Battaglia di Waterloo

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La battaglia di Waterloo, combattuta il 18 giugno 1815 nei pressi dell'omonimo villaggio in Belgio, vide affrontarsi l'esercito francese di Napoleone Bonaparte e la coalizione anglo-prussiana guidata dal duca di Wellington e dal feldmaresciallo von Blücher. Fu uno scontro caratterizzato da violenti assalti, eroiche resistenze e continui capovolgimenti di fronte, elementi che contribuirono ad accrescerne la fama e a renderlo uno degli eventi militari più drammatici dell'epoca.

Contesto storico[modifica]

Nel marzo del 1815, Napoleone, fuggito dall’isola d’Elba dove era stato esiliato dopo la disfatta del 1814, sbarcò con pochissime forze ad Antibes. La notizia del suo ritorno si diffuse rapidamente, suscitando reazioni contrastanti. I delegati dei paesi partecipanti al Congresso di Vienna, appresa la notizia della fuga dell'esiliato e del suo ritorno in Francia, scoppiarono a ridere, non credendo fosse possibile [1].

In Francia, intanto, Napoleone veniva acclamato come il legittimo sovrano da gran parte del Paese e dall’esercito e, il 20 marzo entrò trionfalmente a Parigi, riprese il potere, rimise in piedi il suo governo imperiale e scrisse a tutti i sovrani europei promettendo l’osservanza dei trattati esistenti e confermando di volere la pace con il resto d’Europa. Ovviamente non venne creduto e il 25 marzo, a Vienna, Austria, Gran Bretagna, Prussia e Russia strinsero nuovamente un'alleanza con l'obiettivo di deporre Napoleone. Ognuna delle potenze europee promise di allestire un esercito di 150.000 soldati e, nel caso della Gran Bretagna, di contribuire in parte finanziando economicamente gli alleati[2]. Stando così le cose a Napoleone non restò che riarmarsi, riportando l’esercito a pieno organico, richiamando i coscritti dell’anno precedente e mobilitando la Guardia Nazionale. Anche in questo modo, tuttavia, l’Imperatore non poteva opporsi ai quattro eserciti che si apprestavano ad invadere la Francia; l’unica speranza era batterli sul tempo.

Fase iniziale[modifica]

All’inizio dell’estate, soltanto due dei quattro eserciti erano già radunati alle frontiere della Francia: uno era quello al comando del duca di Wellington che comprendeva, oltre al contingente britannico, anche le truppe dei Paesi Bassi e di diversi principati tedeschi; l’altro era quello prussiano, al comando di von Blücher. Questi due eserciti, che singolarmente erano più deboli rispetto a quello che Napoleone aveva destinato alla difesa della frontiera settentrionale, l’Armée du Nord, erano dislocati lungo tutto il territorio del Belgio e alloggiati presso i civili, i quali erano legalmente obbligati a ospitare e mantenere i soldati.

Napoleone, certo che, affrontando uno di quei due eserciti, lo avrebbe annientato senza fatica, doveva impedire che i due potessero reagire unendosi e affrontandolo insieme. Di conseguenza, decise di agire rapidamente, entrando in Belgio prima che il nemico se ne accorgesse. Agli inizi di giugno del 1815, isolò la Francia dal resto d'Europa sigillando le frontiere e vietando qualsiasi uscita dal paese[3].

In pochi giorni, l’esercito francese marciò fino alla frontiera e il 15 giugno 1815 Napoleone invase il Belgio. I comandi inglese e prussiano, non appena giunta la notizia dell’invasione, cominciarono a radunare le proprie forze per cercare di dare battaglia a Napoleone e impedirgli di conquistare Bruxelles: l'obiettivo era combattere il più vicino possibile alla frontiera con la Francia. Nel frattempo, Napoleone continuò ad avanzare senza sapere chi avrebbe incontrato per primo, con alcune forze a destra, dove si aspettava i prussiani, altre a sinistra, dove si aspettava gli inglesi, e una forte riserva al centro, pronta a essere inviata sul lato che ne avesse avuto bisogno.

Con queste parole, negli ordini al maresciallo Ney, l'Imperatore descrisse sinteticamente la strategia adottata per la campagna:

"Per questa campagna ho adottato il seguente principio generale: dividere il mio esercito in due ali e una riserva... La Guardia costituirà la riserva e la farò scendere in campo su una delle ali a seconda delle circostanze... Inoltre, secondo le circostanze, prenderò truppe da un'ala per rinforzare la mia riserva".[4]

Il 16 giugno ebbe luogo la battaglia di Ligny tra l’esercito napoleonico e quello prussiano. L’Imperatore, con la sua ala destra e la riserva, sbaragliò e mise in fuga l’esercito prussiano. Nel frattempo, l’ala sinistra, guidata dal maresciallo Ney, aveva l’ordine di ingaggiare l’esercito inglese a Quatre-Bras. L’esercito di Wellington, composto da truppe provenienti da tutta Europa[5], riuscì a fermare il maresciallo Ney, famoso per il suo valore e carisma, ma non un grande tattico[6]. Napoleone allora mandò la sua ala destra all’inseguimento dell’esercito prussiano e, insieme alla riserva, si riunì all’ala sinistra per marciare contro il grosso dell’esercito inglese. L’ala destra, al comando del maresciallo Grouchy, ricevette l’ordine di incalzare i prussiani e impedir loro di riunirsi agli alleati. Nessuno sapeva con certezza dove si stesse dirigendo l’esercito prussiano; Grouchy lo cercò a est. In realtà, i generali prussiani, quella notte, sotto il diluvio e pur con l’esercito in rotta, decisero di ritirarsi verso nord per non allontanarsi dai loro alleati, rendendo possibile, nell’eventualità, andare in loro soccorso qualora fossero riusciti a riorganizzare parte dell’esercito. I prussiani si ritirarono così verso nord, senza che i generali francesi inviati a inseguirli riuscissero a mantenere il contatto. Sull’altro fronte, avendo appreso della disfatta dell’esercito prussiano, a Wellington non restò che arretrare.

Per tutto il giorno 17 giugno, l’esercito inglese si ritirò in direzione di Bruxelles, seguito dai francesi, che lo incalzavano sotto la pioggia battente[7]. La sera dello stesso giorno, Wellington giunse in una posizione che aveva già osservato in precedenza e ritenuta ideale per una battaglia difensiva, situata nei pressi di un villaggio chiamato Waterloo. La posizione era ottimale perché, grazie a una cresta e a una fila di basse colline, consentiva di nascondere lo schieramento all’esercito nemico e di mettere al riparo le truppe dal fuoco dell’artiglieria avversaria. L’unico problema era che rappresentava l’ultima linea di difesa prima di Bruxelles: oltre Waterloo si trovava una foresta che, se attraversata, avrebbe condotto direttamente alla capitale. Wellington decise che avrebbe dato battaglia lì, anche perché aveva ricevuto un messaggio dai prussiani che gli assicuravano il loro intervento in caso di scontro il giorno successivo.

La battaglia[modifica]

La notte del 17 giugno Napoleone dormì pochissimo, temendo che il nemico potesse fuggire nel cuore della notte[8]. Il giorno seguente tale timore svanì: diverse spie e ricognitori inviati in esplorazione confermarono che gli inglesi non si erano mossi. Napoleone non poteva sperare di meglio ed era talmente sicuro della vittoria che, durante la colazione con i suoi ufficiali, dichiarò:

"L’esercito nemico è più numeroso del nostro, ma abbiamo novanta probabilità a nostro favore e nemmeno dieci contro". [9]

Al sorgere del sole nessuno dei due generali conosceva con precisione lo schieramento avversario. Il modo in cui Wellington dispose le sue truppe rivela molto sulle sue preoccupazioni. Sul lato sinistro dello schieramento posizionò soltanto due divisioni, le più provate dalla battaglia di Quatre-Bras. Il centro risultava molto più forte, ma l’ala destra, schierata nella zona dove il pendio digrada in direzione di Hougoumont[10], era ancora più massiccia. Ciò indicava non solo la volontà di Wellington di difendere a ogni costo gli avamposti fortificati lungo la sua linea (come la fattoria di La Haye Sainte[11], una solida costruzione in pietra circondata da robuste mura, e il castello di Hougoumont), ma anche il timore di un attacco sul fianco destro, che avrebbe potuto costringerlo a fronteggiare un movimento aggirante. Al contrario, Wellington sembrava meno preoccupato per il suo fianco sinistro, rendendo il suo schieramento complessivamente sbilanciato.

Napoleone, dal canto suo, non avendo ancora individuato con certezza la disposizione dell’esercito nemico, optò per uno schieramento flessibile e il più possibile simmetrico, così da non pregiudicare alcuno sviluppo futuro della battaglia. In questo modo mantenne fino all’ultimo la possibilità di concentrare il grosso delle sue forze a destra, a sinistra o al centro, a seconda delle necessità. L’Imperatore si prese il suo tempo per disporre l’esercito e, una volta completato lo schieramento, passò in rassegna le sue truppe. Il suo passaggio fu accolto con il grido di battaglia: “Vive l’Empereur!” [12]

La battaglia iniziò solo verso l’una, poiché bisognava attendere che il terreno si rassodasse a causa del diluvio delle ultime ventiquattr’ore. L'esercito anglo-alleato, guidato dal duca di Wellington, aveva 73.200 uomini; l'armata francese dell'Imperatore aveva disponibili circa 77.500 uomini, dato che Grouchy era stato mandato all'inseguimento dei prussiani con 30.000 uomini[13]. Nelle battaglie napoleoniche, la fanteria rivestiva un ruolo di particolare rilevanza potendo assumere, con i suoi 500-600 uomini per battaglione, varie formazioni a seconda delle esigenze tattiche [14]. Durante le schermaglie le tre formazioni principali utilizzate per un battaglione di fanteria erano la linea, la colonna e il quadrato[15]. La linea era la formazione di combattimento standard della fanteria europea. Un battaglione poteva essere schierato su due o tre file, massimizzando così la sua potenza di fuoco, permettendo a tutti i soldati di poter sparare contemporaneamente. Nell’esercito alleato, gran parte della fanteria britannica, composta da circa 38.000 uomini[16], si disponeva in linea per sfruttare la superiorità nel volume di fuoco. La colonna, anch'essa di ampio utilizzo, era una formazione più compatta che sacrificava la potenza di fuoco in favore di un maggiore impatto psicologico, grazie alla disposizione in profondità. Tuttavia, essa costituiva un bersaglio vulnerabile per l’artiglieria nemica e sviluppava una capacità di fuoco ridotta. Nonostante questi svantaggi, era spesso preferita dai francesi, la cui fanteria contava circa 48.000 uomini[17], e dai prussiani soprattutto in caso di attacco alla baionetta, poiché offriva un maggiore sostegno morale alle truppe e permetteva di concentrare la forza d’urto su un fronte ristretto. Né la linea né la colonna erano adatte a contrastare una carica di cavalleria, che sfruttava velocità e forza d’urto per aggirare il fuoco della fanteria e colpire da direzioni inaspettate. La formazione ideale per difendersi dalla cavalleria era il quadrato, in cui centinaia di uomini si disponevano spalla a spalla, formando quattro file di baionette pronte a respingere un assalto su ogni lato. Questo schieramento fu ampiamente utilizzato dagli alleati, soprattutto dai soldati britannici e olandesi, che dovettero resistere agli attacchi della cavalleria francese, composta da circa 14.000 uomini[18]. La tattica dell’epoca si basava sulla stretta cooperazione tra la fanteria e gruppi di soldati scelti, i tiratori, che avanzavano in ordine sparso per disturbare il nemico e infliggere perdite mirate.[19]

Sul campo di battaglia di Waterloo, Napoleone inviò per primi piccoli gruppi di tiratori, che iniziarono a ingaggiare schermaglie nei campi per respingere i tiratori nemici. Nel frattempo, l’artiglieria francese, già schierata in posizione, iniziò a bombardare le linee avversarie. L’esercito inglese, sebbene fosse al riparo dietro le alture, non era del tutto al sicuro: le palle di cannone venivano sparate alla cieca, ma quando colpivano erano letali.

L’artiglieria francese, con circa 250[20] cannoni contro i 150 di Wellington[21], era superiore e sottoponeva l’intera linea inglese a una pressione costante, ma ciò non bastava a sfondare le difese nemiche. Per questo motivo, Napoleone ordinò all’ala sinistra del suo esercito di attaccare il castello di Hougoumont. I combattimenti iniziarono nel bosco che precedeva la fortificazione, con la fanteria francese che avanzava supportata dal fuoco dell’artiglieria, la quale lanciava anche granate incendiarie, mentre la fanteria inglese rispondeva sparando dalle mura del castello.

Gli inglesi resistettero, costringendo i francesi a inviare ulteriori rinforzi. Anche gli inglesi fecero lo stesso, e ben presto entrambi gli schieramenti impegnarono molte riserve nella battaglia, assottigliando progressivamente i loro fronti principali.

Fu a questo punto che Napoleone lanciò l’attacco principale contro l’ala sinistra di Wellington, la parte più debole dello schieramento avversario. La fanteria francese, forte della sua superiorità numerica, riuscì a raggiungere la cresta della collina, mettendo in grave difficoltà la fanteria inglese, che fu sul punto di cedere.

A quel punto intervenne la cavalleria britannica, che caricò la fanteria francese, costringendola alla ritirata in preda al panico. Forte dello slancio iniziale, la cavalleria inglese proseguì l’attacco fino a raggiungere le postazioni dell’artiglieria francese.

La reazione di Napoleone fu immediata: ordinò alla sua cavalleria di contrattaccare con i lancieri. Da tempo l’Imperatore aveva aumentato il numero di unità di cavalleria armate di lancia, un’arma considerata ingombrante e difficile da maneggiare, ma che in questa occasione dimostrò la sua tremenda efficacia. I lancieri francesi si scagliarono contro la cavalleria inglese, annientandola e ristabilendo l’equilibrio sul campo di battaglia.

La disfatta[modifica]

Nonostante la cavalleria fosse stata annientata dai lancieri francesi, gli inglesi riuscirono a respingere l’attacco principale di Napoleone. Fu allora che l’Imperatore notò, in lontananza sulla destra, delle truppe in movimento. Erano così distanti che persino con il cannocchiale si faticava a distinguerne l’identità. L’unica certezza era che si stavano avvicinando.

Napoleone convocò i suoi generali per discutere su chi potessero essere. I pareri erano discordanti: alcuni ritenevano che si trattasse delle truppe di Grouchy, altri temevano che fossero i prussiani. Nell’incertezza, l’Imperatore schierò due divisioni di cavalleria a copertura del fianco destro. Poco dopo, ogni dubbio venne dissipato: erano le colonne dell’esercito prussiano.

Anziché unirsi direttamente allo schieramento del duca di Wellington per rafforzarne l’ala sinistra, i prussiani compirono un ampio movimento aggirante, colpendo il fianco e persino le retrovie francesi. Improvvisamente, le truppe napoleoniche si trovarono sotto attacco quasi alle spalle. Fu in questo frangente che l’organizzazione e l’addestramento dell’esercito francese dimostrarono la loro straordinaria efficienza: la reazione fu immediata.

Napoleone inviò nuove truppe per fermare l’avanzata prussiana. L’esercito prussiano era animato da un fortissimo spirito combattivo, alimentato anche dal profondo odio che i tedeschi provavano nei confronti dei francesi. Tuttavia, sebbene numericamente superiori, i prussiani erano in gran parte giovani coscritti con poca esperienza di guerra. I francesi, invece, erano veterani abituati ai campi di battaglia, e riuscirono a bloccare l’avanzata nemica nonostante la pressione crescente. Nel frattempo, Napoleone tentò di sfondare la linea di Wellington affidando alla cavalleria dei Corazzieri, guidata dal maresciallo Ney, l’incarico di spezzare la resistenza inglese. Tuttavia, la fanteria britannica adottò la formazione del quadrato rendendo impotenti le cariche della cavalleria francese. Per due ore, i Corazzieri continuarono a girare attorno ai quadrati inglesi senza poterli infrangere.

La disciplina britannica si rivelò impeccabile: i soldati nei quadrati non aprirono il fuoco, consapevoli che farlo al momento sbagliato avrebbe dato alla cavalleria la possibilità di sfondare, con conseguenze devastanti. Tutti i generali inglesi si trovavano all'interno di queste formazioni protette, incluso il duca di Wellington, che di conseguenza non poté nemmeno impartire ordini diretti ai suoi uomini. La situazione fu così descritta dallo stesso Wellington: "La cavalleria nemica passeggiava in mezzo a noi come fosse stata la nostra."[22]

Nel frattempo, i prussiani continuarono il loro attacco alle spalle dei francesi, costringendo Napoleone a destinare parte dei battaglioni che aveva riservato per l’attacco finale alla difesa contro questa nuova minaccia.

Dopo ore di assedio, la fattoria di La Haye Sainte cadde infine nelle mani francesi. Fu allora che Napoleone decise di giocarsi l’ultima carta: ordinò l’avanzata della Vecchia Guardia, il corpo scelto dell’esercito francese, considerato il migliore al mondo. L’obiettivo era sfondare le linee inglesi, che seppur logorate e provate dalla battaglia, erano ancora numericamente superiori.

Sotto il fuoco incessante dell’artiglieria e della fucileria inglese, la Vecchia Guardia avanzò con determinazione, ma il ritmo dell’assalto rallentò sempre di più. Proprio quando sembrava sul punto di sfondare, i prussiani completarono il loro movimento e si unirono all’ala sinistra di Wellington. Fu il colpo di grazia. All’arrivo di nuove truppe nemiche, i veterani della Vecchia Guardia compresero che la battaglia era ormai perduta. Invece di sacrificarsi inutilmente, iniziarono ad arretrare. Tuttavia, a differenza del resto dell’esercito francese, che si disgregò nel panico e nella confusione della ritirata, la Vecchia Guardia mantenne la sua leggendaria disciplina[23].

Gli inglesi e i prussiani avanzarono su tutta la linea, travolgendo le posizioni francesi e completando la disfatta dell’armata napoleonica. Nonostante la situazione disperata, gli uomini della Vecchia Guardia si disposero in quadrati difensivi e resistettero fino all’ultimo, rifiutando di arrendersi. Al grido di “La Guardia muore ma non si arrende!”[24], i veterani respinsero più volte gli assalti nemici, guadagnando tempo per permettere a Napoleone di mettersi in salvo.

Solo quando furono ormai circondati e ridotti a pochi superstiti, i resti della Vecchia Guardia cedettero. Con la loro caduta, la battaglia di Waterloo ebbe ufficialmente fine. Napoleone, sconfitto, fu obbligato a lasciare il campo di battaglia a cavallo, portato via dai sopravvissuti del suo stato maggiore, ritornando a Parigi[25].

Conseguenze[modifica]

La battaglia di Waterloo pose definitivamente fine al Primo Impero francese e segnò la sconfitta di Napoleone Bonaparte, con il suo conseguente esilio a Sant’Elena. Questo evento sancì la conclusione del breve periodo in cui Napoleone era tornato al potere dopo la disfatta del 1814, noto come i "Cento Giorni". Lo scontro, ultimo atto di Napoleone, rappresentò una svolta nel panorama politico europeo, dando inizio a un lungo periodo di relativa stabilità in Europa, noto come l’epoca della Restaurazione. Durante questo periodo, le potenze vincitrici cercarono di ristabilire l’equilibrio politico attraverso il Congresso di Vienna e di prevenire il riemergere di ambizioni imperiali simili a quelle napoleoniche.

Nella giornata di Waterloo, quasi 200 mila uomini si affrontarono su un campo di battaglia di quattro chilometri per quattro: mai, né prima né dopo di allora, un così gran numero di soldati venne ammassato in un'area così circoscritta. La ferocia della battaglia fu senza precedenti, come traspare dalla corrispondenza privata di Wellington, che scrisse ad un suo vecchio commilitone: "non avevo mai visto uno scontro così brutale"[26].

La risonanza che la battaglia di Waterloo ebbe fu di portata mondiale: per molti, la battaglia rappresentò il punto di svolta che diede inizio ad un periodo di pace e benessere; per altri, contrari alla crescente influenza britannica, il nome di Waterloo evocava una sorta di fallimento di un'Europa sotto il dominio commerciale e coloniale dell'Inghilterra[27].

La battaglia combattuta il 18 giugno 1815, dunque, non solo chiuse un capitolo della storia militare, ma aprì anche un nuovo scenario politico ed economico che avrebbe avuto ripercussioni sul futuro europeo e globale per tutto il secolo XIX[28].

Note[modifica]

  1. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, Prologo, pp. IX-X.
  2. Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015, p. 57.
  3. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, Prologo p. XI.
  4. Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015, p. 69.
  5. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 5.
  6. Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015, p. 125 e Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 58.
  7. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 3.
  8. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 40.
  9. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 58.
  10. Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015, p. 254-255.
  11. Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015, p. 257.
  12. Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015, p. 122.
  13. Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015, p. 161.
  14. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 81.
  15. Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015, p. 191.
  16. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 62.
  17. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 62.
  18. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 61.
  19. Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015, pp. 191-195 e Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, pp. 81-85.
  20. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 61.
  21. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 62.
  22. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 209.
  23. Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015, pp. 395-396.
  24. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 318
  25. Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015, p. 399.
  26. Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015, p. 403.
  27. Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005, p. 351.
  28. Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015, p. 401.

Bibliografia[modifica]

  • Barbero A., La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2005.
  • Lipscombe N. (a cura di), La battaglia di Waterloo, Pordenone, LEG Edizioni Srl, 2015.