte del fratello.[1]
High school (1979-1981)
Michael e un suo amico, Leroy, parteciparono al campo estivo del coach della High School di Laney, per poi provare ad entrare nella squadra durante il loro secondo anno. Così fecero, ma dei due solo Leroy fu preso nella prima squadra, mentre Michael fu selezionato nella squadra riserve per via della sua bassa statura. Questa fu una delle peggiori delusioni dell’adolescenza di Michael[2], ma il talento di Michael era innegabile e lo dimostrò anche in squadra riserve. Gli allenatori si ricredettero, per via anche della sua crescita in altezza, e Michael entrò in prima squadra. Michael era la punta di diamante di quella squadra: pur essendo il giocatore migliore era anche quello che lavorava di più in allenamento, spronando anche gli altri. La squadra vinse 13 partite e ne perse 10 nel suo primo anno; nell'ultimo anno di Michael, ne vinse 19 e ne perse solo 4, non arrivando alle finali statali solo per una sconfitta.
College (1981-1984)
Nell’estate del 1980, Michael Jordan partecipò al campo estivo di Dean Smith, allenatore della squadra di basket dell’Università della Carolina del Nord. Smith e i suoi assistenti si accorsero sin dal primo giorno del talento di Jordan.[3] Jordan partecipò anche a un altro campo in cui erano presenti giocatori provenienti dal tutto il paese, dove mise ulteriormente in mostra il proprio talento. Scelse comunque l'università della Carolina del Nord, iniziando il primo anno nel 1981.
In quel periodo, il programma di Dean Smith era considerato il migliore del paese, seppur fosse ancora in cerca del primo titolo nazionale. All’inizio del suo primo anno, Michael non era titolare, e guadagnarsi il ruolo di guardia non fu affatto facile visto che Dean Smith non amava far giocare molto le matricole. Tuttavia, Jordan grazie al suo lavoro, riuscì a conquistare il posto da titolare.
Nella stagione 1981/1982, la strada verso le finali statali non fu affatto semplice. Durante il torneo ACC (Atlantic Coast Conference) la squadra dell'università della Carolina del Nord sconfisse Virginia, favorita alla vittoria finale, poi in semifinale sconfisse Houston, che vantava tra i propri giocatori future stelle NBA come Hakeem Olajuwon e Clyde Drexler. Infine, si scontrò in finale contro Georgetown, una squadra molto fisica che aveva come miglior giocatore Patrick Ewing. La partita fu molto equilibrata, ma fu Jordan a segnare il tiro decisivo e vincere il primo titolo nazionale di Dean Smith.[4]
Da quel momento tutto cambiò: Michael passò da essere una matricola sconosciuta a essere sicuro dei propri mezzi. Inoltre, arrivò all’inizio della nuova stagione più alto (crebbe da 1,95 a 2,01 metri); divenne anche veloce e più forte. Purtroppo, quell’anno la squadra dell'università della Carolina del Nord venne sconfitta in Finale regionale Est contro Georgia Tech. Anche il terzo e ultimo anno di Jordan all'università della Carolina del Nord terminò in una delusione, con la sconfitta nella semifinale regionale contro Indiana.
A quel punto Dean Smith aveva capito che per Michael di era il momento passare al professionismo. Sia i suoi genitori sia Michael erano però riluttanti verso tale decisione, visto che sua madre voleva che Michael finisse l’università. Alla fine Michael scelse di passare tra i professionisti, dichiarandosi eleggibile per il draft, cioè il processo tramite cui ogni anno le squadre NBA selezionano nuovi giocatori.
Arrivo in NBA
Draft (1984)
La squadra di NBA dei Chicago Bulls nella stagione 1983/84 aveva vinto solo 27 partite; in base allle regole NBA, ciò permise loro di ottenere la terza scelta assoluta, dietro a Houston Rockets e Portland Trail Blazers. I Rockets scelsero Hakeem Olajuwon, mentre i Trail Blazers Sam Bowie; come terza scelta, il 19 giugno 1984 i Bulls scelsero Michael Jordan, che lo scout principale della squadra aveva visto giocare molte volte.[5]
Stagione da rookie (1984/85)
Prima di entrare in NBA, Jordan dovette partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles 1984. La squadra di basket statunitense vinse la medaglia d’oro senza troppi problemi, e Jordan dimostrò di essere il miglior giocatore di quella squadra.[6] Sin dall’arrivo ai Bulls, la sua forza fu chiara, e agli allenamenti già dominava i compagni di squadra. Con l’inizio della stagione le cose non cambiarono: Jordan vinse il premio di Rookie dell’anno, assegnato al miglior nuovo giocatore della stagione, e il suo solo arrivo stava già cominciando a far vendere molti più biglietti ovunque giocasse. Ebbe così inizio la sua carriera NBA.
Prime stagioni (1985-1990)
La seconda stagione di Jordan fu probabilmente la sua peggiore, visto che dopo un infortunio al piede ricavato durante la seconda partita stagionale, era di fatto stato fuori tutta la stagione. Riuscì a rientrare in campo solo dopo una lunga trattativa con la dirigenza, la quale alla fine gli permise di giocare soltanto pochi minuti a partita.[7] Nonostante le limitazioni, Jordan riuscì a conquistare per i suoi Bulls l’ultimo posto disponibile per i playoff, arrivando al primo turno contro i più blasonati Boston Celtics. Nella prima partita di quella serie playoff Jordan segnò 49 punti, ma i Celtics vinsero ugualmente. Fu però la seconda partita contro i Celtics che fece scoprire al mondo chi fosse realmente Michael Jordan: in quella partita segnò 63 punti portando i Celtics fino al secondo tempo supplementare. I Celtics poi vinsero anche la terza partita, eliminando i Bulls.
Stan Albeck, allenatore della stagione 1985/86, fu licenziato e al suo posto venne assunto il trentacinquenne Doug Collins, che entrò in sintonia con Jordan.[8] Il draft del 1987 fu molto importante, visto che i Chicago Bulls scelsero Scottie Pippen e Horace Grant, due giocatori importanti per i loro futuri successi. Così dalla stagione 1987/88, a Chicago iniziò un nuovo corso: quell’anno la squadra vinse cinquanta partite e fu al livello delle squadre migliori. Nella stagione successiva, i Bulls acquisirono un centro di nome Bill Cartwright dai New York Knicks. Quella stagione fu però non molto buona, visto il fatto che Collins stava perdendo la fiducia della squadra, e il suo rapporto con Jerry Krause, general manager dei Bulls, era arrivato al termine. I Bulls vinsero solo quarantasette partite e Collins fu esonerato.
Al posto di Collins venne assunto Phil Jackson, ex giocatore di basket e assistente di Collins negli anni precedenti. La prima stagione di Jackson fu quella 1989/90: i Bulls sconfissero per 3-1 i Milwaukee Bucks al primo turno, poi 4-1 contro i Philadelphia 76ers, e al terzo turno trovarono i Detroit Pistons, da cui erano già stati eliminati nelle due stagioni precedenti. Anche quell’anno i Pistons si dimostrarono una squadra più forte, ma i Bulls riuscirono a portarli fino alla settima partita, confermando la propria crescita.
Il primo Three-Peat (1990-1993)
Il primo titolo (1990/91)
La stagione 1990/91 iniziò con largo anticipo per i giocatori dei Chicago Bulls che dopo la delusione dei playoff appena conclusi decisero di tornare immediatamente al lavoro in palestra. Anche Michael Jordan avviò un nuovo e intenso programma di allenamento che lo rese ancora più forte fisicamente e mentalmente. La crescita di Scottie Pippen convinse inoltre Jordan ad affidarsi maggiormente al gioco di squadra. Con questo nuovo equilibrio, i Bulls disputarono una stagione straordinaria, vincendo 61 partite e stabilendo il nuovo record della storia della squadra.
Nei playoff eliminarono i New York Knicks con un netto 3-0, poi superarono i Philadelphia 76ers per 4-1. Al terzo turno ritrovarono i Detroit Pistons: i Bulls dominarono le prime due gare in casa e, quando la serie si spostò a Detroit, i Pistons non riuscirono a reagire, perdendo entrambe le partite. I Bulls conquistarono così l’accesso alle finali nazionali.
In finale li attendevano i Los Angeles Lakers guidati da Magic Johnson. I Lakers vinsero di misura la prima partita, ma dalla partita successiva la difesa dei Bulls prese il sopravvento. Chicago vinse la serie e conquistò il primo titolo NBA della sua storia. Al termine dell’ultima partita, Michael Jordan scoppiò in lacrime per la gioia.[9]
Back to back (1991/92)
A quel punto i Chicago Bulls erano ormai riconosciuti come una delle squadre più forti della lega. Nella stagione 1991/92 compirono un ulteriore salto di qualità, chiudendo con 67 vittorie. Scottie Pippen e Horace Grant elevarono ulteriormente il loro livello di gioco, rendendo la squadra ancora più completa e competitiva.
Nei playoff, il ruolo di grande rivale a Est non fu più dei Detroit Pistons, ma dei New York Knicks. Proprio contro New York, al secondo turno, Chicago dovette lottare fino alla settima partita per conquistare la serie.
Alle finali nazionali del 1992 i Bulls affrontarono i Portland Trail Blazers. La sfida fu presentata soprattutto come il duello tra Clyde Drexler e Michael Jordan: per alcuni Drexler era considerato persino superiore a Jordan.[10] Questo confronto mediatico non fece altro che aumentare le motivazioni di Michael, che trascinò Chicago alla vittoria in sei partite, conquistando il secondo titolo NBA consecutivo.
Il Dream Team (1992)
Nell’estate di quell’anno si disputarono le Olimpiadi di Barcellona, le prime nella storia ad aprire ufficialmente le porte ai giocatori professionisti di basket. Gli Stati Uniti presentarono una nazionale composta dalle più grandi stelle NBA del momento, tra cui naturalmente Michael Jordan.
Quell’edizione olimpica contribuì in modo decisivo a consacrare Jordan come icona globale, ampliando enormemente la sua popolarità e rafforzando il suo status di volto simbolo dell’NBA.[11] La squadra statunitense dominò il torneo senza incontrare reali difficoltà, conquistando la medaglia d’oro e trasformando quell’esperienza in una straordinaria vetrina mondiale per la lega.
Three Peat (1992/93)
La stagione fu caratterizzata da tensioni interne, in particolare da parte di Horace Grant, che viveva con frustrazione il fatto di non essere stato incluso nel Dream Team, a differenza di Michael Jordan e Scottie Pippen.[12] Questo clima influì anche sul rendimento della squadra, che passò dalle 67 vittorie dell’anno precedente a 57.
Nonostante il calo, i Chicago Bulls riuscirono comunque a raggiungere la finale, dove affrontarono i Phoenix Suns. I Bulls conquistarono le prime due partite in trasferta a Phoenix, ma la serie si complicò quando i Suns vinsero due delle tre partite giocate a Chicago. Tornati in Arizona, nonostante un momento di apparente difficoltà e demotivazione, i Bulls riuscirono a imporsi definitivamente, conquistando il terzo titolo consecutivo.
Primo ritiro (1993)
Dopo le Olimpiadi di Barcellona e la conquista del terzo titolo consecutivo, la pressione mediatica e la notorietà attorno a Michael Jordan aumentarono enormemente. Da sempre grande scommettitore, la sua natura estremamente competitiva lo rese un bersaglio ideale anche per gli allibratori legati al mondo del golf.
La situazione esplose quando alcuni suoi abituali compagni di golf furono arrestati e quando emerse la notizia di una sua visita notturna ai casinò di Atlantic City, la notte prima di una partita dei playoff del 1993.[13] L’opinione pubblica venne così a conoscenza della sua passione per il gioco d’azzardo. L’NBA guardò con preoccupazione alla vicenda e parte dei media iniziò ad assumere un atteggiamento sempre più critico nei confronti di Jordan.
A rendere il momento ancora più drammatico fu l’uccisione del padre. Questo evento segnò profondamente Jordan che, poco dopo aver conquistato il suo terzo titolo NBA, annunciò il suo ritiro dal basket.[14]
Ritorno e secondo Three-Peat (1994-1998)
Ritorno al basket
Dopo il ritiro dal basket, Michael Jordan decise di dedicarsi al baseball, lo sport che lo aveva legato profondamente a suo padre. Nel 1994 giocò con i Birmingham Barons, squadra di lega minore di proprietà di Jerry Reinsdorf. Era un compagno di squadra stimato e rispettato, ma il lungo periodo lontano dal baseball e una preparazione fisica non specifica per quello sport limitarono le sue prestazioni, impedendogli di emergere ad alto livello.[15]
Phil Jackson era convinto che il suo addio all’NBA fosse solo temporaneo. Jordan, infatti, rimase in contatto con B.J. Armstrong e continuò a seguire da vicino il mondo del basket.[16] Nell’inverno tra il 1994 e il 1995, durante lo sciopero dei giocatori di baseball, fece visita a Jackson e gli comunicò la sua intenzione di tornare. A marzo riprese ad allenarsi, sfidando B.J. Armstrong in palestra, e il giorno seguente annunciò ufficialmente il suo rientro con un breve comunicato: “Sono tornato”.
Tornò in campo il 19 marzo 1995, in una partita in cui la sua squadra fu sconfitta dopo due tempi supplementari contro gli Indiana Pacers. Jordan in effetti non era ancora al massimo della forma e la squadra era profondamente cambiata: Bill Cartwright non c’era più, Horace Grant si era trasferito ai neonati Orlando Magic, il nuovo arrivato Toni Kukoč ancora in fase di adattamento e il roster comprendeva molti volti nuovi.
Al momento del ritorno di Jordan, i Bulls avevano vinto 34 partite e ne avevano perse 31; con Jordan chiusero la stagione vincendo 13 partite e perdendone 4. Nei playoff eliminarono Charlotte per 3-1, ma furono poi sconfitti dagli Orlando Magic di Grant, Shaquille O’Neal e Penny Hardaway.
Durante l’estate successiva, mentre era impegnato nelle riprese del film Space Jam (1996), che lo vedeva recitare insieme ad alcuni personaggi dei Looney Tunes, Jordan lavorò intensamente sul proprio condizionamento atletico e apportò modifiche al suo stile di gioco, preparando il terreno per una nuova fase della sua carriera. [17]
Secondo Back to Back
Dopo la delusione della stagione 1994/95, Michael Jordan tornò più determinato che mai. I Chicago Bulls, però, non erano una squadra completa: dopo l’addio di Horace Grant, il ruolo di ala grande era rimasto scoperto. Per colmare quella lacuna, la dirigenza ingaggiò Dennis Rodman, ex giocatore dei Detroit Pistons, noto per il suo carattere difficile ma anche per le straordinarie doti difensive e a rimbalzo (ossia abilità nel prendere la palla dopo un tiro sbagliato). Con il suo arrivo, il roster trovò il giusto equilibrio.
Jordan, rientrato dall’esperienza nel baseball, mostrava un atteggiamento diverso rispetto agli inizi della carriera: meno critico verso i compagni e più orientato alla leadership collettiva. Alla squadra si unì anche Ron Harper, che si reinventò come specialista difensivo. Nel frattempo, giocatori arrivati durante l’assenza di Michael — come Luc Longley, Steve Kerr e Bill Wennington — stavano ormai trovando la giusta intesa con lui.
La stagione iniziò in modo travolgente: 23 vittorie nelle prime 25 partite. Dopo aver perso il primo confronto con gli Orlando Magic, i Bulls tra dicembre e gennaio vinsero 31 gare perdendone soltanto 2. Arrivarono alla pausa per l’All-Star Game (partita a cui venivano convocati i migliori giocatori della prima parte di stagione) con un incredibile record di 42-5 e conclusero la regular season con 72 vittorie, stabilendo il nuovo primato NBA per vittorie in una singola stagione (record poi superato nel 2016 dai Golden State Warriors con 73 vittorie).
Nei playoff eliminarono i Miami Heat in tre partite, superarono i Knicks per 4-1 e contro i Magic vinsero agilmente. Alle finali nazionali affrontarono i Seattle SuperSonics: vinsero le prime tre gare della serie, persero le due successive, ma chiusero i conti con una spettacolare sesta partita, conquistando il titolo.
La stagione seguente fu altrettanto dominante: 69 vittorie in regular season e un record di 15-4 nei playoff del 1997. Alle finali incontrarono maggiori difficoltà anche a causa di alcuni infortuni, ma grazie anche alla memorabile gara 5 di Jordan — passata alla storia come la “Flu Game” — i Bulls conquistarono un altro anello, completando il secondo back-to-back e vincendo il quinto titolo in sette anni.
Ultima stagione (1997/98)
La stagione 1997/98 si presentava come “L’Ultimo Ballo”: l’età avanzata di molti giocatori e le tensioni sempre più evidenti tra squadra e dirigenza avevano incrinato i rapporti. C’era la consapevolezza che potesse essere l’ultima annata di quel gruppo, e soprattutto l’ultima di Michael Jordan. Ovunque andassero, i palazzetti registravano il tutto esaurito e i tifosi arrivavano perfino a prenotare stanze negli stessi hotel dei Bulls pur di essere vicini alla squadra.
Jordan disputò l’All-Star Game a New York, in un’edizione segnata anche dalla presenza di una giovane stella emergente, Kobe Bryant. Dopo un avvio incerto (8 vittorie e 7 sconfitte), i Bulls cambiarono marcia con un parziale di 54-13, chiudendo la stagione a quota 62 vittorie.
Nei playoff affrontarono al primo turno i New Jersey Nets: pur senza brillare particolarmente, vinsero la serie 3-0. Al secondo turno eliminarono i Charlotte Hornets per 4-1.
Il terzo turno li vide affrontare gli Indiana Pacers allenati da Larry Bird. Fu una serie durissima: i Bulls vinsero la prima e la seconda partita grazie alla difesa, ma a Indianapolis l’inerzia cambiò. I Pacers conquistarono entrambe le partite in casa, con la quarta partita decisa da un tiro allo scadere di Reggie Miller. I Bulls dominarono la quinta partita, ma i Pacers risposero vincendo la sesta e portando la serie alla decisiva settima partita. I Bulls apparivano stanchi e la partita sembrava indirizzata verso i Pacers, ma la determinazione di Jordan fece la differenza e i Bulls conquistarono l’accesso alla finale.
In finale trovarono gli Utah Jazz, squadra esperta come i Bulls, guidata da John Stockton e Karl Malone. La prima partita si giocò a Salt Lake City e, complici la stanchezza e l’altitudine, i Bulls persero. Si riscattarono alla seconda partita pareggiando la serie, mentre la terza fu un dominio assoluto: 96-54, la vittoria con margine più ampio nella storia delle finali e il punteggio più basso mai registrato da quando era stato inserito il cronometro dei 24 secondi. I Bulls vinsero anche la quarta partita, portandosi sul 3-1, ma i Jazz reagirono espugnando Chicago e riportando la serie a Salt Lake City.
La sesta partita si presentava come un possibile ultimo atto per i Bulls. Ron Harper e Scottie Pippen avevano problemi fisici e Pippen fu costretto a saltare il primo tempo. Nonostante ciò, i Jazz non riuscirono a chiudere la partita. A 41,9 secondi dalla fine il punteggio era 86-83 per i Jazz: Jordan segnò un tiro da sotto il canestro per l’86-85. Nell’azione successiva, Stockton servì Malone, ma Jordan rubò il pallone. Con 18,9 secondi sul cronometro, si avvicinò al canestro, superò il difensore e realizzò il tiro dell’86-87. i Jazz non trovarono il canestro decisivo e Chicago vinse il titolo. Quel tiro rappresentò l’ultimo canestro di Michael Jordan con la maglia dei Bulls. [18]
Secondo Ritiro
Dopo i Bulls, Jordan giocò altre due stagioni con i Washington Wizards (2001/2002, 2002/2003), senza grandi successi, per poi ritirarsi definitivamente il 17 aprile 2003.
Palmares
NBA:
- Campione NBA: 6 (90/91, 91/92, 92/93, 95/96, 96/97, 98/99)
Nazionale:
- Campione Olimpico: 2 (1984 Los Angeles, 1992 Barcelona)
NCAA:
- Campione NCAA: 1 (1981)
Individuale: NBA:
- MVP della Regular Season: 5 (87/88, 90/91, 91/92, 95/96, 97/98)
- MVP All Star Game: 3 (1988, 1996, 1998)
- MVP Finals: 6 (1991, 1992, 1993, 1996, 1997, 1998)
- Rookie of the year: 84/85
- Defensive player of the year: 87/88
- Partecipazioni All Star: 14 (1985, 1986, 1987, 1988, 1989, 1990, 1991, 1992, 1993, 1996, 1997, 1998, 2002, 2003)[19]
Bibliografia
- Sam Smith, The Jordan Rules: the inside story of one turbulent season with Michael Jordan and the Chicago Bulls, New York, Gallery Books,1 992.
- David Halberstam, Air: la storia di Michael Jordan, Milano, Magazzini Salani, 2020.
- Michael Jordan Leaderboards, Awards and Honors, https://www.basketball-reference.com/players/j/jordami01.html#all_leaderboard
Note
- ↑ Halberstam, Air, pp. 21-22.
- ↑ Halberstam, Air, p. 23.
- ↑ Halberstam, Air, p. 59.
- ↑ Halberstam, Air, p. 97.
- ↑ Halberstam, Air, pp. 112-113.
- ↑ Halberstam, Air, p. 150.
- ↑ Halberstam, Air, p. 171.
- ↑ Halberstam, Air, p. 186.
- ↑ Smith,The Jordan Rules, p. 17.
- ↑ Halberstam, Air, p. 290.
- ↑ Halberstam, Air, p. 293.
- ↑ Halberstam, Air, p. 309.
- ↑ Halberstam, Air, p. 320.
- ↑ Halberstam, Air, p. 325.
- ↑ Halberstam, Air, p. 327.
- ↑ Halberstam, Air, pp. 329-330.
- ↑ Halberstam, Air, p. 333.
- ↑ Halberstam, Air, p. 395.
- ↑ Michael Jordan Leaderboards,Awards and Honors, https://www.basketball-reference.com/players/j/jordami01.html#all_leaderboard