Incidenti da esposizione involontaria a materiali radioattivi

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Gli incidenti da esposizione involontaria a materiali radioattivi sono eventi non intenzionali che comportano l’esposizione di persone, di animali o dell’ambiente a livelli di radiazioni ionizzanti superiori ai limiti di sicurezza.

Definizione[modifica]

Nel linguaggio tecnico, gli incidenti derivanti dall'esposizione involontaria a materiali radioattivi rientrano nella categoria degli "incidenti radiologici". Tali incidenti possono derivare dalla perdita, dalla dispersione o dalla manipolazione impropria di sorgenti radioattive, e possono verificarsi in ambiti industriali, medici o a seguito di azioni illecite, come il traffico illegale di materiali radioattivi. [1]

Cause comuni degli incidenti da esposizione involontaria a materiali radioattivi[modifica]

Numerosi fattori contribuiscono agli incidenti Incidenti da esposizione involontaria a materiali radioattivi. Tra i più rilevanti rientra la gestione inadeguata delle sorgenti radioattive, soprattutto quando le apparecchiature contenenti isotopi ad alta attività vengono dismesse o trasferite senza adeguate comunicazioni all’autorità di controllo. L’abbandono di dispositivi in aree prive di sorveglianza può favorire l’accesso di persone ignare, a volte mosse dalla curiosità o dall’idea di rivendere il metallo come rottame.

Un ulteriore fattore è la carenza di sistemi di sicurezza fisica. Locali in stato di abbandono, mancanza di lucchetti e segnaletica incomprensibile aumentano il rischio che le sorgenti vengano manomesse o smarrite. In diversi casi, l’assenza di etichette chiare e di registri aggiornati rende difficile tracciare i dispositivi nel tempo, vanificando i controlli. Anche le verifiche periodiche da parte di ispettori o tecnici qualificati possono essere imperfette: questo impedisce di individuare sorgenti “orfane” (quelle non più sotto la responsabilità di un titolare autorizzato) e di ritirarle in sicurezza. [2]

La bassa consapevolezza del pubblico circa il pericolo delle radiazioni aumenta la possibilità di un potenziale incidente. Chi entra in contatto con una sorgente radioattiva senza riconoscere il simbolo di pericolo potrebbe aprirne l’involucro o disseminare il materiale, come accaduto nel celebre caso di Goiânia, dove il cesio-137 in forma altamente solubile ha contaminato case e persone. Altri esempi mostrano come alcuni lavoratori, ritenendo le sorgenti un semplice scarto metallico da rivendere, ricorrano a metodi rudimentali (martelli, fiamme) per smontare i dispositivi, subendo esposizioni elevate e ripetute. [3]

All'assenza di piani di emergenza specifici si aggiunge spesso la mancanza di una rapida catena di comando, per cui possono trascorrere giorni prima che venga riconosciuto il rischio radiologico. Nei contesti in cui la politica o la paura dell’opinione pubblica impongono tempi di reazione incerti, le situazioni si complicano ulteriormente. Allo stesso tempo, scarsa informazione generale può ritardare gli interventi necessari ad arginare le esposizioni.

Eventi come l’abbandono di fonti in Georgia evidenziano infine l’importanza di etichettatura universale e di piani di soccorso internazionali. L’intervento dell’IAEA, per esempio, si è rivelato cruciale per il recupero di sorgenti in aree difficili da raggiungere. Tali episodi mostrano la necessità di standard di segnaletica riconosciuti globalmente e di una più ampia formazione del personale medico e civile, poiché la mancata correlazione tra sintomi (nausea, vomito, ustioni cutanee) e radioattività può ritardare la diagnosi e aumentare i danni alla salute. [4]

Incidenti Noti[modifica]

L’incidente di Goiânia, Brasile (1987)[modifica]

L’incidente di Goiânia del 1987 è considerato uno dei più gravi episodi di contaminazione radiologica. L’evento ebbe inizio quando alcuni individui recuperarono una sorgente da un’apparecchiatura per terapie mediche che era stata lasciata incustodita in una clinica dismessa. Il Cesio-137 appariva come una polvere luminosa di colore blu, suscitando curiosità e favorendone la disseminazione in diverse zone di Goiânia. [5]

Le conseguenze sanitarie furono drammatiche: quattro persone morirono per esposizione acuta, mentre numerosi soggetti subirono ustioni e sindromi acute da radiazioni, con oltre duecento civili contaminati e un totale di circa 112.000 persone sottoposte a controlli. Gli interventi sanitari iniziali si concentrarono sull’individuazione e sull’isolamento dei soggetti più gravemente contaminati, con l’utilizzo di metodi di decontaminazione cutanea e di analisi dei campioni biologici per valutare l’assorbimento interno di radionuclidi. [6] [7]

Le autorità locali, affiancate dalla Commissione Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN) e dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), attivarono un programma di emergenza che incluse lo sgombero degli edifici interessati, il monitoraggio dei siti contaminati e la rimozione di ingenti quantità di rifiuti radioattivi. Per la bonifica fu necessario demolire alcune abitazioni e asportare grandi volumi di terreno superficiale, con un totale di circa 3500 m³ di materiali contaminati trasferiti in un sito di stoccaggio provvisorio, situato a 20 km di distanza dalla città. [8] [9] [10]

In seguito all’evento emersero rilevanti criticità legate alla gestione delle sorgenti radioattive in disuso, all’assenza di procedure di sicurezza adeguate e alla scarsa informazione sui rischi della radioattività. Su queste basi vennero formulate varie raccomandazioni, fra cui la necessità di rafforzare i controlli sugli impianti dismessi, di creare piani di emergenza più completi e di sensibilizzare la popolazione in merito alla pericolosità delle sorgenti di radiazioni. L’incidente dimostrò infine l’importanza di una legislazione chiara e rigorosa, nonché la necessità di personale addestrato e di strutture pronte a far fronte a emergenze radiologiche di larga scala. [11]

L'Incidente di Samut Prakan, Thailandia (2000)[modifica]

L’incidente di Samut Prakan, avvenuto in Thailandia nel febbraio 2000, è considerato uno dei più gravi episodi di esposizione radiologica accidentale causati dalla gestione impropria di sorgenti mediche in disuso. L’evento ebbe inizio quando una sorgente di Cobalto-60, precedentemente impiegata in un’apparecchiatura per radioterapia ormai dismessa, fu sottratta da un deposito non autorizzato e successivamente venduta a un centro di raccolta di rottami metallici. [12]

Gli operai del deposito, ignari del pericolo forzarono la schermatura usando strumenti comuni, rimuovendo involontariamente il materiale radioattivo. [13] Almeno dieci persone risultarono esposte a dosi significative di radiazioni: molte di esse manifestarono sin dai primi giorni nausea, vomito e gravi ustioni da radiazioni, oltre a una sensibile riduzione dei globuli bianchi. [14]Quattro lavoratori, che avevano aperto la sorgente, subirono esposizioni particolarmente elevate e tre di loro, a causa della sindrome acuta da radiazioni e delle conseguenti infezioni settiche, morirono nel giro di poche settimane. [15] [16]

La scoperta dell’incidente si deve principalmente ai medici di un ospedale locale, che riconobbero i sintomi tipici di un’esposizione acuta e segnalarono la presenza di una sorgente radioattiva non sorvegliata.[17] Le autorità thailandesi e l’Office of Atomic Energy for Peace (OAEP) coordinarono l’operazione di recupero: gli specialisti individuarono l’area contaminata e, dopo aver circoscritto il perimetro, adottarono procedure di sicurezza per isolare la sorgente, infine collocata in un contenitore schermato e trasferita in un deposito sicuro. [18]

La vicenda portò a una revisione delle procedure nazionali in materia di sicurezza e tracciabilità delle sorgenti radioattive, evidenziando la necessità di un controllo più rigoroso e di una cooperazione costante tra le autorità di regolamentazione, i fornitori di apparecchiature e i centri sanitari.[19] Fra le raccomandazioni più urgenti emerse l’importanza di una segnaletica chiara e multilingue, di ispezioni periodiche e di piani d’emergenza efficaci, in grado di prevenire o di contenere prontamente incidenti analoghi. [20]

L'incidente radiologico di Lia in Georgia (2001)[modifica]

Nel dicembre del 2001, nel villaggio di Lia, in Georgia, tre abitanti trovarono in una foresta due generatori termoelettrici a radioisotopi (RTG) contenenti stronzio-90, abbandonati e in stato di disuso.[21] Ignari della pericolosità, i tre uomini utilizzarono i dispositivi come fonti di calore per scaldarsi durante la notte, rimanendo esposti a significative dosi di radiazioni.

Dopo poche ore i tre uomini iniziarono a manifestare sintomi tipici dell’esposizione acuta, come nausea, vomito e spossatezza,[22] mentre nelle settimane successive due di loro svilupparono gravi ustioni da radiazioni alla schiena. Le analisi mediche confermarono la diagnosi di sindrome acuta da radiazione (ARS); uno dei soggetti riportò danni tali da necessitare cure specializzate all’estero, e morì due anni più tardi a causa delle complicazioni collegate all’elevata esposizione. [23]

Le autorità georgiane e l’AIEA avviarono un’operazione di recupero dei generatori termoelettrici sotto condizioni climatiche avverse e in un’area montuosa di difficile accesso.[24] Il personale incaricato adottò procedure di sicurezza per evitare ulteriori dispersioni o danni alla popolazione locale e riuscì a collocare le sorgenti radioattive in contenitori schermati, trasferendole in un sito sicuro. [25]

L’incidente mise in evidenza la necessità di gestire in modo adeguato le sorgenti radioattive orfane, favorendo una formazione specifica delle autorità locali e delle squadre di emergenza.[26] Il caso di Lia dimostrò inoltre l’importanza di un efficace sistema di sorveglianza e di recupero delle sorgenti abbandonate, al fine di prevenire incidenti analoghi e di tutelare la salute pubblica.

Misure preventive[modifica]

La corretta gestione delle fonti radioattive costituisce un passaggio essenziale per prevenire incidenti e limitare il rischio di dispersioni incontrollate. In primo luogo, è importante definire procedure che stabiliscano la responsabilizzazione diretta di chi detiene materiali radioattivi e di un sistema legislativo ben strutturato e rafforzato da norme facili da applicare e sottoposto a ispezioni serie. Questo, infatti, riduce la possibilità che le sorgenti rimangano incustodite o vengano trasferite in modo illegale senza senza avvisare le autorità competenti, come accaduto nella clinica abbandonata di Goiânia e permette di scongiurare furti, come quello avvenuto a Samut Prakarn. [27] [28]

Allo stesso tempo, risulta decisivo semplificare le comunicazioni tra enti di vigilanza e organi di controllo, introducendo sistemi di segnalazione periodica volti a confermare lo stato e la collocazione delle apparecchiature. A tal proposito, si raccomanda di adottare etichettature e marcature ben visibili, affinché anche il pubblico non specializzato possa riconoscere dispositivi potenzialmente pericolosi e non confonderli con scarti comuni. È altresì fondamentale rafforzare la protezione fisica dei depositi, tramite barriere, sensori di movimento e cartellonistica in posizioni strategiche. [29] [30] [31]

Un altro aspetto di rilievo è la formazione continua degli operatori e di tutti i soggetti che possono venire in contatto con sorgenti radioattive, compresi settori quali la logistica dei trasporti e la raccolta di rottami metallici. L’incidente di Goiânia ha dimostrato l’importanza di istruire non solo il personale specializzato, ma anche la popolazione, affinché sappia riconoscere e segnalare tempestivamente la presenza di radiazioni. In questa prospettiva, l’adozione di piani di emergenza chiari, con procedure d’allarme rapide e squadre specializzate pronte a intervenire, è importante per reagire efficacemente in caso di dispersione o smontaggio improprio di un dispositivo.

La creazione di registri nazionali, aggiornati costantemente, si rivela cruciale per tenere traccia delle fonti anche nel lungo periodo e prevenire il fenomeno delle “fonti orfane”, come confermato dalle gravi conseguenze registrate in Georgia. Una tale strategia permetterebbe di localizzare rapidamente i dispositivi non più utilizzati o abbandonati, limitando il pericolo di contaminazioni in aree densamente popolate.

Infine, la collaborazione tra enti nazionali e organizzazioni internazionali risulta decisiva per fornire supporto tecnologico e medico quando si verificano esposizioni rilevanti. La disponibilità di squadre specializzate, addestrate tramite simulazioni e dotate di dispositivi di protezione adeguati (oppure come nel caso di Lia, Georgia, anche dei volontari ben addestrati e con regole di contatto molto ferree possono portare a successo il ritiro e l'isolamento e schermatura delle possibili sorgenti orfane), rappresenta un fattore determinante per il recupero e la messa in sicurezza delle fonti fuori controllo. Al contempo, istruire i medici di base nel riconoscimento dei sintomi da radiazione e nella corretta gestione dei casi sospetti assicura interventi più rapidi e coordinati. Nel complesso, la combinazione di un quadro normativo solido, ispezioni regolari, formazione mirata, piani di emergenza strutturati e cooperazione internazionale costituisce il modo più efficace per ridurre al minimo il rischio di incidenti radioattivi e tutelare la salute pubblica. [32] [33] [34] [35]

Note[modifica]

  1. Cerezo, Radiation accidents and incidents. What do we know about the medical management of acute radiation syndrome?, p. 119, 2011.
  2. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 87–91.
  3. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 40–49.
  4. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 137–138.
  5. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 1-3.
  6. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, p. 41.
  7. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 48-51.
  8. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, p. 63.
  9. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 80-82.
  10. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, p. 85.
  11. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 86-89.
  12. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 1-7.
  13. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 8-10.
  14. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 11, 16-20.
  15. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 22-24.
  16. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, p. 35.
  17. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, p. 1,12.
  18. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 18-20.
  19. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 46-48.
  20. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 48-49.
  21. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 1–3.
  22. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 6–7.
  23. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 1, 22–23.
  24. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 25-28.
  25. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, p. 23.
  26. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 137-138.
  27. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, p. 87.
  28. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 44–49.
  29. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 87–88.
  30. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, p. 47.
  31. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 137–138.
  32. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 139–141.
  33. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 87–88.
  34. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, p. 47.
  35. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 137–138.

Bibliografia[modifica]

  • Cerezo, Radiation accidents and incidents. What do we know about the medical management of acute radiation syndrome?, p. 119, 2011.
  • IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, Vienna: IAEA, 1988.
  • IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, Vienna: IAEA, 2002.
  • IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, Vienna: IAEA, 2014.