Grazia Deledda

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Grazia Deledda, nata a Nuoro, in Sardegna, il 27 settembre 1871 e morta a Roma nel 1936, è stata un'importante scrittrice italiana, che grazie ai suoi romanzi divenne la prima e unica donna a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1926.

Biografia[modifica]

Infanzia[modifica]

Grazia Deledda nasce a Nuoro il 27 settembre 1871, quarta di sei figli di una famiglia benestante. Frequenta le scuole elementari nella sua città natale fino alla quarta classe, per poi continuare gli studi a casa con un insegnante privato, ottenendo un'istruzione che all'epoca non era normale per le donne, neanche nella sua classe sociale.[1]

Attività letteraria[modifica]

A soli diciassette anni scrive il suo primo racconto, Sangue sardo, pubblicato nel 1888 dalla rivista romana "Ultima moda". Nello stesso anno pubblica Remigia Helder e il romanzo Memorie di Fernanda. A partire dal 1889 inizia a collaborare con varie testate sarde come "La Sardegna", "L'Avvenire di Sardegna" e "Vita sarda". Nel 1890 pubblica la raccolta di novelle Nell'azzurro e, sotto lo pseudonimo di Ilia di Sant'Ismael, il romanzo Stella d'Oriente. La sua produzione prosegue con titoli come Amore regale (1891), Amori fatali (1892) e Fior di Sardegna (1892).

Nel 1892 avvia una collaborazione con la rivista "Natura ed Arte" di Angelo De Gubernatis, che la coinvolge in un progetto demologico nazionale. Il materiale folklorico da lei raccolto confluisce nella "Rivista delle Tradizioni Popolari Italiane" e in un volume del 1895. I primi segni di una sua maturazione narrativa si colgono nel romanzo Anime oneste (1895) e, soprattutto, in La via del male (1896).

Inizia qui il periodo decisivo per la carriera della Deledda, la sua scrittura evolve costantemente sia nei temi che nelle tecniche narrative e nel linguaggio. Parallelamente, la sua poetica si delinea attraverso un'istanza etica radicata in una visione patriarcale della vita, che diventa il modello di riferimento per il suo universo immaginario. A questa fase appartengono romanzi come Il tesoro (1897), La giustizia (1899) e Il vecchio della montagna (pubblicato a puntate ne "La Nuova Antologia" nel 1899 e in volume nel 1900), le novelle L'ospite (1897) e Le tentazioni (1899), e la raccolta poetica Paesaggi sardi (1897). La traduzione francese di Anime oneste (Ames honnêtes, 1899) segna l'inizio del suo successo internazionale. [2]

La vita a Roma[modifica]

Tra l'ottobre e il novembre del 1899, durante un soggiorno a Cagliari, Deledda conosce Palmiro Madesani, un impiegato ministeriale romano. I due si sposano poco dopo, l'11 gennaio 1900, e pochi mesi dopo le nozze si trasferiscono a Roma, dove la scrittrice vivrà per il resto dei suoi giorni. Nella capitale, Deledda trova un equilibrio stabile tra la vita familiare e quella lavorativa, dedicandosi alla cura dei due figli, Franz e Sardus, senza mai abbandonare la scrittura, che prosegue a ritmo sostenuto con la pubblicazione di quasi un libro all'anno.

Nel 1926 Grazia Deledda vince il premio Nobel per la letteratura. Dieci anni dopo, il 15 agosto 1936, muore a Roma dopo una lunga malattia. Il mese successivo, "la Nuova Antologia" pubblica il suo ultimo romanzo autobiografico con il titolo: Cosima, quasi Grazia. [3]

Romanzi[modifica]

Nella sua vita, Grazia Deledda scrisse numerose opere, ma fu principalmente con i romanzi che ottenne il maggior successo e impiego letterario. I romanzi sono:

  • Memorie di Fernanda, Ultima Moda, 1888
  • Fior di Sardegna, Roma, Perino, 1891.
  • La via del male, Torino, Speirani, 1896.
  • Il tesoro, Roma, La Società Laziale, 1897.
  • La giustizia, Torino, Speirani, 1899.
  • Le tentazioni, Novella sarda, "Nuova Antologia", 1898;
  • Il vecchio della montagna, Torino, Roux e Viarengo, 1900
  • Dopo il divorzio, Torino, Roux e Viarengo, 1902.
  • Elias Portolu, Roma, Nuova Antologia, 1903.
  • Cenere, Roma, Nuova Antologia, 1904.
  • Nostalgie, Roma, Nuova Antologia, 1905.
  • L'ombra del passato, Roma, Nuova Antologia, 1907.
  • Amori moderni, Roma, Voghera, 1907.
  • Il nonno, Roma, Nuova Antologia, 1908.
  • L'edera, Roma, Nuova Antologia, 1908;.
  • Il nostro padrone, Milano, Treves, 1910.
  • Sino al confine, Milano, Treves, 1910.
  • Colombi e sparvieri, Milano, Treves, 1912.
  • Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912.
  • Canne al vento, Milano, Treves, 1913.
  • Le colpe altrui, Milano, Treves, 1914.
  • Marianna Sirca, Milano, Treves, 1915.
  • L'incendio nell'oliveto, Milano, Treves, 1918.
  • La madre, Milano, Treves, 1920.
  • Il segreto dell'uomo solitario, Milano, Treves, 1921.
  • Il dio dei viventi, Milano, Treves, 1922.
  • La fuga in Egitto, Milano, Treves, 1925.
  • Annalena Bilsini, Milano, Treves, 1927.
  • Il vecchio e i fanciulli, Milano, Treves, 1928.
  • Il paese del vento, Milano, Treves, 1931.
  • La vigna sul mare, Milano, Treves, 1932.

Romanzi postumi[modifica]

  • Cosima, Nuova Antologia, Milano, 1937.
  • Il cedro del Libano, Milano, Garzanti, 1939.

Temi[modifica]

Il legame con la Sardegna[modifica]

La produzione letteraria di Grazia Deledda è caratterizzata da un profondo legame con la sua terra d'origine, la Sardegna, dove è ambientata. La sua opera, pur non avendo l'intento di una ricognizione oggettiva o documentaria del mondo arcaico dell'isola, trae ispirazione diretta dal vissuto e dall'ambiente dell'autrice. Tuttavia il vero obbiettivo della scrittrice era quello di illustrare il significato dell'esistenza umana non tanto alla sua classe d'origine quanto alla nuova borghesia nazionale italiana. I temi centrali della sua narrativa ruotano attorno ai costumi, alle forme di vita e alle tensioni di una società primitiva: la famiglia, con i suoi complessi e spesso duri rapporti interni (come evidenziato nel romanzo autobiografico Cosima), la povertà, l'ignoranza e i pregiudizi. Quest'ultimo aspetto, contro cui la stessa scrittrice dovette lottare per affermare la propria personalità autonoma, è particolarmente ricorrente. [4]

Il pensiero[modifica]

All’interno delle opere di Grazia Deledda è frequente il trinomio colpa-castigo-espiazione. Si tratta di una catena causale innescata da una colpa originaria, identificata sostanzialmente con il peccato dell'eros. Secondo l'autrice questo, visto come inevitabile e fatale, attira sugli individui una serie di castighi. La colpa stessa è generata dal "costume", ovvero l'insieme delle norme sociali arcaiche che agiscono sull'impulso passionale. La struttura dei romanzi si avvicina alla struttura della tragedia classica, ma con una fondamentale differenza: è priva del mito dell'eroe ribelle. Deledda accetta, con una rassegnazione di matrice cristiana, l’inevitabilità del costume e della colpa che scaturisce da esso. Nella sua visione, il pathos (la passione) è di per sé generatore di male, e non trova sfogo in un eroico conflitto etico contro un ordine divino. La parabola dei suoi personaggi non si conclude quindi in una "laica catastrofe" di rivolta, ma nel riconoscimento della colpa e nel conseguente percorso di espiazione all'interno dello stesso sistema di valori che l'ha prodotta.[5]

Stile[modifica]

All’esordio della carriera letteraria di Grazia Deledda, in Italia gli scrittori di professione erano ancora una ristretta minoranza. La sua formazione è stata spesso avvicinata, per alcuni aspetti, a quella di Giovanni Verga; tra i due autori, tuttavia, accanto a delle somiglianze sussistono rilevanti differenze.[6]

Il rapporto con il verismo[modifica]

Deledda condivideva la premessa etica del regionalismo verista, ma ne rifiutava gli aspetti ideologici e le basi positiviste. Tale posizione fu influenzata dal contesto storico-culturale in cui visse, durante il Risorgimento, un’epoca in cui la letteratura rifletteva acutamente una profonda crisi sociale. La singolare cifra dell’autrice si definisce così nel duplice rifiuto delle esaltazioni nazionalistiche e dell’individualismo superomistico.

Ciò non comportò, tuttavia, un abbandono totale del verismo. Uno degli elementi stilistici essenziali della sua produzione è infatti il verismo folkloristico, attraverso il quale seppe ritrarre personaggi saldamente ancorati alla condizione isolana e alle tradizioni della Sardegna. Le ambientazioni dei suoi romanzi sono curate con particolare attenzione, in quanto parte integrante dell’essenza stessa dei protagonisti. A questo si accompagna un’intensa romanticizzazione del paesaggio, distante dalla severa oggettività della Sicilia verghiana. La natura rappresenta un tema centrale nella sua opera, ma è importante sottolineare come essa si configuri sempre come uno spettacolo maestoso a cui l’uomo può solo assistere, senza mai potersene appropriare.

Un ulteriore elemento distintivo è la tecnica narrativa: Deledda non si limita a una visione introspettiva, ma adotta una forma di iperrealismo visionario. Ogni esperienza vissuta dai personaggi viene intensificata e isolata, presentata come evento singolo e unico, svincolato da relazioni contingenti, quasi rivissuto nella sua immediatezza assoluta dall’autrice stessa.[7]

Critica[modifica]

Con l’avanzare del Novecento, anche Grazia Deledda avvertì le mutate esigenze del gusto letterario e tentò di adeguarsi, ma senza risultati. La sua poetica rimase infatti ancorata a un mondo arcaico e a una dimensione esistenziale e familiare, mostrando una scarsa attenzione ai drammatici eventi storici del tempo: la crisi dello Stato liberale, la Grande Guerra, l’avvento del fascismo. Questa scelta di «perifericità» costante, unita a uno sguardo rivolto a una Sardegna mitizzata, e a un’esistenza privata, volutamente estranea alla cronaca, la distanziarono dalle principali correnti intellettuali e narrative del secolo. Tale posizione ha condizionato la sua ricezione critica. Già Benedetto Croce osservò come nella sua vasta produzione mancasse un romanzo che emergesse per un’originalità assoluta, notando una certa ripetitività tematica e strutturale, come se ogni storia fosse la manipolazione della precedente. La costante adesione a questo mondo periferico e arcaico, privo di attenzione verso le urgenze della contemporaneità, ha pertanto segnato il suo posto nella storia letteraria: un'eredità potente ma circoscritta, che fatalmente vien meno nell'interesse dei lettori.[8]

Riconoscimenti[modifica]

Nonostante la dura critica la figura di Grazia Deledda occupa un posto emblematico nella letteratura italiana. Il suo legame con la Sardegna rimane vitale nella cultura isolana, che la celebra attraverso istituzioni come il Museo Deleddiano, allestito nella sua casa natale a Nuoro, oltre che con monumenti e luoghi a lei intitolati.[9]

Il premio Nobel[modifica]

Il riconoscimento più prestigioso le fu conferito il 10 dicembre 1927, quando l'Accademia svedese le assegnò il Premio Nobel per la Letteratura per l'anno 1926. Con questo risultato, Deledda divenne la seconda donna a vincere un Nobel letterario e rimane, ad oggi, l'unica scrittrice italiana ad averlo ricevuto. [10]

Il discorso[modifica]

In occasione della cerimonia di Stoccolma, Grazia Deledda tenne un discorso breve ma intenso:

Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è un poeta. Senza vanità anche a me è capitato così. Avevo un irresistibile miraggio del mondo, e soprattutto di Roma. E a Roma, dopo il fulgore della giovinezza, mi costruii una casa mia dove vivo tranquilla col mio compagno di vita ad ascoltare le ardenti parole dei miei figli giovani. Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio. Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.[11]

Note[modifica]

  1. Spinazzola, Vittorio (a cura di). Romanzi sardi: Grazia Deledda. Milano, Mondadori Editore, 1990, ("I Meridiani"), pp.45-47.
  2. Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna (ISRE), Grazia Deledda: la vita e le opere, https://www.isresardegna.it/index.php?xsl=528&s=63716&v=2&c=4264
  3. Spinazzola, Vittorio (a cura di). Romanzi sardi: Grazia Deledda. Milano, Mondadori Editore, 1990, ("I Meridiani"), pp.45-47.
  4. Spinazzola, Vittorio (a cura di). Romanzi sardi: Grazia Deledda. Milano, Mondadori Editore, 1990. ("I Meridiani"), pp.11-13.
  5. Angelo Pellegrino, Deledda Grazia, Dizionario Biografico degli Italiani, volume 36, Roma, 1988. https://www.treccani.it/enciclopedia/grazia-deledda_(Dizionario-Biografico)/
  6. Spinazzola, Vittorio (a cura di). Romanzi sardi: Grazia Deledda. Milano, Mondadori Editore, 1990. ("I Meridiani"), pp.14-15.
  7. Spinazzola, Vittorio (a cura di). Romanzi sardi: Grazia Deledda. Milano, Mondadori Editore, 1990. ("I Meridiani"), pp.15-22.
  8. Angelo Pellegrino, Deledda Grazia, Dizionario Biografico degli Italiani, volume 36, Roma, 1988. https://www.treccani.it/enciclopedia/grazia-deledda_(Dizionario-Biografico)/
  9. Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna (ISRE), Grazia Deledda: la vita e le opere, https://www.isresardegna.it/index.php?xsl=528&s=63716&v=2&c=4264
  10. Romanzi sardi: Grazia Deledda. Milano, Mondadori Editore, 1990, ("I Meridiani"), pp.45-47.
  11. Vistanet.it, Il discorso saggio e toccante di Grazia Deledda quando ritirò il Nobel nel 1927. https://www.vistanet.it/cagliari/2021/09/27/il-discorso-saggio-e-toccante-di-grazia-deledda-quando-ritiro-il-nobel-nel-1927/

Bibliografia[modifica]

  • Spinazzola, Vittorio (a cura di). Romanzi sardi: Grazia Deledda. Milano, Mondadori Editore, 1990. ("I Meridiani").