Tandava: differenze tra le versioni

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== La Tandava nella teoria della danza ==
== La Tandava nella teoria della danza ==
Nel ''Nāṭya Śāstra'', trattato fondamentale della teoria del teatro e della danza attribuito a Bharata Muni, il termine ''Tandava'' non è presentato come una danza mitologica autonoma legata alla figura di Śiva. Il testo si concentra invece sulla descrizione della danza in quanto ''nṛtta'', ossia danza pura, caratterizzata da movimento ritmico e privo di contenuto narrativo o emotivo specifico.  
Il ''Nāṭya Śāstra'', trattato fondamentale della teoria del teatro e della danza attribuito a Bharata Muni, è un testo composito la cui redazione viene generalmente collocata dagli studiosi in un arco temporale compreso tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C. Nel Nāṭya Śāstra, il termine ''Tandava'' non è presentato come una danza mitologica autonoma legata alla figura di Śiva. Il testo si concentra invece sulla descrizione della danza in quanto ''nṛtta'', ossia danza pura, caratterizzata da movimento ritmico e privo di contenuto narrativo o emotivo specifico.<ref>Bharata Muni, ''Nāṭya Śāstra'', cap. IV, sezione sulla danza (''nṛtta'').</ref>


Il Nāṭya Śāstra descrive la danza attraverso una codificazione tecnica basata su unità di movimento quali i ''karaṇa'' e le ''aṅgahāra'', che costituiscono la base della pratica coreutica e scenica. In questo contesto, il trattato distingue diverse qualità del movimento, senza stabilire un collegamento esplicito tra tali categorie e una specifica figura divina.  
Il ''Nāṭya Śāstra'' descrive la danza attraverso una codificazione tecnica basata su unità di movimento quali i ''karaṇa'' e le ''aṅgahāra'', che costituiscono la base della pratica coreutica e scenica. In questo contesto, il trattato distingue diverse modalità e qualità del movimento, senza stabilire un collegamento esplicito tra tali forme danzate e una specifica figura divina.


Il collegamento tra la dimensione tecnica della danza e la figura di Śiva danzante emerge nella tradizione esegetica successiva. Nei commentari al Nāṭya Śāstra, la danza viene interpretata anche in chiave simbolica e cosmologica, integrando la teoria estetica del testo con una lettura di matrice śivaita.  
Il collegamento tra la dimensione tecnica della danza e la figura di Śiva danzante emerge nella tradizione esegetica successiva. Nei commentari al ''Nāṭya Śāstra'', in particolare nell’Abhinavabhāratī di Abhinavagupta, la danza viene interpretata anche in chiave simbolica e cosmologica, integrando la teoria estetica del testo con una lettura di matrice scivaita.</ref><ref>Vatsyayan, ''The Heritage of Indian Art'', sezioni dedicate alla danza e alla concezione dinamica delle arti indiane.</ref>


In questo quadro, la Tandava può essere intesa come una categoria estetica e cinetica, sviluppata a partire dalla teoria della danza e successivamente rielaborata in ambito religioso e simbolico, piuttosto che come una narrazione mitologica originaria del Nāṭya Śāstra.<ref>Bharata Muni, ''Nāṭya Śāstra'', cap. IV, sezione sulla danza (''nṛtta'').</ref><ref>Abhinavagupta, ''Abhinavabhāratī'', capp. IV–V.</ref>
In questo quadro, il termine ''Tandava'' può essere inteso non come una forma coreutica distinta o codificata separatamente, ma come una qualificazione del movimento danzato, associata a determinate modalità cinetiche e ritmiche, che la tradizione successiva ha progressivamente caricato di significati religiosi e cosmologici. La Tandava non costituisce pertanto una forma danzata mitologica originariamente codificata nel ''Nāṭya Śāstra'', ma il risultato di una rielaborazione interpretativa sviluppatasi a partire dalla teoria del nṛtta.<ref>Abhinavagupta, ''Abhinavabhāratī'', capp. IV–V.</ref>


== Terminologia e distinzioni concettuali ==
== Terminologia e distinzioni concettuali ==
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Accanto a queste distinzioni, la tradizione teorica oppone spesso la Tandava alla ''Lāsya'', intesa come modalità di movimento più morbida, fluida e armoniosa. Tale opposizione non va interpretata come dicotomia rigida, ma come polarità espressiva funzionale alla varietà estetica della danza, come emerge sia nel Nāṭya Śāstra sia nella sua tradizione esegetica.  
Accanto a queste distinzioni, la tradizione teorica oppone spesso la Tandava alla ''Lāsya'', intesa come modalità di movimento più morbida, fluida e armoniosa. Tale opposizione non va interpretata come dicotomia rigida, ma come polarità espressiva funzionale alla varietà estetica della danza, come emerge sia nel Nāṭya Śāstra sia nella sua tradizione esegetica.  


Nel loro insieme, queste distinzioni contribuiscono a chiarire come la Tandava non indichi un’unica forma coreutica definita, ma piuttosto un insieme di qualità del movimento, che trovano applicazione tanto nella teoria della danza quanto nelle successive elaborazioni simboliche e iconografiche legate alla figura di Śiva.<ref>Harle, ''The Art and Architecture of the Indian Subcontinent'', capp. dedicati all’arte dell’India meridionale e alla dinastia Chola. </ref><ref>Vatsyayan, ''The Heritage of Indian Art'', sezioni dedicate alla danza e alla concezione dinamica delle arti indiane.</ref>
Nel loro insieme, queste distinzioni contribuiscono a chiarire come la Tandava non indichi un’unica forma coreutica definita, ma piuttosto un insieme di qualità del movimento, che trovano applicazione tanto nella teoria della danza quanto nelle successive elaborazioni simboliche e iconografiche legate alla figura di Śiva.<ref>Harle, ''The Art and Architecture of the Indian Subcontinent'', capp. dedicati all’arte dell’India meridionale e alla dinastia Chola.


== Le azioni di Śiva rappresentate ==
== Le azioni di Śiva rappresentate ==

Versione delle 15:37, 3 gen 2026

Tandava è la danza del dio indù Śiva, intesa come espressione simbolica del movimento cosmico.

Śiva Natarāja.

Descrizione

La Tandava è concepita come una danza cosmica che esprime il carattere dinamico dell’universo. Attraverso il movimento ritmico, essa rappresenta un processo continuo di creazione e distruzione, intesi come aspetti complementari di un unico ciclo cosmico.

In questa prospettiva, la danza non è associata al caos o alla violenza, ma a un equilibrio dinamico, nel quale il mutamento costituisce un principio di ordine e di continuità. La distruzione non assume pertanto un valore puramente negativo, ma è intesa come condizione necessaria al rinnovamento del cosmo.

Dal punto di vista pratico, la Tandava non costituisce una danza codificata in una sequenza fissa di passi, ma un principio performativo che si manifesta attraverso specifiche qualità del movimento. Essa è caratterizzata da posture stabili e radicate, da un uso marcato del ritmo e dei battiti dei piedi, da movimenti energici e angolari e da un’alternanza tra immobilità e dinamismo.

Nella pratica, la Tandava non viene eseguita come danza autonoma, ma trova espressione in diverse forme della danza classica indiana, come il Bharatanāṭyam, il Kathakali e l’Odissi, dove il termine Tandava indica una qualità energetica e simbolica del movimento, spesso associata alla figura di Śiva.[1]

La Tandava nella teoria della danza

Il Nāṭya Śāstra, trattato fondamentale della teoria del teatro e della danza attribuito a Bharata Muni, è un testo composito la cui redazione viene generalmente collocata dagli studiosi in un arco temporale compreso tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C. Nel Nāṭya Śāstra, il termine Tandava non è presentato come una danza mitologica autonoma legata alla figura di Śiva. Il testo si concentra invece sulla descrizione della danza in quanto nṛtta, ossia danza pura, caratterizzata da movimento ritmico e privo di contenuto narrativo o emotivo specifico.[2]

Il Nāṭya Śāstra descrive la danza attraverso una codificazione tecnica basata su unità di movimento quali i karaṇa e le aṅgahāra, che costituiscono la base della pratica coreutica e scenica. In questo contesto, il trattato distingue diverse modalità e qualità del movimento, senza stabilire un collegamento esplicito tra tali forme danzate e una specifica figura divina.

Il collegamento tra la dimensione tecnica della danza e la figura di Śiva danzante emerge nella tradizione esegetica successiva. Nei commentari al Nāṭya Śāstra, in particolare nell’Abhinavabhāratī di Abhinavagupta, la danza viene interpretata anche in chiave simbolica e cosmologica, integrando la teoria estetica del testo con una lettura di matrice scivaita.</ref>[3]

In questo quadro, il termine Tandava può essere inteso non come una forma coreutica distinta o codificata separatamente, ma come una qualificazione del movimento danzato, associata a determinate modalità cinetiche e ritmiche, che la tradizione successiva ha progressivamente caricato di significati religiosi e cosmologici. La Tandava non costituisce pertanto una forma danzata mitologica originariamente codificata nel Nāṭya Śāstra, ma il risultato di una rielaborazione interpretativa sviluppatasi a partire dalla teoria del nṛtta.[4]

Terminologia e distinzioni concettuali

Nel contesto della teoria e della pratica della danza indiana, il termine Tandava è strettamente connesso a una serie di distinzioni concettuali che riguardano le modalità del movimento e le sue funzioni espressive. In particolare, la riflessione teorica distingue tra nṛtta, nṛtya e nāṭya, categorie fondamentali per comprendere il significato della danza all’interno dei trattati classici.

Il nṛtta designa la danza pura, caratterizzata da movimento ritmico e astratto, privo di contenuto narrativo o emotivo determinato. In questo ambito, l’attenzione è rivolta alla qualità del movimento, alla struttura ritmica e alla precisione formale dei gesti. La Tandava, nella sua accezione teorica, è spesso associata a questa dimensione, in quanto espressione di energia, vigore e dinamismo corporeo.

Il nṛtya introduce una componente espressiva e comunicativa, in cui il movimento è accompagnato da significati simbolici ed emotivi. Sebbene la Tandava non sia identificata primariamente con questa dimensione, la tradizione interpretativa successiva ha talvolta integrato elementi espressivi nella rappresentazione della danza di Śiva, soprattutto in ambito performativo e iconografico.

Il nāṭya comprende infine la dimensione drammatica e teatrale, in cui danza, musica e recitazione concorrono alla rappresentazione di contenuti narrativi complessi. In questo contesto, la Tandava non assume il ruolo di forma drammatica autonoma, ma permane come principio stilistico e cinetico che può informare la qualità del movimento scenico.

Accanto a queste distinzioni, la tradizione teorica oppone spesso la Tandava alla Lāsya, intesa come modalità di movimento più morbida, fluida e armoniosa. Tale opposizione non va interpretata come dicotomia rigida, ma come polarità espressiva funzionale alla varietà estetica della danza, come emerge sia nel Nāṭya Śāstra sia nella sua tradizione esegetica.

Nel loro insieme, queste distinzioni contribuiscono a chiarire come la Tandava non indichi un’unica forma coreutica definita, ma piuttosto un insieme di qualità del movimento, che trovano applicazione tanto nella teoria della danza quanto nelle successive elaborazioni simboliche e iconografiche legate alla figura di Śiva.Errore nelle note: </ref> di chiusura mancante per il marcatore <ref>[5]

Tandava e iconografia: diffusione storica

Le prime attestazioni iconografiche della figura di Śiva danzante si collocano nel contesto dell’arte indiana tardo-antica, in un periodo in cui l’elaborazione simbolica delle divinità induiste si accompagna a una progressiva codificazione delle forme figurative. In queste prime rappresentazioni, la danza non appare ancora pienamente sistematizzata, ma è già associata al dinamismo del corpo divino e al movimento ritmico come principio cosmico.

È soprattutto nell’India meridionale che l’immagine di Śiva Natarāja assume una forma iconografica stabile. A partire dall’alto medioevo, la figura del dio danzante viene progressivamente canonizzata attraverso una serie di elementi ricorrenti, quali la postura dinamica, il cerchio di fiamme, il tamburo e il fuoco, che contribuiscono a rendere visibile il significato cosmologico della danza.

Un ruolo centrale in questo processo è svolto dalla produzione artistica della dinastia Chola (IX–XIII secolo), durante la quale la rappresentazione di Śiva Natarāja raggiunge una particolare diffusione e un alto grado di raffinatezza formale. I celebri bronzi Chola, destinati sia al culto templare sia alle processioni rituali, fissano un modello iconografico destinato a esercitare un’influenza duratura sull’arte dell’India meridionale.

In questo contesto, la Tandava non è rappresentata come un episodio narrativo, ma come una forma simbolica atemporale, in cui il gesto del dio sintetizza le funzioni cosmiche attribuite a Śiva. La stabilizzazione dell’immagine di Natarāja contribuisce così a consolidare l’associazione tra danza, cosmologia e divinità, favorendo la diffusione di questo modello iconografico anche al di fuori dell’area di origine.

Ricezione moderna e studi contemporanei

A partire dal XX secolo, la Tandava e l’immagine di Śiva Natarāja sono state oggetto di una rinnovata attenzione negli studi di indologia, storia dell’arte e teoria della danza. In questo contesto, la danza di Śiva è stata interpretata come una sintesi simbolica capace di rendere visibile il rapporto tra movimento, tempo e ordine cosmico, contribuendo a una lettura non puramente mitologica delle forme artistiche indiane.

Nella riflessione storiografica moderna, l’iconografia di Natarāja è stata assunta come esempio paradigmatico della concezione dinamica dell’universo propria dell’arte indiana. Tale approccio ha favorito una comprensione della Tandava come principio strutturante, in cui il gesto e il ritmo assumono un valore conoscitivo oltre che estetico.

Studi successivi hanno ulteriormente sviluppato questa prospettiva, inserendo la Tandava all’interno di una visione più ampia delle arti indiane come forme interrelate. In particolare, la danza è stata analizzata come luogo di convergenza tra corpo, spazio e cosmologia, in cui il movimento diviene strumento privilegiato per articolare concetti astratti quali ordine, trasformazione e continuità.

In questo quadro, la ricezione moderna della Tandava non si limita alla descrizione di una tradizione iconografica o performativa, ma contribuisce a definire un modello interpretativo attraverso cui l’arte indiana viene compresa come sistema dinamico, fondato sul ritmo e sulla relazione tra microcosmo e macrocosmo.

Note

  1. Coomaraswamy, The Dance of Siva, pp. 56–66.
  2. Bharata Muni, Nāṭya Śāstra, cap. IV, sezione sulla danza (nṛtta).
  3. Vatsyayan, The Heritage of Indian Art, sezioni dedicate alla danza e alla concezione dinamica delle arti indiane.
  4. Abhinavagupta, Abhinavabhāratī, capp. IV–V.
  5. Kramrisch, The Presence of Śiva, capp. dedicati a Śiva Natarāja e al pañcakṛtya.

Bibliografia

  • Ananda Kentish Muthu Coomaraswamy, The Dance of Siva, in The Dance of Śiva. Fourteen Indian Essays, New York, Sunwise Turn, 1918, pp. 56–66.
  • Bharata Muni, Nāṭya Śāstra, cap. IV, sezione sulla danza (nṛtta).
  • Abhinavagupta, Abhinavabhāratī, commento al Nāṭya Śāstra, capp. IV–V.
  • James C. Harle, The Art and Architecture of the Indian Subcontinent, New Haven–London, Yale University Press, capp. dedicati all’arte dell’India meridionale e alla dinastia Chola.
  • Kapila Vatsyayan, The Heritage of Indian Art, New Delhi, Abhinav Publications, sezioni dedicate alla danza e alla concezione dinamica delle arti indiane.
  • Ananda Kentish Muthu Coomaraswamy, Śiva and the Dance, in History of Indian and Indonesian Art, London, Edward Goldston, 1927, sezione dedicata a Śiva Natarāja e alla danza.
  • Stella Kramrisch, The Presence of Śiva, Princeton, Princeton University Press, 1981, capp. dedicati a Śiva Natarāja e al pañcakṛtya.