Manicomio di Siena
Il Manicomio di Siena è un vecchio monastero ristrutturato nel 1818 per ospitare degenti e prese il nome di "San Niccolò". Questa struttura è arrivata a contenere più di 800 persone subendo continui ampliamenti strutturali fino al Novecento, con strutture come il reparto Conolly, la "Villa delle Signore" e il padiglione Ferrus, simboli di un'evoluzione sia architettonica che medica. Nonostante la legge della chiusura dei manicomi di J.Basaglia del 1978 il San Niccolò chiuse definitivamente nel 1990.
Storia[modifica]
Il San Niccolò era inizialmente un antico monastero fondato intorno alla metà del Trecento dalla casata senese dei Petroni. [1] La sua trasformazione in manicomio, avvenuta agli inizi del XIX secolo, rientra in quella vasta casistica di soppressioni degli enti ecclesiastici e riutilizzo delle relative strutture edilizie per scopi sociali. Il San Niccolò di Siena è stato inizialmente usato senza apportare nessuna modifica edile, successivamente vista la carenza di spazi e di strutture indispensabili alla corretta gestione del manicomio si eseguì la completa ricostruzione del complesso. Tale processo non fu rapido bensì frutto di graduali ripensamenti e parziali ricostruzioni.
Nel 1808 il monastero fu soppresso in base ai dettami napoleonici e nel 1810 il suo patrimonio venne confiscato e le opere d'arte vennero depositate presso l’ Istituto di Belle Arti, mentre le terre e masserizie furono cedute in affitto a Giuseppe Carratelli. In breve tempo l'edificio venne concesso dal governo alla Compagnia dei Disciplinati sotto le Volte dello Spedale per ospitare il nuovo manicomio di Siena. La Compagnia deteneva, già dal 1775 l'onere del mantenimento di una struttura manicomiale di fortuna che tuttavia si era rivelata disagevole; per tale ragione nel 1815 il rettore Angelo Chigi, si rivolse al governo per chiedere la cessione dell'ex monastero di San Niccolò. Ebbero così inizio i lavori di adattamento e di restauro della struttura per ospitare i pazienti e gli uffici, lavori che si svolsero fra il 1815 e il 1818. Era allora direttore del manicomio il medico Giuseppe Lodoli [2] (in carica dal 1805 al 1823), sotto il quale, il 6 dicembre 1818, fu ufficialmente celebrata l'inaugurazione del nuovo ospedale dei tignosi, delle gravide occulte e dei dementi, anche se i primi 34 degenti furono effettivamente trasferiti nel 1819.
I lavori, affidati a Giovanni Gani, dovettero interessare prevalentemente la suddivisione interna dei locali, mentre l'aspetto esterno del complesso rimase sostanzialmente immutato, tranne l’aggiunta dei muri di cinta e di una cancellata in ferro battuto che fu posta all'ingresso dell'edificio. Dell’aspetto dell’edificio manicomiale dopo le prime modifiche si conservano solo alcuni disegni dell’architetto senese Agostino Fantastici, che venne interpellato dalla Società per esprimere un parere sulle condizioni dell'edificio, in seguito a una scossa di terremoto del 1834. [3]
Tra il 1835 e il 1847 la popolazione del manicomio conobbe una crescita esponenziale, che rese decisamente urgenti alcuni ingrandimenti. Un primo progetto di ampliamento fu proposto nel 1836 dall'architetto Alessandro Doveri, suggeriva di creare un corpo di fabbrica che congiungesse il lato sinistro dell'edificio alle mura urbane articolato su quattro livelli. All’'interno ciascun piano avrebbe dovuto avere un corridoio centrale sul quale si sarebbero affacciate cinque celle per lato; inoltre, per fornire l’illuminazione ai corridoi centrali c’era la necessità di aprire due finestre nelle antiche mura urbane. Ma tale progetto non ebbe esito favorevole dalle autorità, per tanto la carenza di spazi rimase un’urgenza.
Il successore di G.Lodoli fu il medico Pietro Tommi, in carica fino al 1857, che apportò miglioramenti sul piano medico, come la limitazione dell'isolamento cellulare, l'introduzione del lavoro agricolo e il potenziamento degli impianti idroterapici. Ma è con il suo successore, Carlo Livi (in carica dal 1858 al 1873), che finalmente ci fu un aggiornamento sia sul fronte terapeutico che su quello architettonico: impose una serie di modifiche gestionali e la separazione dei malati di mente dai tignosi e dalle gravide occulte. Il suo modello era quello del cosiddetto villaggio manicomiale a padiglioni diffusi, che avrebbe reso la comunità dei degenti autosufficiente dal punto di vista economico con l'introduzione del lavoro agricolo e artigianale. Idea sostenuta anche dai direttori medici successivi, entrambi suoi allievi: Ugo Palmerini (in carica dal 1873 al 1880) e Paolo Funaioli (dal 1880 al 1907). Livi, in più, proponeva di evitare la segregazione coercitiva, di dotare gli istituti di cura di ampi spazi, di consentire ai degenti di muoversi fra vari edifici deputati ad assolvere differenti funzioni, in maniera da ricreare la sensazione di una vita normale.
Tra il 1859 e il 1865 si registra un'alternanza di perizie e progetti rimasti sulla carta. La vicenda è riassunta dall'ingegner Pietro Casuccini, il quale fu incaricato di vagliare i progetti presentati da vari architetti in occasione del concorso indetto per ristrutturare e riqualificare il San Niccolò. Casuccini ebbe, inoltre, il compito di dirigere i nuovi lavori, seguendo le linee guida del progetto di Giulio Rossi, architetto incaricato dalla Compagnia dei Disciplinati. Il suo ampliamento non fu attuato in quanto l’architetto moriva prematuramente. Subentrò dunque, nell'incarico di progettista, l’ingegner Cesare Nevio, il quale nel 1861 aveva accettato l'incarico di direttore dei lavori per conto della Società, ma non soddisfece la committenza, perché i suoi disegni furono presentati soltanto nel 1865.
Venne chiamato un nuovo architetto, Francesco Azzurri di Roma, il cui progetto prevedeva una struttura imponente, lunga 90 metri e larga 62, con due piani principali oltre al piano terreno. I piani superiori erano destinati ai dormitori per i degenti, distinti tra tranquilli e semi-tranquilli. Dal punto di vista architettonico, l’edificio doveva somigliare a una villa signorile con un parco adiacente, evitando l’aspetto austero tipico degli istituti di cura dell’epoca.
Nel 1869 l’ingrandimento dell’edificio divenne obbligatorio in quanto doveva accogliere anche i malati delle province di Arezzo, Pisa, Livorno e Grosseto, che non trovavano più capienza nel manicomio fiorentino di San Bonifazio. Improvvisamente la popolazione del San Niccolò passò dalle 382 presenze del 1868 alle 729 dell'anno successivo, determinando il tracollo della situazione igienico-sanitaria, terapeutica e amministrativa. La costruzione dell'edificio centrale ebbe ufficialmente inizio il 17 febbraio 1870. I lavori furono condotti a tappe; per questo la copertura dell’edificio fu completata nel 1871, mentre i lavori interni nel 1873. [4]
Nel 1874 Palmerini propose la costruzione di un edificio separato per ospitare i cosiddetti “pazzi agitati” o “clamorosi”, realizzato secondo il progetto di Azzurri e completato nel 1877. Questo padiglione, noto come Conolly, rappresentò un passo importante verso l’adozione di una nuova concezione ospedaliera. Furono inoltre realizzate altre strutture autonome, come il reparto per i frenastenici (all’epoca definiti idioti e imbecilli), noto come Ferrus.
L’edificio fu ufficialmente terminato nel 1890, rispettando le indicazioni dell’architetto Azzurri. Negli anni della seconda guerra mondiale le attività edilizie si ridussero per ospitare e curare i feriti di guerra, ma, nonostante ciò furono ampliate la lavanderia e le cucine.
Reparto Conolly[modifica]
Il padiglione fu intitolato a John Conolly, ideatore del no restraint system, un metodo basato sull’abolizione della coercizione fisica. Il modello del padiglione si ispirava al concetto di “panopticon” teorizzato nel 1791 dal filosofo inglese Jeremy Bentham. Sebbene pensato per le prigioni, questo schema circolare con controllo centrale era stato proposto anche per ospedali, scuole e fabbriche. Il sistema si basava su un principio repressivo di sorveglianza costante, mirato a influenzare il comportamento degli individui. Il padiglione Conolly aveva una forma ellittica che consentiva ai sorveglianti di controllare costantemente i pazienti, rinchiusi nelle loro celle. Il padiglione comprendeva due ali separate per uomini e donne, con al centro un blocco per i servizi comuni e gli alloggi del personale. Il padiglione si presentava come una struttura rigidamente sorvegliata, concepita più come una prigione che come uno spazio terapeutico.[5]
Reparto Ferrus[modifica]
Il reparto Ferrus fu realizzato tra il 1878 e il 1879 e si trattava di un reparto specifico per frenastenici. Questo reparto rappresentò un’innovazione significativa in Italia, essendo il primo dedicato esclusivamente ai frenastenici, che fino ad allora erano ospitati insieme agli altri malati di mente. Il padiglione, dotato di una scuola e una palestra, fu intitolato al medico francese Ferrus, uno dei primi studiosi del rapporto tra malattia mentale e istituzioni carcerarie. [6]
Vita quotidiana durante il periodo di attività[modifica]
Inizialmente, nell'ambito delle prime sperimentazioni scientifiche, venivano attentamente studiati i casi più peculiari e quelli che presentavano aspetti inesplorati o poco conosciuti. Tali studi, condotti con l’obiettivo di approfondire la comprensione della mente umana, si focalizzavano su pazienti le cui condizioni rappresentavano un interesse particolare per la ricerca medica e psichiatrica dell’epoca. Oltre alle cure fornite da medici specializzati, i pazienti avevano accesso a diverse strutture e servizi pensati per il loro benessere quali lavanderie, scuole, mense, bagni e camere arredate. Tutto questo a giustificazione del fatto che per Livi il manicomio doveva essere un ambiente esteticamente bello e confortevole; le attività ricreative, i giochi, gli spettacoli e le attività teatrali, erano considerate parte integrante del percorso educativo. [7]
Molti sono stati i modi di "vivere" l'esperienza di un ricovero in manicomio. La maggioranza è stata caratterizzata da un'iniziale ribellione che è poi lentamente sfumata in una passività devastata dal tempo. Forse era questo il risultato che l'istituzione cercava: rendere docili e mansueti coloro che prima non lo erano, normalizzare le idee stravaganti rendendole omogenee a quelle "normali" della maggioranza, correggere gli stati emotivi eccessivi e fuori dalle righe.
Un caso diverso è quello di Modesta Angiolini, originaria di Arezzo, una donna di 50 anni la cui professione, riportata in maniera cruda come "serva", si riferiva al servizio domestico presso famiglie benestanti. Fu ricoverata presso il manicomio di San Niccolò nel 1880. Durante l’esame psichico, si evidenziava una forte emotività, manifestata dalla sua tendenza a piangere per motivi insignificanti. I medici dell’epoca le diagnosticarono la lipemania semplice, una condizione che oggi identifichiamo come depressione. Il ricovero aveva come obiettivo il reinserimento nella routine lavorativa e in uno stile di vita simile a quello esterno. Tuttavia, nei primi tempi, il comportamento di Modesta era ritenuto fastidioso: si mostrava sempre in lacrime, cercava costantemente l'attenzione altrui e tendeva ad "attaccarsi" al personale del manicomio. Con il peggiorare delle sue condizioni, fu trasferita al Conolly, dove le venne prescritta una leggera dose di morfina. In modo inatteso, il ricovero prese una piega diversa. Modesta si affezionò profondamente alle suore presenti nella struttura, trasferendo poi il suo affetto al direttore del manicomio. Tuttavia, la sua vera aspirazione non era quella di essere amata, bensì di essere assunta come governante dal direttore. Oggi, analizzando la sua vicenda, si potrebbe ipotizzare che Modesta fosse affetta dalla sindrome di Stoccolma. Tale condizione si manifesta con un sentimento positivo e persino di sottomissione volontaria nei confronti di una figura percepita come dominante, anche in un contesto di maltrattamento. Con la storia di Modesta, potremmo immaginare che questa sindrome, anziché Stoccolma, avrebbe potuto prendere il nome di "sindrome di San Niccolò." [8]
Anche per i bambini ricoverati l’istituto senese adottava un approccio strutturato, articolato in due categorie principali:
- Fanciulli educabili, ovvero coloro che erano ritenuti idonei a ricevere un’istruzione scolastica e una formazione lavorativa.
- Fanciulli meno educabili, ossia bambini con limitazioni di natura psichica e fisica, per i quali veniva predisposto un trattamento pedagogico più limitato e mirato alle loro specifiche capacità. [9]
La storia di Salvatore Lambetini[modifica]
Salvatore Lambetini nacque il 16 aprile 1959 a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, da genitori ignoti. Lo stesso giorno fu accolto presso il brefotrofio di Reggio Calabria, sotto la direzione del professor Giuseppe Castorina, rinomato pediatra, che esercitava la patria potestà sul minore. Nel 1963, Lambetini fu trasferito all’Istituto medico-psicopedagogico "A. D’Ormea" di Siena, dove gli fu diagnosticata una grave insufficienza mentale con tendenza all’oligofrenia, sebbene con possibilità di parziale recupero. Nonostante tale condizione, riuscì a completare senza difficoltà il ciclo di istruzione primaria all’interno dell’Istituto. L'Istituto accoglieva bambini affetti da deficit di varia natura, nonché orfani o minori provenienti da famiglie indigenti, offrendo loro istruzione, sostegno e un ambiente protetto. Salvatore Lambetini serbò un ricordo affettuoso del personale educativo e sanitario, nonché dei compagni di quegli anni. Sebbene privo di una famiglia di origine, riuscì a instaurare legami significativi con chi si prendeva cura di lui.
Gli Istituti medico-psicopedagogici miravano al recupero sociale dei minori, preparando gli ospiti a una futura autonomia. A tal fine, operavano équipe multidisciplinari composte da psicologi, educatori, insegnanti e assistenti sociali, che effettuavano valutazioni iniziali attraverso colloqui, test cognitivi e osservazioni dirette. L’approccio pedagogico si avvaleva di materiali Montessori e di terapie mirate, come la terapia del gioco, per favorire lo sviluppo emotivo e sociale dei bambini. La quotidianità dell’Istituto era scandita da una routine equilibrata tra studio, attività creative e momenti di svago, con l’obiettivo di fornire ai minori competenze utili per il reinserimento nella società.
Con il tempo, l’integrazione sociale divenne una priorità, con il supporto degli assistenti sociali incaricati di mantenere i contatti con le famiglie di origine e di agevolare l’inserimento lavorativo dei giovani. L’evoluzione delle politiche sociali portò progressivamente alla chiusura di queste strutture. Salvatore Lambetini trascorse dieci anni presso l’Istituto D’Ormea, intraprendendo in seguito percorsi di inserimento lavorativo che lo condussero a diverse esperienze in varie città italiane. Attualmente risiede a Siena, mantenendo vivi i legami con le persone conosciute durante il periodo istituzionale.
Tale testimonianza, pur non sostituendo un’indagine storica e archivistica, offre uno spaccato umano della realtà degli Istituti medico-psicopedagogici, mettendone in luce le trasformazioni e le difficoltà. La vicenda di Lambetini, al pari di quella di molti altri, dimostra l’impatto profondo di queste istituzioni sulla vita di minori in cerca di un futuro migliore. [10]
Una riflessione sulla realtà storica del Manicomio di San Niccolò evidenzia un contesto di marginalizzazione e reclusione. Pur concepito come luogo di cura e assistenza, nella pratica esso rappresentò spesso una dimensione di isolamento sociale, dove i pazienti, resi invisibili già in vita, venivano privati della loro identità e dignità. Il numero delle vittime di tale sistema è significativo, con circa cinquantamila individui coinvolti, cifra prossima all'attuale popolazione cittadina. Nel XIX secolo, il manicomio assunse una funzione più simile a un luogo di segregazione che a un istituto terapeutico, divenendo un deposito per individui ritenuti scomodi dalla società: non solo malati psichiatrici, ma anche emarginati, indigenti e donne considerate ribelli. Il San Niccolò si configurò dunque non solo come un ospedale psichiatrico, ma come il simbolo di un sistema sociale che preferiva occultare il disagio piuttosto che affrontarlo. [11]
Chiusura[modifica]
L'obiettivo negli anni Settanta era quello di trasformare progressivamente l'attività dell'Istituto in un servizio socio-psico-pedagogico. Un significativo contributo a questa trasformazione fu offerto dalla dottoressa Parisina Marzotti, medico primario dell'Istituto, la quale evidenziò alcuni aspetti critici del funzionamento della struttura. Pur sostenendo l'importanza della deistituzionalizzazione, come dimostrato dalla riduzione del numero di minori ospitati, la dottoressa Marzotti sottolineò le difficoltà di attuazione di tale processo, a causa della gravità delle condizioni dei degenti e dell'inadeguatezza delle strutture edilizie.
La Legge regionale n. 46 del 3 agosto 1973 funse da normativa transitoria, consentendo all'Istituto, di ottenere l'idoneità dalla Giunta regionale il 15 maggio 1974. Come passo successivo, l'ente tentò di stabilire collaborazioni con il Comune di Siena tramite convenzioni per la formalizzazione di attività di consultorio.
Nel 1976 fu redatta una proposta di convenzione tra l'Ospedale San Niccolò e il Comune di Siena. Tale accordo mirava alla creazione di un intervento unitario e integrato a livello territoriale, volto a contrastare la settorializzazione degli interventi e a promuovere l'inclusione sociale dei soggetti con disabilità. L'Istituto si avviava verso una riconversione in servizio per minori con disabilità, in collaborazione con i costituendi consorzi socio-sanitari e le Unità Sanitarie Locali. Il Presidente Ruggero Lusini avanzò una proposta ai consorzi socio-sanitari delle zone di Siena e delle valli circostanti per l'attivazione di servizi di consulenza, trattamento, assistenza domiciliare e ospedale diurno.
Nel 1977, un team medico-psico-sociale operò sul territorio di Montalcino, estendendo successivamente l'esperienza agli altri comuni senesi.[12]
Nel 1978 fu promulgata la Legge Basaglia [13] , la quale introdusse un nuovo approccio alla cura dei malati mentali, eliminando l'uso dei manicomi e imponendo la chiusura di tutte le strutture manicomiali in Italia. Sebbene questa riforma abbia determinato un cambiamento significativo per il San Niccolò e per la sua deistituzionalizzazione, l'istituto non venne chiuso definitivamente fino al 1999. In quell'occasione, oltre alla cessazione delle attività manicomiale, la struttura cambiò denominazione, passando da "Manicomio di San Niccolò" a "Palazzo di San Niccolò".
Stato delle strutture[modifica]
L’edificio centrale rappresenta oggi un esempio significativo dell’architettura ospedaliera del XIX secolo, unendo esigenze funzionali e qualità estetiche in un complesso che ha saputo evolversi nel tempo.
Con la chiusura definitiva del manicomio il 30 settembre 1999, gli edifici sono stati progressivamente destinati a nuove funzioni. La storia del San Niccolò, da monastero a manicomio e poi a complesso in trasformazione, riflette l’evoluzione della società e della medicina. Oggi, le strutture si presentano come organismi viventi, in parte recuperati, in parte abbandonati, e in parte arricchiti da nuove aggiunte.
La storica biblioteca del San Niccolò di Siena è oggi parte integrante del patrimonio della Biblioteca Comunale di Siena, contribuendo ad arricchire il suo valore culturale e lasciando un'importante testimonianza storica.
La struttura del manicomio, oggi chiamato Palazzo San Niccolò in via Roma 56, ospita la Direzione del DISPOC (Dipartimento di Scienze sociali, Politiche e Cognitive) , la Segreteria amministrativa, l'Ufficio studenti e didattica, svariati laboratori e gli studi di molti docenti universitari[14].
Bibliografia[modifica]
- Vincenzo Coli e Maurizio Gigli, Voci dal Silenzio: storie di vite negate nell’archivio dell’ospedale psichiatrico San Niccolò di Siena, Siena, nuova immagine, 2018.
- Francesca Vannozzi, Infanzia Reclusa: I bambini del manicomio di San Niccolò di Siena, Siena, Nerbini, 2020.
- Andrea Friscelli, Il villaggio delle anime perse: Storie e voci dal manicomio di Siena, Siena, Betti Editrice, 2018.
- San Niccolò di Siena : storia di un villaggio manicomiale / a cura di Francesca Vannozzi Catoni, Giuliano ; Vannozzi, Francesca ; Università degli Studi Siena, Milano : Mazzotta ; 2007.
Note[modifica]
- ↑ https://www.treccani.it/enciclopedia/ludovico-petroni_(Dizionario-Biografico)/
- ↑ Vannozzi, San Niccolò di Siena : storia di un villaggio manicomiale , 2018, pp. 58-61.
- ↑ Vannozzi, San Niccolò di Siena : storia di un villaggio manicomiale , 2018, pp. 79-80.
- ↑ Vannozzi, San Niccolò di Siena : storia di un villaggio manicomiale , 2018, pp. 81-87.
- ↑ Vannozzi, San Niccolò di Siena : storia di un villaggio manicomiale , 2018, p. 88.
- ↑ Vannozzi, San Niccolò di Siena : storia di un villaggio manicomiale , 2018, p. 89.
- ↑ Vannozzi, San Niccolò di Siena : storia di un villaggio manicomiale , 2018, pp. 133-136.
- ↑ Friscelli, Il villaggio delle anime perse, 2018, pp. 27-31.
- ↑ Vannozzi, Infanzia Reclusa, 2020, pp. 65-70.
- ↑ Vannozzi, Infanzia Reclusa, 2020, pp. 121-138.
- ↑ Coli e Gigli, Voci dal Silenzio, 2018, p. 9.
- ↑ Vannozzi, Infanzia Reclusa, 2020, pp. 100-109.
- ↑ https://www.treccani.it/enciclopedia/franco-basaglia_(Dizionario-di-Medicina)/
- ↑ https://www.dispoc.unisi.it/it