Brigantaggio postunitario in Italia
Il brigantaggio postunitario in Italia è stato un fenomeno criminale, socio-politico e culturale che, come indicato, è possibile inquadrare durante il periodo del Risorgimento italiano. Il fenomeno si è intensificato dopo l'avvio da parte del Governo piemontese delle campagne per la conquista del Mezzogiorno; vedendo la nascita di bande irregolari e armate, riunite per foraggiare la resistenza borbonica e del Regno delle Due Sicilie.
Descrizione del fenomeno[modifica]
«L’insorgenza diventò un’occasione per uomini insoddisfatti e per giovani animosi; offriva la possibilità di fare bottino e un sogno di promozione sociale; assunse da subito il carattere di reazione politica e brigantaggio criminale[...]».[1] Nei primi mesi del 1861, la causa brigantesca poteva contare su un numero irrisorio di uomini: esemplificativa è la banda di Carmine Crocco che poteva contarne solamente un centinaio.[2] Il numero dei briganti in zona aumentò grazie al sostegno dei comitati borbonici animati dalla famiglia Fortunato, da altri notabili locali e dal clero legittimista, raccogliendo lo scontento popolare e mettendo a disposizione armi e denaro.[3] L’appoggio della nobiltà locale alle bande della Puglia, della Basilicata, della Campania e dell’Abruzzo rappresentò un punto di svolta fondamentale del fenomeno. In effetti, i briganti poterono contare sul pieno sostegno della popolazione, di bassa e di alta estrazione sociale.[4] Molte delle famiglie locali parteggiarono per la causa brigantesca a seguito dell'incertezza del futuro che si prospettava dinanzi a loro. E, soprattutto, dopo l'applicazione dei provvedimenti che il neocostituito Regno d'Italia adottò contro il clero e la nobiltà locale, in passato fedele ai Borbone. Le espropriazioni delle terre e dei beni accumulati sotto la dinastia borbonica ruppe i, già precari, rapporti con il nuovo Governo. Il clero invece, rimasto senza proprietà[5], non ebbe difficoltà a schierarsi a fianco di chi per motivi diversi, ma convergenti, combatté il dominio dei nuovi padroni. Numerose fonti testimoniano le messe dedicate ai briganti e gli aiuti concessi alle bande in tutto il territorio del Mezzogiorno.[6] Inoltre, dal vicino Stato pontificio, in cui si era rifugiata la famiglia reale borbonica, arrivarono aiuti e costanti incitamenti alla lotta armata contro uno Stato che aveva espropriato i beni dei conventi e minacciava la stessa sopravvivenza del potere temporale del Papa.
Il malcontento scoppiò anche nelle campagne, dopo l’arrivo dei piemontesi. Esso fu generato da un improvviso peggioramento delle condizioni economiche dei braccianti delle province meridionali, che si ritrovarono a dover fronteggiare un nuovo regime fiscale e la privatizzazione delle terre demaniali a vantaggio dei vecchi e nuovi proprietari terrieri.[7] Infatti, i beni confiscati ai nobili e al clero locale furono inizialmente promessi, da parte dei rivoluzionari con l'intento di foraggiare la propaganda risorgimentale, ai contadini e alle frange più povere della popolazione.[8] Le aspettative, tuttavia, non rispecchiarono la realtà: i beni furono statalizzati e poi venduti all’asta ad acquirenti della nuova borghesia rurale, che col tempo si rivelò ancora più avara e tirannica dei vecchi padroni. [9] Inoltre, non è da sottovalutare che i briganti erano parte di una fitta rete sociale, tramite legami familiari o di amicizia, che garantì loro il controllo del territorio. Le fonti riportano come in molteplici occasioni sarà la popolazione a fornire sostentamenti, cure e nascondigli alle bande brigantesche. Esemplificativa è la storia di Maria Lucia Di Nella, compagna del celebre brigante Ninco Nanco [10], che rappresenta perfettamente l'importante ruolo che svolsero le donne all'interno del fenomeno. Le brigantesse, nonché mogli, madri, sorelle o donne in fuga, allestirono veri e propri ospedali casalinghi per le cure dei briganti, oltre ad imbracciare le armi nel momento del bisogno.
Le bande si organizzarono attraverso la legge naturale del più forte: la figura più autoritaria diveniva capobanda. Queste figure si distinguevano per la loro brutalità, per il loro passato travagliato con la legge e per il carisma con cui divennero il nucleo e le menti delle azioni contro gli unitari e l’esercito. Le bande erano principalmente costituite da braccianti, cioè contadini salariati esasperati dalla miseria.[11] Accanto a loro lottarono anche ex garibaldini, ex soldati borbonici, malviventi e latitanti di vecchia data.[12] Trattandosi, quindi, di truppe irregolari non vi era una prestabilita gerarchia interna; i capibanda delle formazioni di briganti più grandi, nominavano e si circondavano di una ristretta cerchia di uomini fedeli a cui assegnavano un grado maggiore e con i quali sceglievano gli obbiettivi e progettavano le azioni.[13] Inoltre, gli stessi capobanda si occupavano di organizzare incursioni militari che, fino al 1862, prevedevano assalti alle città, mentre, dopo le grosse perdite causate dalle battaglie, rapidi combattimenti ed agguati all’esercito italiano. I piccoli gruppi avevano un ruolo principalmente intimidatorio e di controllo del territorio, compivano crimini e agivano contro nemici locali attraverso azioni mirate. Rapine e, soprattutto, rapimenti erano le loro maggiori fonti di introiti economici e di equipaggiamenti militari.[14] Inoltre, ci fu la formazione di bande irregolari straniere di cui le principali furono quelle degli ex generali carlisti José Borjes e Rafael Tristany, entrambi assoldati dal re Francesco II, e quella di Ludwig Richard Zimmermann, volontario austriaco.[15]
Il brigantaggio, in tutta la sua evoluzione, interessò quasi tutte le province dell'entroterra del regno borbonico annesse al nuovo Stato italiano, radicalizzandosi specialmente laddove le condizioni di vita della popolazione, dedita prevalentemente all'agricoltura, erano estremamente precarie.[16] Tale fenomeno invece fu più limitato nelle aree meridionali maggiormente urbanizzate e industrializzate, nelle zone rurali più produttive e in Sicilia. La relazione Massari sul brigantaggio del 1863, riporta: «[...] Nella provincia di Reggio Calabria difatti, dove la condizione del contadino è migliore, non vi sono briganti[...]»[17], mentre Massari individuò le province di Basilicata e Capitanata, nonché le più povere e mal collegate, come quelle in cui il: «brigantaggio è infierito ed ha raggiunto terribili proporzioni [...] è più che altrove pertinace [...] »[18].
La propaganda del brigantaggio[modifica]
La propaganda dell’insurrezione del Mezzogiorno sviluppò un forte valore patriottico e di indipendenza dal colonizzatore sabaudo. Le fondamenta erano le contrapposizioni tra la monarchia nazionale borbonica e cattolica e quella usurpatrice piemontese. Attraverso proclami, opuscoli, libri, manifesti, giornali, gazzettini, memorie e, soprattutto, stampa clandestina, adottò i modelli del nazionalismo romantico, basandone i valori sulla difesa del sovrano e del papa, contro il nemico esterno approfittatore e portatore di povertà. Un corposo numero di politici, scrittori ed ecclesiastici divenne il motore di diffusione, non solo nella penisola, ma in tutta Europa, della lotta per l’indipendenza del Meridione.[19] Il più influente, Pietro Calà Ulloa[20], illustrava le ragioni dell’indipendenza del vecchio Stato e le drammatiche situazioni in cui, per causa piemontese, versavano le province meridionali. Il suo libro Lettere napolitane venne letto e tradotto in tutta Europa accendendo gli animi dei regni assolutisti e antirivoluzionari europei, e numerosi intellettuali stranieri divennero propagatori della lotta alla rivoluzione. Esplicativa di ciò, è la scritta del visconte Oscar de Poli de Saint-Tronquet: «I briganti scrivono sulla loro bandiera: religione, legittimismo, nazionalità! Come i nostri padri vandeani essi combattono e muoiono dunque per Dio, il re e la patria»[21].
La guerra propagandistica tentò di contrapporsi all’offensiva, letteraria e culturale, del nazionalismo unitario, difendendo il valore politico del brigantaggio e combinandolo con le ragioni della dinastia borbonica. Nel maggio del 1861 fu pubblicato dai sostenitori borbonici l’Appello ai Popoli delle Due Sicilie nel quale furono acclamate le vittorie dell’anno precedente e si invocò ai Borbone per salvare il Mezzogiorno.[22] L’intento borbonico era quello di sostituire l’idea del brigantaggio denunciato come puro fenomeno criminale con l’idea di un fenomeno sociale e politico, partito dal popolo stesso, marcandone i caratteri indipendentistici, così cari alle politiche risorgimentali. Altro elemento centrale della propaganda fu il tentativo di screditare, agli occhi dei nuovi sudditi del Meridione, l’immagine del nuovo Stato e dell’esercito, prima sabaudo e poi italiano, accusati di essere incapaci di gestire il Mezzogiorno.[23] Complici di ciò furono le politiche di pura repressione adottate dal Governo italiano: emblematiche sono state le vicende di Pontelandolfo e Casalduni.
Per quanto imponente, tutto l’impianto propagandistico della guerra patriottica borbonica mostrava lacune enormi e professava un falso nazionalismo contrastato da sempre dalla dinastia dei Borbone. Non disponeva di un progetto intellettuale capace di andare oltre il modello dell’ Ancien Régime, ormai superato in tutta Europa, rifiutando la minima forma di costituzionalismo all’interno di esso. D’altro canto, lo status legale del brigantaggio fu da sempre praticamente inesistente, rappresentato e riconosciuto come fenomeno criminale e meramente strumentalizzato dai Borbone e dalla Chiesa. La stessa stampa borbonica e papale ne esaltava le gesta e i valori, ma allo stesso tempo lo dissociava dalla figura di Francesco II[24] e del Papa.
Le leggi speciali contro il brigantaggio[modifica]
Il 29 gennaio 1863, arrivò in Irpinia la Commissione d’inchiesta sul brigantaggio composta da nove deputati: Saffi e Romeo appartenenti alla Sinistra democratica; Sirtori, ex generale garibaldino; Castagnola e Bixio, rattazziani; Argentino, indipendente di sinistra; Morelli, Ciccone e Massari, moderati. La commissione iniziò fin da subito ad analizzare il fenomeno, recandosi in tutte le province meridionali. A metà marzo era già di ritorno a Torino. Il 3, 4 e 5 maggio la Camera si riunì, in comitato segreto, per ascoltare la relazione finale di Massari e Castagnola. La commissione Massari riconosceva come causa del brigantaggio la condizione sociale della quale era responsabile lo stato borbonico. Il parere della commissione, alla fine dei lavori, fu quella di proporre la promulgazione di una legislazione elaborata appositamente per la lotta contro il brigantaggio.[25]
Così, il 15 agosto 1863, fu varata la legge Pica [26] che istituiva i tribunali militari a Potenza, Foggia, Avellino, Caserta, Benevento, Campobasso, Gaeta e l’Aquila con giurisdizione sui reati di brigantaggio; le milizie volontarie come supporto all’esercito nella caccia e i consigli inquisitori con il compito di stendere liste con i nominativi dei briganti. Il maggiore sforzo fu fatto sullo sradicamento sociale delle bande che ancora contavano sull’appoggio di alcuni nobili locali, del clero e dei contadini. La legge puniva con la fucilazione o i lavori forzati a vita chiunque avesse opposto resistenza armata alla forza pubblica, la pena del domicilio coatto per gli oziosi, i vagabondi, i camorristi e i sospetti manutengoli. Inoltre, per i volontari e i collaboratori, furono stabilite taglie, ricompense e riconoscimenti, mentre per i pentiti sconti di pena e, in alcuni casi, l’amnistia. La legge 1409 sconfessava principi costituzionali e diritti inalienabili del cittadino, quindi la sua validità fu circoscritta al solo anno del 1863. Tuttavia, i successi dell’applicazione della legge portarono ad una sua proroga fino al febbraio 1864. Per quanto efficace contro i briganti, la legge mostrò da subito iniquità e ingiustizie causate dalle sentenze sbrigative e non confermate. Spesso ai cittadini bastava denunciare come briganti i nemici personali con il fine di saldare conti privati, mentre l’esercito e la giustizia militare non si occupavano di distinguere verità e calunnie. Il 7 febbraio 1864 fu varata la legge Peruzzi, con applicazione fino al 30 aprile 1864, ma che rimase operativa fino al 31 dicembre 1865. Essa apportava diverse modifiche alla legge Pica rendendola giuridicamente più corretta: fu, infatti, ammessa la difesa, tramite avvocati privati o patrocinati, degli accusati; furono estese le misure preventive alle province siciliane; fu prolungato il domicilio coatto a due anni e vennero riconosciuti ulteriori benefici ai combattenti contro il brigantaggio in materia pensionistica[27].
La storiografia[modifica]
La stessa trattazione storiografica del brigantaggio postunitario si è sviluppata ed evoluta adattandosi alle diverse correnti ideologiche e politiche presenti nella costruzione della memoria nazionale italiana; variando da narrazioni che descrivono gli eventi come puro fenomeno di criminalità diffusa ad analisi che li interpretano come rappresentazione di una resistenza legittima all’unificazione forzata. La prima storiografia successiva all’Unificazione italiana concentrò la propria attenzione sul carattere prettamente criminale del brigantaggio, non lasciando alcuno spazio d’analisi alle componenti sociali e politiche. Il punto di svolta si ebbe grazie allo storico Benedetto Croce che vide nel brigantaggio non solo la violenza di singoli individui, ma un complesso fenomeno sociale e politico, alimentato da fattori economici, sociali e culturali. Tuttavia, lo storico ritenette che il brigantaggio fu una difficoltà da superare per l'attuazione del progetto italiano, pur criticando le misure eccessivamente aggressive, come le leggi speciali, adottate dall’esercito e dal governo italiano per estirpare la piaga brigantesca.[28] La complessità del fenomeno aprì la strada, nello stesso Novecento, a nuove interpretazioni storiche che posero la lotta di classe come elemento fondante del brigantaggio. Il lavoro dello storico Franco Molfese adottò ed analizzò all’interno di molti scritti la questione brigantesca postunitaria in chiave marxista rintracciando la disuguaglianza sociale come sorgente del fenomeno.[29] Se pur ben fondata la visione del brigantaggio come rappresentazione di lotta di classe pone un paraocchio, limitando lo sguardo sulle altre caratteristiche centrali dello stesso argomento.
Solo recentemente il fenomeno del brigantaggio ha subito un’analisi complessiva dando luce a scritti come quelli di Carmine Pinto che riusciranno a rappresentare la complessità dell’argomento e, quindi, a valorizzare tutti gli elementi fondanti di esso.[30][31] Inoltre, questo tipo di trattazione si contrappone ad un'altra corrente di pensiero e di letteratura diffusasi principalmente negli anni Novanta: il neoborbonismo. La corrente di pensiero e politica del neoborbonismo vede nelle figure dei briganti dei veri e propri martiri nazionali, caduti per mano dell'invasore piemontese. Spesso, purtroppo, gli autori di questa corrente non hanno mostrato una correttezza intellettuale arrivando ad omettere o a compromettere le fonti, con il fine ultimo di avvalorare le proprie tesi e convinzioni.
Note[modifica]
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, p. 89, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ https://www.treccani.it/enciclopedia/carmine-crocco-donatelli_(Dizionario-Biografico)/?search=CROCCO%20DONATELLI%2C%20Carmine%2F
- ↑ Carmine Pinto, Il brigante e il generale. La guerra di Carmine Crocco e Emilio Pallavicini di Priola, p. 67, Roma-Bari, Laterza, 2022.
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, pp.292-311, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. IV, pp. 668-670, Torino, Stamperia Reale, 1862.
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, pp. 257-267, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. IV, pp. 663-667, Torino, Stamperia Reale, 1862.
- ↑ Giuseppe Garibaldi, Decreto di Salemi, Palermo, 28 maggio 1860. https://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_150ANNI/PIR_150ANNISITO/PIR_Schede/PIR_Lecartedellastoria/decreto%2028%20maggio%20quotizzazione%20delle%20terre.pdf
- ↑ Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. IV, pp. 663-667, Torino, Stamperia Reale, 1862.
- ↑ Giuseppe Nicola Summa (Avigliano, 1833-Avigliano, 1864) fu il secondo in comando all'interno della banda di Crocco e colui che agì in imboscate e azioni sanguinose contro nobili e l'esercito italiano. Rinomato per la sua ferocia seguono numerose rappresentazioni folkloristiche sulla sua morte e sulle azioni compiute. https://www.treccani.it/enciclopedia/summa-giuseppe-nicola-detto-ninco-nanco_(Dizionario-Biografico)/?search=SUMMA%2C%20Giuseppe%20Nicola%2C%20detto%20Ninco%20Nanco%2F
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, pp. 257-267, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ Ivi, pp.86-93.
- ↑ Ivi, pp. 229-244.
- ↑ Ivi, pp.159-174.
- ↑ Ivi, pp.113-118.
- ↑ Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. VII, pp. 246-247, Torino, Stamperia Reale, 1863.
- ↑ MASSARI GIUSEPPE, Il Brigantaggio Nelle Province, Relazione Della Commissione D'inchiesta Parlamentare, p.20, Milano, Fratelli Ferrario, 1863.
- ↑ MASSARI GIUSEPPE, Il Brigantaggio Nelle Province, Relazione Della Commissione D'inchiesta Parlamentare, pp.17- 47, Milano, Fratelli Ferrario, 1863.
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, pp. 192-200, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ https://www.treccani.it/enciclopedia/cala-ulloa-pietro-duca-di-lauria-marchese-di-favale-e-rotondella_(Dizionario-Biografico)/?search=CAL%C3%80%20ULL%C3%92A%2C%20Pietro%2C%20duca%20di%20Lauria%2C%20marchese%20di%20Favale%20e%20Rotondella%2F
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, p. 194, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ Ivi, p. 195.
- ↑ Ivi, pp. 192-200.
- ↑ https://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-ii-di-borbone-re-delle-due-sicilie_(Dizionario-Biografico)/
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, pp. 140-149, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. VII, pp 1364-1367, Torino, Stamperia Reale, 1863.
- ↑ Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. IX, pp 168-172, Torino, Stamperia Reale, 1864.
- ↑ Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari, Editori Laterza, 1925.
- ↑ Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità, Milano, Feltrinelli, 1966.
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ Carmine Pinto, Il brigante e il generale. La guerra di Carmine Crocco e Emilio Pallavicini di Priola, Roma-Bari, Laterza, 2022.
Bibliografia[modifica]
- Giuseppe Garibaldi, Decreto di Salemi, Palermo, 28 maggio 1860. https://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_150ANNI/PIR_150ANNISITO/PIR_Schede/PIR_Lecartedellastoria/decreto%2028%20maggio%20quotizzazione%20delle%20terre.pdf
- Giuseppe Massari, Il Brigantaggio Nelle Province Napoletane: Relazione Della Commissione D'inchiesta Parlamentare, Milano, Fratelli Ferrario, 1863.
- Carmine Pinto, Il brigante e il generale. La guerra di Carmine Crocco e Emilio Pallavicini di Priola, Roma-Bari, Laterza, 2022.
- Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- Stato Maggiore della Difesa, Ufficio Storico, L'Esercito alla macchia. Controguerriglia Italiana 1860-1943. pp. 471-529, Stato Maggiore della Difesa, Ufficio Storico, 2015. https://musei.difesa.it/allegati/L%20Esercito%20alla%20macchia%20-%20Controguerriglia%20Italiana%201860-1943%20TOGLIERE%20PDF/L'Esercito%20alla%20macchia%20-%20Controguerriglia%20Italiana%201860-1943.html
- Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. IV, Torino, Stamperia Reale, 1862. https://www.gazzettaufficiale.it/
- Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. VII, Torino, Stamperia Reale, 1863. https://www.gazzettaufficiale.it/
- Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. IX, Torino, Stamperia Reale, 1864. https://www.gazzettaufficiale.it/
Sitografia[modifica]
- https://www.gazzettaufficiale.it/ Ultima consultazione, 07/01/2026.
- https://www.treccani.it/biografico/ Ultima consultazione, 07/01/2026.