Tandava
La tandava è la danza del dio indù Śiva, intesa come espressione simbolica del movimento cosmico.

Descrizione
La Tandava è concepita come una danza cosmica che esprime il carattere dinamico dell’universo. Attraverso il movimento ritmico, essa rappresenta un processo continuo di creazione e distruzione, intesi come aspetti complementari di un unico ciclo cosmico.
In questa prospettiva, la danza non è associata al caos o alla violenza, ma a un equilibrio dinamico, nel quale il mutamento costituisce un principio di ordine e di continuità. La distruzione non assume pertanto un valore puramente negativo, ma è intesa come condizione necessaria al rinnovamento del cosmo.
Questa concezione trova una formulazione iconografica nella figura di Śiva Natarāja, il dio danzante. Nell’immagine di Natarāja, la postura del corpo e gli attributi simbolici concorrono a rappresentare una visione del mondo fondata sul movimento ritmico e sul divenire, piuttosto che sulla staticità.[1]
La Tandava nella teoria della danza
Nel Nāṭya Śāstra, trattato fondamentale della teoria del teatro e della danza attribuito a Bharata Muni, il termine Tandava non è presentato come una danza mitologica autonoma legata alla figura di Śiva. Il testo si concentra invece sulla descrizione della danza in quanto nṛtta, ossia danza pura, caratterizzata da movimento ritmico e privo di contenuto narrativo o emotivo specifico.
Il Nāṭya Śāstra descrive la danza attraverso una codificazione tecnica basata su unità di movimento quali i karaṇa e le aṅgahāra, che costituiscono la base della pratica coreutica e scenica. In questo contesto, il trattato distingue diverse qualità del movimento, senza stabilire un collegamento esplicito tra tali categorie e una specifica figura divina.
Il collegamento tra la dimensione tecnica della danza e la figura di Śiva danzante emerge nella tradizione esegetica successiva. Nei commentari al Nāṭya Śāstra, la danza viene interpretata anche in chiave simbolica e cosmologica, integrando la teoria estetica del testo con una lettura di matrice śivaita.
In questo quadro, la Tandava può essere intesa come una categoria estetica e cinetica, sviluppata a partire dalla teoria della danza e successivamente rielaborata in ambito religioso e simbolico, piuttosto che come una narrazione mitologica originaria del Nāṭya Śāstra.[2][3]
Terminologia e distinzioni concettuali
Nel contesto della teoria e della pratica della danza indiana, il termine Tandava è strettamente connesso a una serie di distinzioni concettuali che riguardano le modalità del movimento e le sue funzioni espressive. In particolare, la riflessione teorica distingue tra nṛtta, nṛtya e nāṭya, categorie fondamentali per comprendere il significato della danza all’interno dei trattati classici.
Il nṛtta designa la danza pura, caratterizzata da movimento ritmico e astratto, privo di contenuto narrativo o emotivo determinato. In questo ambito, l’attenzione è rivolta alla qualità del movimento, alla struttura ritmica e alla precisione formale dei gesti. La Tandava, nella sua accezione teorica, è spesso associata a questa dimensione, in quanto espressione di energia, vigore e dinamismo corporeo.
Il nṛtya introduce una componente espressiva e comunicativa, in cui il movimento è accompagnato da significati simbolici ed emotivi. Sebbene la Tandava non sia identificata primariamente con questa dimensione, la tradizione interpretativa successiva ha talvolta integrato elementi espressivi nella rappresentazione della danza di Śiva, soprattutto in ambito performativo e iconografico.
Il nāṭya comprende infine la dimensione drammatica e teatrale, in cui danza, musica e recitazione concorrono alla rappresentazione di contenuti narrativi complessi. In questo contesto, la Tandava non assume il ruolo di forma drammatica autonoma, ma permane come principio stilistico e cinetico che può informare la qualità del movimento scenico.
Accanto a queste distinzioni, la tradizione teorica oppone spesso la Tandava alla Lāsya, intesa come modalità di movimento più morbida, fluida e armoniosa. Tale opposizione non va interpretata come dicotomia rigida, ma come polarità espressiva funzionale alla varietà estetica della danza, come emerge sia nel Nāṭya Śāstra sia nella sua tradizione esegetica.
Nel loro insieme, queste distinzioni contribuiscono a chiarire come la Tandava non indichi un’unica forma coreutica definita, ma piuttosto un insieme di qualità del movimento, che trovano applicazione tanto nella teoria della danza quanto nelle successive elaborazioni simboliche e iconografiche legate alla figura di Śiva.[4][5]
Le azioni di Śiva rappresentate
Nella rappresentazione iconografica di Śiva Natarāja, la danza è intesa come manifestazione simbolica delle azioni cosmiche attraverso cui il dio regola il processo del divenire. La danza non raffigura un episodio mitologico specifico, ma rende visibile, attraverso il movimento e i gesti, il funzionamento stesso dell’universo.
Nella tradizione śivaita, tali azioni sono sistematizzate nel concetto delle cinque azioni cosmiche (pañcakṛtya), che comprendono la creazione (sṛṣṭi), la conservazione (sthiti), la distruzione (saṃhāra), l’occultamento (tirobhāva) e la grazia o liberazione (anugraha). Questo schema dottrinale fornisce una chiave interpretativa per comprendere il significato simbolico della danza di Śiva nella sua forma iconografica.
Nella figura di Natarāja, tali funzioni sono espresse attraverso gli attributi e la postura del corpo: il tamburo (ḍamaru) allude al principio generativo e all’origine del ritmo cosmico; il fuoco rappresenta il processo di dissoluzione e trasformazione; il piede sollevato indica la possibilità della liberazione, mentre la figura schiacciata sotto il piede del dio è interpretata come simbolo dell’ignoranza o dell’illusione che vela la realtà ultima.
In questa prospettiva, la Tandava non è riducibile a un gesto puramente distruttivo, ma si configura come una sintesi simbolica delle funzioni cosmiche di Śiva, attraverso cui il ciclo del divenire è espresso in forma visiva e ritmica. La danza diventa così un principio ordinatore, in cui movimento, tempo e trascendenza risultano inscindibilmente connessi.[6][7]
- ↑ A. K. Coomaraswamy, The Dance of Siva, in The Dance of Śiva. Fourteen Indian Essays, New York, Sunwise Turn, 1918, pp. 56–66.
- ↑ Bharata Muni, Nāṭya Śāstra, cap. IV, sezione sulla danza (nṛtta).
- ↑ Abhinavagupta, Abhinavabhāratī, commento al Nāṭya Śāstra, capp. IV–V.
- ↑ J. C. Harle, The Art and Architecture of the Indian Subcontinent, New Haven–London, Yale University Press, capp. dedicati all’arte dell’India meridionale e alla dinastia Chola.
- ↑ Kapila Vatsyayan, The Heritage of Indian Art, New Delhi, Abhinav Publications, sezioni dedicate alla danza e alla concezione dinamica delle arti indiane.
- ↑ A. K. Coomaraswamy, Śiva and the Dance, in History of Indian and Indonesian Art, London, Edward Goldston, 1927, sezione dedicata a Śiva Natarāja e alla danza.
- ↑ Stella Kramrisch, The Presence of Śiva, Princeton, Princeton University Press, 1981, capp. dedicati a Śiva Natarāja e al pañcakṛtya.