Battaglia di Caporetto

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La battaglia di Caporetto, o Dodicesima battaglia dell’Isonzo, è stata una battaglia combattuta tra le forze combinate dell’Impero Austro-Ungarico e dell’Impero tedesco e il Regio Esercito Italiano durante la Prima Guerra Mondiale.
La battaglia, combattuta nella zona della città di Caporetto[1] tra il 28 ottobre e il 12 novembre 1917, comportò una pesantissima sconfitta per l’esercito italiano che fu costretto a ritirarsi dietro il fiume Piave.[2]

Il contesto[modifica]

Il Regno d'Italia era sceso in guerra nel 1915 dopo la firma del Patto di Londra, scendendo al fianco dell'Intesa[3] con l'obiettivo di conquistare le città italofone di Trento e Trieste, ancora sotto il controllo austro-ungarico. Il Regio Esercito, comandato dal Generale Luigi Cadorna[4], spinse quindi per un atteggiamento offensivo nell'area della valle dell'Isonzo, per raggiungere Trieste, che a quel tempo era il porto principale dell'Impero Austro-ungarico. Dal 24 maggio 1915 al 1917 si susseguirono ben 11 battaglie dell'Isonzo, che portarono l'esercito italiano a superare in più punti la valle (con la conquista di Gorizia nella sesta e le vittorie sull'Altipiano della Bainsizza nella XI)[5], a costi spaventosi che ammontavano a circa 630.000 perdite tra morti, feriti e dispersi.

Gli schieramenti alla vigilia della battaglia[modifica]

Ordine di battaglia[modifica]

Regno d'Italia[6][modifica]

II Armata (Ten. Gen. Luigi Capello)[modifica]

IV Corpo d'Armata

  • 50a Divisione
  • 43a Divisione
  • 46a Divisione

XXVII Corpo d'Armata

  • 19a Divisione
  • 65a Divisione
  • 22a Divisione
  • 64a Divisione
  • X gruppo Alpini

VII Corpo d'Armata-Riserva

  • 62a Divisione
  • 3a Divisione

Totale: 105 battaglioni
Artiglieria: 1012 pezzi

Regno di Austria-Ungheria e Impero Tedesco[modifica]

14a Armata (Gen. Otto von Below)[modifica]

I Corpo d'Armata

  • 3a divisione austro-ungarica
  • 22a divisione austro-ungarica
  • 55a divisione austro-ungarica

III Corpo d'Armata

  • 50a divisione austro-ungarica
  • 12a divisione AlpenKorps tedesca
  • 117a divisione AlpenKorps tedesca

LI Corpo d'Armata

  • 200 divisione tedesca
  • 26 divisione tedesca

XV Corpo d'Armata

  • 1a divisione austro-ungarica
  • 5a divisione tedesca

Riserva

  • 13a divisione austro-ungarica
  • 4a divisione austro-ungarica
  • 33a divisione austro-ungarica

Totale: 200 battaglioni
Artiglieria: 2183 pezzi

Antefatti[modifica]

Piani per un'offensiva austroungarica risalgono già alla decima battaglia dell'Isonzo, combattuta tra il 12 maggio e il 5 giugno 1917, durante il primo tentativo da parte degli italiani di rompere le linee austriche nei pressi di Caporetto. I piani, già pronti per la fine di luglio, non furono attuati in quanto la situazione non era stata giudicata tanto urgente da attuare un simile attacco. [7]

Tuttavia, l'undicesima battaglia cambiò lo scacchiere alpino: dopo una preparazione di artiglieria il 17 agosto, nella notte del 19 le truppe italiane sferrarono l'attacco conquistando nei primi giorni l'altopiano della Bainsizza, oltrepassando l'Isonzo in più punti e gettando nel panico il comando austro-ungarico,[8] che per la prima volta temette seriamente di perdere Trieste.

Nel 1917 il nuovo imperatore d'Austria-Ungheria, Carlo I, licenziò il Feldmaresciallo Conrad von Hotzendorf[9] e lo sostituì con il generale Arz von Straussenburg[10] , che resosi conto della gravità della situazione, presentò un piano di attacco all'imperatore Carlo; la riuscita della manovra richiedeva tuttavia l'aiuto da parte di divisioni tedesche.

Il generale tedesco Ludendorff rifiutò la proposta, ma il comandante delle forze armate von Hindenburg si dimostrò interessato, incaricando il generale Konrad Krafft von Dellmensingen di ispezionare l'area del fronte del Tolmino e dell'Alto Isonzo, giudicata ideale per un'offensiva volta ad aggirare la IIa Armata italiana comandata dal generale Capello. Alla fine dell'ispezione, von Dellmensigen constatò che l'area era impervia, ma un attacco congiunto era possibile, con buone possibilità di vittoria.[11]


La battaglia[modifica]

Alle 2 di notte del 24 ottobre 1917, l'artiglieria tedesca cominciò a sparare con proiettili a gas costituiti da una miscela di fosgene e difenilcloroasina contro le postazioni di artiglieria italiane, centralini, depositi e strade, nella speranza di gettare nello scompiglio le retrovie italiane e incapacitare i rinforzi. Tuttavia, l'effetto dei gas fu alquanto limitato, e ancora più ridotto sulle prime linee, dove le truppe erano già in stato di allerta e disponevano di sufficienti quantità di maschere antigas; inoltre, la situazione meteorologica piovosa aiutava la dispersione dei gas facendo sì che le vittime fossero poche. Effetti più pesanti invece si ebbero nella conca di Plezzo, dove era stazionata l'87a brigata Friuli, che fu investita in maniera più fitta da tubi lanciagas[12], che a differenza dei cannoni usati negli altri settori concentravano più gas in un'area più ristretta e precisa.

Verso le 4-4:30 il bombardamento a gas terminò con danni ridotti. Verso le 6 le artiglierie tedesche ricominciarono però il bombardamento, stavolta sulle prime linee e con proiettili esplosivi e granate, con un impatto tale che alcuni giornali austriaci riferirono che a Graz le finestre tremavano. Il secondo bombardamento fu di gran lunga più efficiente e di impatto, colpendo e sventrando la maggior parte delle trincee e fortificazioni italiane, costringendo i difensori a cercare riparo nelle caverne, bersagliate a loro volta dai tiri di artiglieria tedeschi, e decimando i reggimenti, o gettandoli nello sconforto. Questo bombardamento durò solo circa due ore, per non dare tempo agli italiani di organizzarsi. Tra le 7 e le 8, le mine piantate sotto le trincee italiane del Mrzli e del Monte Rosso detonarono, indebolendo le posizioni e preparandole per l'attacco dell'ora successiva. Verso le 8, le fanterie congiunte austriache e tdesche sferrarono l'attacco penetrando in più punti del fronte, sorprendendo nella maggior parte dei casi le truppe italiane demoralizzate che si arresero a loro.

A sud, la 1a divisione austriaca del capitano Metzger conquistò il Krad Vrh; i difensori del X alpini, colti di sorpresa e travolti, si ritirarono sulle pendici meridionali del Krad, impedendo agli austriaci la cattura dei ponti di Auzza e Canale[13]; nel frattempo, la 7a brigata bosniaca risalì il Globocak, aggirando la montagna e penetrando verso sera in valle Judrio.

Poco più a nord, nella valle dello Jeza, la 200a divisione tedesca si scontrò contro le brigate Taro e 125a Spezia, che imbastirono una dura resistenza soprattutto sul lato destro, bloccando il 4° Jager, mentre il 3° Jager si scontrò con gli Alpini del Val d'Adige e venne temporaneamente respinto fino all'alba del giorno successivo.[14]


Sempre nello stesso settore, ma poco più a nord, gli Alpenkorps spingevano sul Monte Plezia e il Kolovrat, dove era appostata la brigata Taro; in quel settore non tutti i battaglioni portarono a termine il compito, come il 1° Jager che si ritirò con forti perdite sulla quota 732[15] . Nel resto del settore, gli Alpenkorps si infiltrarono nelle retrovie sorprendendo la brigata Napoli, appostata sul Plezia e sottoequipaggiata[16] . Fra gli ufficiali dell'Alpenkorps spiccavano nomi come Erwin Rommel, Ferdinand Schorner e Friederich Paulus, che sfondarono il settore del Plezia passando dai punti sguarniti e prendendo alle spalle.

Nella valle di Caporetto, la 12a divisione slesiana, considerata secondaria, sfondò con sorpresa di tutti la linea di difesa costituita dalla brigata Alessandria.[17]


Negli altri settori la situazione era più o meno simile, tranne per il settore del monte Nero, dove il V alpini, aiutati dal 223° Etna, dalla brigata Genova e dal 9° Bersaglieri, difesero la montagna fino all'accerchiamento.

Con il passare delle ore la situazione si complicò con la sconfitta delle truppe di riserva, come le brigate Potenza, Foggia e Puglie che erano accorse per tentare di arginare la spinta nemica. Due giorni dopo, il 26, la situazione precipitò, quando la conquista della Val Resia e di Monte Maggiore aprì la strada per Cividale del Friuli, minacciando il grosso delle truppe; il generale Cadorna si trovò quindi costretto a ordinare la ritirata generale della 2a, 3a e 4a armata. Venne scelta come prima linea il Tagliamento, ma di fronte all'avanzata tedesca l'esercito venne ritirato fino al fiume Piave, dove nella giornata del 9 le truppe italiane non sbandate respinsero l'avanzata tedesca, terminando la 12a battaglia dell'Isonzo.

Le cause del crollo[modifica]

Il 28 ottobre 1917, Cadorna rilasciò un bollettino, in cui addossava sulla 2a Armata la colpa della sconfitta a Caporetto[18] . Tuttavia, come fu constatato successivamente, fu una serie di fattori a decretare questa sconfitta così pesante.

Qualità della fanteria e degli ufficiali[modifica]

Dopo le ultime sanguinose battaglie sull'Isonzo, la X e l'XI, le fila del Regio Esercito erano state riempite con personale che ormai era inadatto al servizio, ma che era stato reclutato per necessità. Gli ufficiali si accorsero subito della scarsissima qualità e morale di questi rimpiazzi, che per la maggior parte erano composti da ultratrentenni delle classi 78-79-80-81, da giovanissimi della classe '99 e da criminali scarcerati, tutte persone che non erano adatte al combattimento e che non avevano ricevuto un addestramento[19]; alla vigilia di Caporetto, un gran numero di soldati era costituito infine da invalidi che erano stati ritenuti abili nonostante le loro precarie condizioni mediche.

Le tattiche innovative tedesche[modifica]

I tedeschi furono i primi durante la guerra a introdurre la tecnica dell'infiltrazione, nella quale dispiegavano piccole squadre di uomini scelti[20], armati di granate e mitragliatrici, che avevano il compito di penetrare di sorpresa nelle trincee nemiche, cosa che l'Italia non aveva ancora appreso a pieno e stava appena iniziando a sperimentare con la costituzione degli Arditi.[21] [22]

L'inattività dell'artiglieria italiana[modifica]

Un altro importante dettaglio che contribuì alla sconfitta fu l'attività insolitamente sporadica dell'artiglieria italiana. Il Regio Esercito aveva più bocche da fuoco della controparte tedesca; tuttavia, nella prima parte dell'attacco, le linee telefoniche e comunicative vennero danneggiate, risultando nella maggior parte delle batterie non funzionanti, tranne quelle del settore del IV corpo, dove l'artiglieria italiana bersagliò gli assaltatori tedeschi già prima dell'inizio dell'attacco.

L'insolita inattività delle bocche da fuoco italiane fu riscontrata anche dagli stessi tedeschi attaccanti, che si ritrovarono a fronteggiare pochi tiri scoordinati di bombarde, lanciatorpedini e pezzi di piccolo calibro.[23]


Un altro punto fu costituito anche dalla rigidità degli ordini, e dalla costante preoccupazione dell'artiglieria di risparmiare sui colpi, preoccupazione che finiva per stroncare la cadenza di fuoco dei cannoni italiani.[24]


Le conseguenze[modifica]

La sconfitta comportò la ritirata generale da parte delle truppe e della popolazione, che si ritrovarono a scappare attraverso i pochi ponti del Tagliamento in tutta fretta, incalzati dai tedeschi; ci furono anche casi in cui i ponti vennero fatti esplodere mentre l'attraversamento era ancora in corso[25] . Se alcuni reparti rimasero indietro a rallentare l'avanzata nemica, molti soldati, spinti dalla disperazione e dalla fame, si abbandonarono al saccheggio delle case e dei depositi dati alle fiamme. Gli sbandati, come vennero chiamati successivamente, avevano abbandonato completamente le armi, convinti che ormai la guerra fosse finita con quella sconfitta, in un clima quasi carnevalesco in mezzo a uno scenario quasi apocalittico, fatto di animali morti o agonizzanti e case bruciate.

L'impatto sia in Italia che all'estero fu pesante: sia il governo che gli Alleati richiesero la sostituzione di Cadorna, che venne esonerato l'8 novembre. Come rimpiazzo si pensò al Duca d'Aosta[26], comandante dell'"invitta" Terza Armata, ma alla fine venne scelto il generale Armando Diaz, che da subito si adoperò per recuperare gli sbandati e rimetterli a combattere, stabilendo la linea di difesa sul Piave e bloccando l'avanzata tedesca.

Un tentativo di bilancio[modifica]

La commissione di inchiesta e ricerche successive cercarono di quantificare la sconfitta di Caporetto, stilando una stima: oltre alla quasi totale distruzione della 2a Armata e della zona Carnia, si contarono circa 10.000 morti, 30.000 feriti, 265.000 prigionieri, 350.000 sbandati, 3.000 pezzi di artiglieria, 1.700 bombarde, 30.000 fucili, 22 campi d’aviazione perduti.

Se la conta dei morti e feriti era una cifra accettabile per quella situazione, ciò che rese Caporetto una sconfitta devastante per il regno d'Italia fu la conta dei prigionieri, quasi 300.000.

Il destino dei prigionieri[modifica]

Dei 300.000 prigionieri che furono catturati o si arresero, si possiedono molte testimonianze, sia dalla parte italiana che dalla parte tedesca, molte volte sorpresi dall'atteggiamento degli italiani, che per esempio al momento della resa si mostravano amichevoli con i tedeschi, in quanto erano visti come esempio di modernità[27]. Dalla parte italiana, essere prigionieri significava complessivamente aver finito la guerra, e il ritorno a una vita più tranquilla, ignari di ciò che li aspettava. Infatti, i prigionieri per i primi giorni non vennero nutriti, costringendoli a depredare le case in cerca di cibo. [28].

Le mete finali dei prigionieri italiani furono i lager in Germania e Austria, dove moltissimi morirono di fame e malattie; uno dei campi più famosi dove molti italiani trovarono la prigionia e la morte fu il lager austriaco di Mauthausen.[29].

Note[modifica]

  1. attuale Kobarid, in Slovenia.
  2. https://www.treccani.it/enciclopedia/battaglia-di-caporetto_(Dizionario-di-Storia)/
  3. costituito da Francia, Impero Britannico, Impero Russo e Serbia.
  4. sostituito successivamente dal Gen. Armando Diaz l'8 novembre 1917.
  5. Barbero, Caporetto, p. 39.
  6. https://www.esercito.difesa.it/storia/grande-guerra/Pagine/L-ordine-di-battaglia.aspx
  7. Barbero, Caporetto, p. 6.
  8. Barbero, Caporetto, p. 6.
  9. https://www.treccani.it/enciclopedia/conrad-von-hotzendorf-franz-barone-poi-conte_(Dizionario-di-Storia)/
  10. Barbero, Caporetto, p. 9.
  11. Barbero, Caporetto, p. 34.
  12. Il tenente colonnello del genio militare Attilio Izzo afferma che i gas usati furono il difosgene e la difenilcloroarsina, gli stessi degli altri settori, mentre alcuni affermano fosse acido cianidrico, sparato sempre da tubi lanciagas.
  13. commissione d'inchiesta (r.d.12.1.1918), relazione. dall'isonzo al piave, carte, roma 1919, p. 125.
  14. Barbero, Caporetto, p. 251.
  15. Barbero, Caporetto, p. 253.
  16. Alessandro Barbero, Caporetto, p. 255.
  17. Barbero, Caporetto, p. 258.
  18. Alessandro Barbero, Caporetto, p. 384.
  19. Barbero, Caporetto, p. 388-389.
  20. https://www.treccani.it/enciclopedia/sturmtruppen_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/
  21. Barbero, Caporetto, p. 408.
  22. https://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/gli-arditi.aspx
  23. Barbero, Caporetto, p. 306.
  24. Barbero, Caporetto, p. 317.
  25. Barbero, Caporetto, p. 470-471.
  26. https://www.treccani.it/enciclopedia/savoia-emanuele-filiberto-di-duca-d-aosta/
  27. Alessandro Barbero, Caporetto, p. 460.
  28. Barbero, Caporetto, p. 455.
  29. Barbero, Caporetto, p. 468.

Bibliografia[modifica]

  • Alessandro Barbero, Caporetto, Edizioni Laterza, 2017,ISBN 978-88-581-2980-7.
  • Commissione d'inchiesta (R.D.12.1.1918), Relazione. Dall'Isonzo al Piave, Carte, Roma 1919