Brigantaggio postunitario in Italia
Il brigantaggio postunitario in Italia è stato un fenomeno criminale, politico, sociale e culturale che ha coinvolto il neocostituito Regno d'Italia già dai primi mesi del 1861, rintracciato con maggiore intensità fino al 1865, ma che si è protratto fino al 1870. Il fenomeno ha rappresentato la prima grande sfida del Governo italiano e dell'Esercito italiano nella gestione di esso, con risvolti non solo sul piano tattico e militare, ma anche sulle componenti sociali e civili.
Descrizione del fenomeno
Il brigantaggio postunitario è un fenomeno che nasce dai cambiamenti sociali e politici portati dall'Unità d'Italia riattivando le bande di briganti, già presenti in zona. Esse, infatti, si riunirono, aumentarono i propri numeri e intensificarono le azioni criminali.
Il brigantaggio postunitario interessò quasi tutte le province dell'entroterra del regno borbonico annesse al nuovo Stato italiano, radicalizzandosi soprattutto dove le condizioni di vita della popolazione, dedita prevalentemente all'agricoltura, erano estremamente precarie.[1] Tale fenomeno invece fu più limitato nelle aree maggiormente urbanizzate e industrializzate, nelle zone rurali più produttive e in Sicilia. La relazione redatta dal parlamentare Massari del 1863, per la lotta al brigantaggio, riporta: «Nella provincia di Reggio Calabria difatti, dove la condizione del contadino è migliore, non vi sono briganti»[2], mentre Massari individua le province di Basilicata e Capitanata, nonché le più povere e mal collegate, come quelle in cui il: «brigantaggio è infierito ed ha raggiunto terribili proporzioni è più che altrove pertinace.»[3].
L'organizzazione delle bande
Le bande si organizzarono attraverso la legge naturale del più forte: la figura più autoritaria diveniva capobanda. Queste figure si distinguevano per la loro brutalità, per il loro passato travagliato con la legge e per il carisma con cui divennero il nucleo e le menti delle azioni contro gli unitari e l’esercito. Le bande erano principalmente costituite da braccianti, cioè contadini salariati esasperati dalla miseria.[4] Accanto a loro lottarono anche ex garibaldini, ex soldati borbonici, malviventi e latitanti di vecchia data.[5] Trattandosi, quindi, di truppe irregolari non vi era una prestabilita gerarchia interna; i capibanda delle formazioni di briganti più grandi, nominavano e si circondavano di una ristretta cerchia di uomini fedeli a cui assegnavano un grado maggiore e con i quali sceglievano gli obbiettivi e progettavano le azioni.[6] Inoltre, gli stessi capobanda si occupavano di organizzare incursioni militari che, fino al 1862, prevedevano assalti alle città, mentre, dopo le grosse perdite causate dalle battaglie, rapidi combattimenti ed agguati all’esercito italiano. I piccoli gruppi avevano un ruolo principalmente intimidatorio e di controllo del territorio, compivano crimini e agivano contro nemici locali attraverso azioni mirate. Rapine e, soprattutto, rapimenti erano le loro maggiori fonti di introiti economici e di equipaggiamenti militari.[7] Inoltre, ci fu la formazione di bande irregolari straniere di cui le principali furono quelle degli ex generali carlisti José Borjes e Rafael Tristany, entrambi assoldati dal re Francesco II, e quella di Ludwig Richard Zimmermann, volontario austriaco.[8]
Cause del fenomeno
«L’insorgenza diventò un’occasione per uomini insoddisfatti e per giovani animosi; offriva la possibilità di fare bottino e un sogno di promozione sociale; assunse da subito il carattere di reazione politica e brigantaggio criminale[...]».[9] Nei primi mesi del 1861, la causa brigantesca poteva contare su un numero limitato di uomini. Il numero dei briganti aumentò grazie al sostegno dei comitati borbonici, animati da nobili locali fedeli ai Borbone e dal clero legittimista, che raccolsero lo scontento popolare e misero a disposizione armi e denaro.[10] L’appoggio della nobiltà locale alle bande della Puglia, della Basilicata, della Campania e dell’Abruzzo rappresentò un punto di svolta fondamentale del fenomeno. In effetti, i briganti poterono contare sugli aiuti della popolazione, di bassa e di alta estrazione sociale.[11] Molte delle famiglie locali parteggiarono per la causa brigantesca a seguito dell'incertezza del futuro che si prospettava dinanzi a loro e, soprattutto, dopo l'applicazione dei provvedimenti che il neocostituito Regno d'Italia adottò contro il clero e la nobiltà locale, in passato fedele ai Borbone. Le espropriazioni delle terre e dei beni accumulati sotto la dinastia borbonica ruppe i, già precari, rapporti con il nuovo Governo. Il clero invece, rimasto senza proprietà[12], non ebbe difficoltà a schierarsi a fianco di chi per motivi diversi, ma convergenti, combatté il dominio dei nuovi padroni. Numerose fonti testimoniano le messe dedicate ai briganti e gli aiuti concessi alle bande in tutto il territorio del Mezzogiorno.[13] Inoltre, dal vicino Stato pontificio, in cui si era rifugiata la famiglia reale borbonica, arrivarono aiuti e costanti incitamenti alla lotta armata contro uno Stato che aveva espropriato i beni dei conventi e minacciava la stessa sopravvivenza del potere temporale del Papa.
Il malcontento scoppiò anche nelle campagne, dopo che la gestione di esse fu affidata al Governo italiano. Le condizioni economiche dei braccianti delle province meridionali peggiorarono. Inoltre, i sudditi dell'ex Regno si ritrovarono a dover fronteggiare un nuovo regime fiscale, più gravoso e meno corrotto, e la privatizzazione delle terre demaniali a vantaggio dei vecchi e nuovi proprietari terrieri.[14] Infatti, i beni confiscati ai nobili e al clero locale furono inizialmente promessi, da parte dei rivoluzionari con l'intento di foraggiare la propaganda risorgimentale, ai contadini e alle frange più povere della popolazione.[15] Le aspettative, tuttavia, non rispecchiarono la realtà: i beni furono statalizzati e poi venduti all’asta ad acquirenti della nuova borghesia rurale, che col tempo si rivelò ancora più avara e tirannica dei vecchi padroni. [16]
La propaganda del brigantaggio
La propaganda dell’insurrezione del Mezzogiorno sviluppò un forte valore patriottico e una volontà d'indipendenza da quello che la stessa propaganda borbonica definì come colonizzatore sabaudo. Le fondamenta erano le contrapposizioni tra la monarchia nazionale borbonica e cattolica e quella usurpatrice piemontese. Attraverso proclami, opuscoli, libri, manifesti, giornali, gazzettini, memorie e, soprattutto, stampa clandestina, adottò i modelli del nazionalismo romantico, basandone i valori sulla difesa del sovrano e del papa, contro il nemico esterno approfittatore e portatore di povertà. Un corposo numero di politici, scrittori ed ecclesiastici divenne il motore di diffusione, non solo nella penisola, ma in tutta Europa, della lotta per l’indipendenza del Meridione.[17] Il più influente, Pietro Calà Ulloa[18], illustrava le ragioni dell’indipendenza del vecchio Stato e le drammatiche situazioni in cui, per causa piemontese, versavano le province meridionali. Il suo libro Lettere napolitane venne letto e tradotto in tutta Europa accendendo gli animi dei regni assolutisti e antirivoluzionari europei, e numerosi intellettuali stranieri divennero propagatori della lotta alla rivoluzione.
La guerra propagandistica tentò di contrapporsi all’offensiva, letteraria e culturale, del nazionalismo unitario, difendendo il valore politico del brigantaggio e combinandolo con le ragioni della dinastia borbonica. Nel maggio del 1861 fu pubblicato dai sostenitori borbonici l’Appello ai Popoli delle Due Sicilie nel quale furono acclamate le vittorie dell’anno precedente e si invocò ai Borbone per salvare il Mezzogiorno.[19] L’intento borbonico era quello di sostituire l’idea del brigantaggio denunciato come puro fenomeno criminale con l’idea di un fenomeno sociale e politico, partito dal popolo stesso, marcandone i caratteri indipendentistici, così cari alle politiche risorgimentali. Altro elemento centrale della propaganda fu il tentativo di screditare, agli occhi dei nuovi sudditi del Meridione, l’immagine del nuovo Stato e dell’esercito, prima sabaudo e poi italiano, accusati di essere incapaci di gestire il Mezzogiorno.[20] Complici di ciò furono le politiche di pura repressione adottate dal Governo italiano, come ad esempio la legge Pica del 1863.
Per quanto imponente, tutto l’impianto propagandistico della guerra patriottica borbonica mostrava lacune enormi e professava un falso nazionalismo contrastato da sempre dalla dinastia dei Borbone. Non disponeva di un progetto intellettuale capace di andare oltre il modello dell’ Ancien Régime, ormai superato in tutta Europa, rifiutando la minima forma di costituzionalismo all’interno di esso. D’altro canto, lo status legale del brigantaggio fu da sempre praticamente inesistente, rappresentato e riconosciuto come fenomeno criminale e meramente strumentalizzato dai Borbone e dalla Chiesa. La stessa stampa borbonica e papale ne esaltava le gesta e i valori, ma allo stesso tempo lo dissociava dalla figura di Francesco II[21] e del Papa.
Le leggi speciali contro il brigantaggio
Il 29 gennaio 1863, arrivò in Irpinia la Commissione d’inchiesta sul brigantaggio composta da nove deputati: Saffi e Romeo appartenenti alla Sinistra democratica; Sirtori, ex generale garibaldino; Castagnola e Bixio, rattazziani; Argentino, indipendente di sinistra; Morelli, Ciccone e Massari, moderati. La commissione iniziò fin da subito ad analizzare il fenomeno, recandosi in tutte le province meridionali. A metà marzo era già di ritorno a Torino. Il 3, 4 e 5 maggio la Camera si riunì, in comitato segreto, per ascoltare la relazione finale di Massari e Castagnola. La commissione Massari riconosceva come causa del brigantaggio la condizione sociale della quale era responsabile lo stato borbonico. Il parere della commissione, alla fine dei lavori, fu quella di proporre la promulgazione di una legislazione elaborata appositamente per la lotta contro il brigantaggio.[22]
Così, il 15 agosto 1863, fu varata la legge Pica [23] che istituiva i tribunali militari a Potenza, Foggia, Avellino, Caserta, Benevento, Campobasso, Gaeta e l’Aquila con giurisdizione sui reati di brigantaggio; le milizie volontarie come supporto all’esercito nella caccia e i consigli inquisitori con il compito di stendere liste con i nominativi dei briganti. Il maggiore sforzo fu fatto per sradicare i legami sociali delle bande, che ancora contavano sull’appoggio di nobili locali, del clero e dei contadini. La legge puniva con la fucilazione o i lavori forzati a vita chiunque avesse opposto resistenza armata alla forza pubblica, la pena del domicilio coatto per gli oziosi, i vagabondi, i camorristi e i sospetti manutengoli. Inoltre, per i volontari e i collaboratori, furono stabilite taglie, ricompense e riconoscimenti, mentre per i pentiti sconti di pena e, in alcuni casi, l’amnistia. La legge 1409 sconfessava principi costituzionali e diritti inalienabili del cittadino, quindi la sua validità fu circoscritta al solo anno del 1863. Tuttavia, i successi dell’applicazione della legge portarono ad una sua proroga fino al febbraio 1864. Per quanto efficace contro i briganti, la legge mostrò da subito iniquità e ingiustizie causate dalle sentenze sbrigative e non confermate. Spesso ai cittadini bastava denunciare come briganti i nemici personali con il fine di saldare conti privati, mentre l’esercito e la giustizia militare non si occupavano di distinguere verità e calunnie. Il 7 febbraio 1864 fu varata la legge Peruzzi, con applicazione fino al 30 aprile 1864, ma che rimase operativa fino al 31 dicembre 1865. Essa apportava diverse modifiche alla legge Pica rendendola giuridicamente più corretta: fu, infatti, ammessa la difesa, tramite avvocati privati o patrocinati, degli accusati; furono estese le misure preventive alle province siciliane; fu prolungato il domicilio coatto a due anni e vennero riconosciuti ulteriori benefici ai combattenti contro il brigantaggio in materia pensionistica[24].
La storiografia
La stessa trattazione storiografica del brigantaggio postunitario si è sviluppata ed evoluta adattandosi alle diverse correnti ideologiche e politiche presenti nella costruzione della memoria nazionale italiana. Le narrazioni sul fenomeno si diversificano analizzando gli eventi come puro fenomeno di criminalità diffusa o come rappresentazione di una resistenza legittima all’unificazione forzata. La prima storiografia successiva all’Unificazione italiana concentrò la propria attenzione sul carattere prettamente criminale del brigantaggio, non lasciando alcuno spazio d’analisi alle componenti sociali e politiche. Il punto di svolta si ebbe grazie allo storico Benedetto Croce che vide nel brigantaggio non solo la violenza di singoli individui, ma un complesso fenomeno sociale e politico, alimentato da fattori economici, sociali e culturali. Tuttavia, lo storico ritenette che il brigantaggio fu una difficoltà da superare per l'attuazione del progetto italiano, pur criticando le misure eccessivamente aggressive, come le leggi speciali, adottate dall’esercito e dal governo italiano per estirpare la piaga brigantesca.[25] La complessità del fenomeno aprì la strada, nello stesso Novecento, a nuove interpretazioni storiche che posero la lotta di classe come elemento fondante del brigantaggio. Il lavoro dello storico Franco Molfese adottò ed analizzò all’interno di molti scritti la questione brigantesca postunitaria in chiave marxista rintracciando la disuguaglianza sociale come sorgente del fenomeno.[26] Se pur ben fondata la visione del brigantaggio come rappresentazione di lotta di classe pone un paraocchio, limitando lo sguardo sulle altre caratteristiche centrali dello stesso argomento.
Solo recentemente il fenomeno del brigantaggio ha subito un’analisi complessiva dando luce a scritti come quelli di Carmine Pinto che riusciranno a rappresentare la complessità dell’argomento e, quindi, a valorizzare tutti gli elementi fondanti di esso.[27][28] Inoltre, questo tipo di trattazione si contrappone ad un'altra corrente di pensiero e di letteratura diffusasi principalmente negli anni Novanta: il neoborbonismo. La corrente di pensiero e politica del neoborbonismo vede nelle figure dei briganti dei veri e propri martiri nazionali, caduti per mano dell'invasore piemontese. Spesso, purtroppo, gli autori di questa corrente non hanno mostrato una correttezza intellettuale arrivando ad omettere o a compromettere le fonti, con il fine ultimo di avvalorare le proprie tesi e convinzioni.
Note
- ↑ Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. VII, pp. 246-247, Torino, Stamperia Reale, 1863.
- ↑ MASSARI GIUSEPPE, Il Brigantaggio Nelle Province, Relazione Della Commissione D'inchiesta Parlamentare, p.20, Milano, Fratelli Ferrario, 1863.
- ↑ MASSARI GIUSEPPE, Il Brigantaggio Nelle Province, Relazione Della Commissione D'inchiesta Parlamentare, pp.17- 47, Milano, Fratelli Ferrario, 1863.
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, pp. 257-267, Roma-Bari, Laterza, 2019.?
- ↑ Ivi, pp.87-88.
- ↑ Ivi, pp. 229-244.
- ↑ Ivi, pp.159-174.
- ↑ Ivi, pp.113-118.
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, p. 89, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ Carmine Pinto, Il brigante e il generale. La guerra di Carmine Crocco e Emilio Pallavicini di Priola, p. 67, Roma-Bari, Laterza, 2022.
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, pp.292-311, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. IV, pp. 668-670, Torino, Stamperia Reale, 1862.
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, pp. 257-267, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. IV, pp. 663-667, Torino, Stamperia Reale, 1862.
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- ↑ Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. IV, pp. 663-667, Torino, Stamperia Reale, 1862.
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, pp. 192-200, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ https://www.treccani.it/enciclopedia/cala-ulloa-pietro-duca-di-lauria-marchese-di-favale-e-rotondella_(Dizionario-Biografico)/?search=CAL%C3%80%20ULL%C3%92A%2C%20Pietro%2C%20duca%20di%20Lauria%2C%20marchese%20di%20Favale%20e%20Rotondella%2F
- ↑ Ivi, p. 195.
- ↑ Ivi, pp. 192-200.
- ↑ https://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-ii-di-borbone-re-delle-due-sicilie_(Dizionario-Biografico)/
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, pp. 140-149, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. VII, pp 1364-1367, Torino, Stamperia Reale, 1863.
- ↑ Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. IX, pp 168-172, Torino, Stamperia Reale, 1864.
- ↑ Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari, Editori Laterza, 1925.
- ↑ Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità, Milano, Feltrinelli, 1966.
- ↑ Carmine Pinto, La guerra per il mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Roma-Bari, Laterza, 2019.
- ↑ Carmine Pinto, Il brigante e il generale. La guerra di Carmine Crocco e Emilio Pallavicini di Priola, Roma-Bari, Laterza, 2022.
Bibliografia
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- Giuseppe Massari, Il Brigantaggio Nelle Province Napoletane: Relazione Della Commissione D'inchiesta Parlamentare, Milano, Fratelli Ferrario, 1863.
- Carmine Pinto, Il brigante e il generale. La guerra di Carmine Crocco e Emilio Pallavicini di Priola, Roma-Bari, Laterza, 2022.
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- Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. IV, Torino, Stamperia Reale, 1862. https://www.gazzettaufficiale.it/
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Sitografia
- https://www.gazzettaufficiale.it/ Ultima consultazione, 07/01/2026.
- https://www.treccani.it/biografico/ Ultima consultazione, 07/01/2026.