Incidenti da esposizione involontaria a materiali radioattivi: differenze tra le versioni

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Gli incidenti da esposizione involontaria a materiali radioattivi sono eventi non intenzionali che comportano l'esposizione di persone, di animali o dell’ambiente a livelli di radiazioni ionizzanti superiori ai limiti di sicurezza.
Gli incidenti da esposizione involontaria a materiali radioattivi sono eventi non intenzionali che comportano l’esposizione di persone, di animali o dell’ambiente a livelli di radiazioni ionizzanti superiori ai limiti di sicurezza.
 
==Definizione==
==Definizione==
 
Nel linguaggio tecnico, gli incidenti derivanti dall'esposizione involontaria a materiali radioattivi rientrano nella categoria degli "incidenti radiologici".  
Nel linguaggio tecnico, gli incidenti derivanti dall'esposizione involontaria a materiali radioattivi rientrano nella categoria degli "incidenti radiologici".  
Tali incidenti possono derivare dalla perdita, dalla dispersione o dalla manipolazione impropria di sorgenti radioattive, e possono verificarsi in ambiti industriali, medici o a seguito di azioni illecite, come il traffico illegale di materiali radioattivi. <ref> L. Cerezo, «Radiation accidents and incidents. What do we know about the medical management of acute radiation syndrome?,» vol. 16, n. 4, 2011. </ref> <br>
Tali incidenti possono derivare dalla perdita, dalla dispersione o dalla manipolazione impropria di sorgenti radioattive, e possono verificarsi in ambiti industriali, medici o a seguito di azioni illecite, come il traffico illegale di materiali radioattivi. <ref>Cerezo, ''Radiation accidents and incidents. What do we know about the medical management of acute radiation syndrome?'', p. 119, 2011.</ref><br>
La storia ha documentato numerosi casi in cui individui ignari hanno trovato e maneggiato materiali radioattivi senza protezione, causando gravi conseguenze per la salute e l’ambiente.
 
==Cause comuni degli incidenti radiologici==
 
Numerosi fattori contribuiscono agli incidenti radiologici. Tra i più rilevanti rientra la gestione inadeguata delle sorgenti radioattive, soprattutto quando le apparecchiature contenenti isotopi ad alta attività vengono dismesse o trasferite senza adeguate comunicazioni all’autorità di controllo. L’abbandono di dispositivi in aree prive di sorveglianza può favorire l’accesso di persone ignare, a volte mosse dalla curiosità o dall’idea di rivendere il metallo come rottame.
 
Un ulteriore aspetto è la carenza di sistemi di sicurezza fisica. Locali in stato di abbandono, mancanza di lucchetti e segnaletica incomprensibile aumentano il rischio che le sorgenti vengano manomesse o smarrite. In diversi casi, l’assenza di etichette chiare e di registri aggiornati rende difficile tracciare i dispositivi nel tempo, vanificando i controlli. Anche le verifiche periodiche da parte di ispettori o tecnici qualificati possono essere perfette: questo impedisce di individuare sorgenti “orfane” (quelle non più sotto la responsabilità di un titolare autorizzato) e di ritirarle in sicurezza.


==Cause comuni degli incidenti da esposizione involontaria a materiali radioattivi==
Numerosi fattori contribuiscono agli incidenti Incidenti da esposizione involontaria a materiali radioattivi. Tra i più rilevanti rientra la gestione inadeguata delle sorgenti radioattive, soprattutto quando le apparecchiature contenenti isotopi ad alta attività vengono dismesse o trasferite senza adeguate comunicazioni all’autorità di controllo. L’abbandono di dispositivi in aree prive di sorveglianza può favorire l’accesso di persone ignare, a volte mosse dalla curiosità o dall’idea di rivendere il metallo come rottame.
Un ulteriore fattore è la carenza di sistemi di sicurezza fisica. Locali in stato di abbandono, mancanza di lucchetti e segnaletica incomprensibile aumentano il rischio che le sorgenti vengano manomesse o smarrite. In diversi casi, l’assenza di etichette chiare e di registri aggiornati rende difficile tracciare i dispositivi nel tempo, vanificando i controlli. Anche le verifiche periodiche da parte di ispettori o tecnici qualificati possono essere imperfette: questo impedisce di individuare sorgenti “orfane” (quelle non più sotto la responsabilità di un titolare autorizzato) e di ritirarle in sicurezza.
<ref>IAEA, ''The Radiological Accident in Goiânia'', pp. 87–91.</ref>
La bassa consapevolezza del pubblico circa il pericolo delle radiazioni aumenta la possibilità di un potenziale incidente. Chi entra in contatto con una sorgente radioattiva senza riconoscere il simbolo di pericolo potrebbe aprirne l’involucro o disseminare il materiale, come accaduto nel celebre caso di Goiânia, dove il cesio-137 in forma altamente solubile ha contaminato case e persone. Altri esempi mostrano come alcuni lavoratori, ritenendo le sorgenti un semplice scarto metallico da rivendere, ricorrano a metodi rudimentali (martelli, fiamme) per smontare i dispositivi, subendo esposizioni elevate e ripetute.
La bassa consapevolezza del pubblico circa il pericolo delle radiazioni aumenta la possibilità di un potenziale incidente. Chi entra in contatto con una sorgente radioattiva senza riconoscere il simbolo di pericolo potrebbe aprirne l’involucro o disseminare il materiale, come accaduto nel celebre caso di Goiânia, dove il cesio-137 in forma altamente solubile ha contaminato case e persone. Altri esempi mostrano come alcuni lavoratori, ritenendo le sorgenti un semplice scarto metallico da rivendere, ricorrano a metodi rudimentali (martelli, fiamme) per smontare i dispositivi, subendo esposizioni elevate e ripetute.
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', pp. 40–49.</ref>
All'assenza di piani di emergenza specifici si aggiunge spesso la mancanza di una rapida catena di comando, per cui possono trascorrere giorni prima che venga riconosciuto il rischio radiologico. Nei contesti in cui la politica o la paura dell’opinione pubblica impongono tempi di reazione incerti, le situazioni si complicano ulteriormente. Allo stesso tempo, scarsa informazione generale può ritardare gli interventi necessari ad arginare le esposizioni.
Eventi come l’abbandono di fonti in Georgia evidenziano infine l’importanza di etichettatura universale e di piani di soccorso internazionali. L’intervento dell’IAEA, per esempio, si è rivelato cruciale per il recupero di sorgenti in aree difficili da raggiungere. Tali episodi mostrano la necessità di standard di segnaletica riconosciuti globalmente e di una più ampia formazione del personale medico e civile, poiché la mancata correlazione tra sintomi (nausea, vomito, ustioni cutanee) e radioattività può ritardare la diagnosi e aumentare i danni alla salute.
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Lia, Georgia'', pp. 137–138.</ref>


Nell'assenza di piani di emergenza specifici si aggiunge spesso la mancanza di una rapida catena di comando, per cui possono trascorrere giorni prima che venga riconosciuto il rischio radiologico. Nei contesti in cui la politica o la paura dell’opinione pubblica impongono tempi di reazione incerti, le situazioni si complicano ulteriormente. Allo stesso tempo, scarsa informazione generale può ritardare gli interventi necessari ad arginare le esposizioni.
==Incidenti Noti==
===L’incidente di Goiânia, Brasile (1987)===
L’incidente di Goiânia del 1987 è considerato uno dei più gravi episodi di contaminazione radiologica. L’evento ebbe inizio quando alcuni individui recuperarono una sorgente da un’apparecchiatura per terapie mediche che era stata lasciata incustodita in una clinica dismessa. Il Cesio-137 appariva come una polvere luminosa di colore blu, suscitando curiosità e favorendone la disseminazione in diverse zone di Goiânia.
<ref>IAEA, ''The Radiological Accident in Goiânia'', pp. 1-3. </ref>


Eventi come l’abbandono di fonti in Georgia evidenziano infine l’importanza di etichettatura universale e di piani di soccorso internazionali. L’intervento dell’IAEA, ad esempio, si è rivelato cruciale per il recupero di sorgenti in aree difficili da raggiungere. Tali episodi mostrano la necessità di standard di segnaletica riconosciuti globalmente e di una più ampia formazione del personale medico e civile, poiché la mancata correlazione tra sintomi (nausea, vomito, ustioni cutanee) e radioattività può ritardare la diagnosi e aumentare i danni alla salute. <ref> Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), The Radiological Accident in Goiânia, Vienna, Austria: IAEA, 1988. pp. 87–91. <br> Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), The radiological accident in Samut Prakarn, Vienna, Austria: IAEA, 2002, pp.  40–49.<br> Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), The radiological accident in Lia, Georgia, Vienna, Austria: IAEA, 2014, pp. 137–138 </ref>
Le conseguenze sanitarie furono drammatiche: quattro persone morirono per esposizione acuta, mentre numerosi soggetti subirono ustioni e sindromi acute da radiazioni, con oltre duecento civili contaminati e un totale di circa 112.000 persone sottoposte a controlli. Gli interventi sanitari iniziali si concentrarono sull’individuazione e sull’isolamento dei soggetti più gravemente contaminati, con l’utilizzo di metodi di decontaminazione cutanea e di analisi dei campioni biologici per valutare l’assorbimento interno di radionuclidi.
<ref>IAEA, ''The Radiological Accident in Goiânia'', p. 41.</ref>
<ref>IAEA, ''The Radiological Accident in Goiânia'', pp. 48-51.</ref>


==Incidenti Noti==
Le autorità locali, affiancate dalla Commissione Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN) e dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), attivarono un programma di emergenza che incluse lo sgombero degli edifici interessati, il monitoraggio dei siti contaminati e la rimozione di ingenti quantità di rifiuti radioattivi. Per la bonifica fu necessario demolire alcune abitazioni e asportare grandi volumi di terreno superficiale, con un totale di circa 3500 m³ di materiali contaminati trasferiti in un sito di stoccaggio provvisorio, situato a 20 km di distanza dalla città.
<ref>IAEA, ''The Radiological Accident in Goiânia'', p. 63.</ref>
<ref>IAEA, ''The Radiological Accident in Goiânia'', pp. 80-82.</ref>
<ref>IAEA, ''The Radiological Accident in Goiânia'', p. 85.</ref>


===L’incidente di Goiânia (1987)===
In seguito all’evento emersero rilevanti criticità legate alla gestione delle sorgenti radioattive in disuso, all’assenza di procedure di sicurezza adeguate e alla scarsa informazione sui rischi della radioattività. Su queste basi vennero formulate varie raccomandazioni, fra cui la necessità di rafforzare i controlli sugli impianti dismessi, di creare piani di emergenza più completi e di sensibilizzare la popolazione in merito alla pericolosità delle sorgenti di radiazioni. L’incidente dimostrò infine l’importanza di una legislazione chiara e rigorosa, nonché la necessità di personale addestrato e di strutture pronte a far fronte a emergenze radiologiche di larga scala.
Nel settembre del 1987 a Goiânia in brasile, due individui entrarono in possesso di una sorgente di Cesio-137 da un apparecchio abbandonato di radioterapia di una clinica dismessa e abbandonata, ignari del pericolo, smantellarono la capsula, liberando una polvere luminosa di blu che attrasse la popolazione locale.
<ref>IAEA, ''The Radiological Accident in Goiânia'', pp. 86-89. </ref>


Ci fu una contaminazione diffusa, circa 112.000 persone furono controllate per possibili contaminazioni, di queste, 249 risultarono contaminate. Molte abitazioni e luoghi pubblici subirono gravi contaminazioni radioattive.
===L'Incidente di Samut Prakan, Thailandia (2000)===


Conseguenze sanitarie furono: la morte di quattro persone per esposizione acuta da radiazioni e almeno 20 necessitarono di cure intensive a causa di ustioni radioattive e sindrome acuta da radiazione.
L’incidente di Samut Prakan, avvenuto in Thailandia nel febbraio 2000, è considerato uno dei più gravi episodi di esposizione radiologica accidentale causati dalla gestione impropria di sorgenti mediche in disuso. L’evento ebbe inizio quando una sorgente di Cobalto-60, precedentemente impiegata in un’apparecchiatura per radioterapia ormai dismessa, fu sottratta da un deposito non autorizzato e successivamente venduta a un centro di raccolta di rottami metallici.
Le autorità brasiliane e l’AIEA intervennero isolando le aree contaminate e trattando le vittime; rimossero circa 3500 metri cubi di rifiuti radioattivi.  
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', pp. 1-7.</ref>
Furono identificate carenze nella gestione delle sorgenti radioattive dismesse, evidenziando la necessità di regolamenti rigorosi per prevenire incidenti simili. <ref> Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), The Radiological Accident in Goiânia, Vienna, Austria: IAEA, 1988.  pp. 1-24 </ref>


Gli operai del deposito, ignari del pericolo forzarono la schermatura usando strumenti comuni, rimuovendo involontariamente il materiale radioattivo. <ref>IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', pp. 8-10.</ref> Almeno dieci persone risultarono esposte a dosi significative di radiazioni: molte di esse manifestarono sin dai primi giorni nausea, vomito e gravi ustioni da radiazioni, oltre a una sensibile riduzione dei globuli bianchi. <ref>IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', pp. 11, 16-20.</ref>Quattro lavoratori, che avevano aperto la sorgente, subirono esposizioni particolarmente elevate e tre di loro, a causa della sindrome acuta da radiazioni e delle conseguenti infezioni settiche, morirono nel giro di poche settimane.
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', pp. 22-24.</ref>
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', p. 35.</ref>


===L'Incidente di Samut Prakan (2000)===
La scoperta dell’incidente si deve principalmente ai medici di un ospedale locale, che riconobbero i sintomi tipici di un’esposizione acuta e segnalarono la presenza di una sorgente radioattiva non sorvegliata.<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', p. 1,12. </ref> Le autorità thailandesi e l’Office of Atomic Energy for Peace (OAEP) coordinarono l’operazione di recupero: gli specialisti individuarono l’area contaminata e, dopo aver circoscritto il perimetro, adottarono procedure di sicurezza per isolare la sorgente, infine collocata in un contenitore schermato e trasferita in un deposito sicuro.  
Nel febbraio del 2000, a Samut Prakarn in Thailandia, una sorgente di Cobalto-60 di un’apparecchiatura medica dismessa fu rubata e venduta a un deposito di rottamazione. Gli operai, ignari del rischio, aprirono la capsula liberando il materiale radioattivo al suo interno.
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', pp. 18-20.</ref>
Almeno 10 persone furono esposte e contaminate, manifestando sintomi immediati come nausea e gravi ustioni; l’area del deposito risultò fortemente contaminata.
Sui 4 lavoratori, tre subirono ustioni gravi da radiazioni, richiedendo cure intensive che risultarono nella loro morte.
Ci fu una risposta internazionale, le autorità locali e la AIEA intervennero per la decontaminazione, cure mediche e miglioramento del controllo delle sorgenti orfane.  
L’insegnamenti principali ricevuti grazie all’accaduto erano: l’importanza della sorveglianza rigorosa, della formazione specifica per prevenire simili incidenti e una segnaletica sui materiali radioattivi. <ref> Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), The radiological accident in Samut Prakarn, Vienna, Austria: IAEA, 2002. pp. 8-23 </ref>


===L'incidente radiologico di Lia (Georgia, 2001)===
La vicenda portò a una revisione delle procedure nazionali in materia di sicurezza e tracciabilità delle sorgenti radioattive, evidenziando la necessità di un controllo più rigoroso e di una cooperazione costante tra le autorità di regolamentazione, i fornitori di apparecchiature e i centri sanitari.<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', pp. 46-48.</ref> Fra le raccomandazioni più urgenti emerse l’importanza di una segnaletica chiara e multilingue, di ispezioni periodiche e di piani d’emergenza efficaci, in grado di prevenire o di contenere prontamente incidenti analoghi.  
Nel dicembre del 2001, nel villaggio di Lia, in Georgia, tre abitanti trovarono due generatori termoelettrici a radioisotopi contenenti del Stronzio-90 abbandonati in una foresta. Ignari del pericolo, li utilizzarono per riscaldarsi, esponendosi direttamente alle radiazioni.
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', pp. 48-49.</ref>
Ci furono ripetute esposizioni ai materiali radioattivi che svilupparono sintomi quali nausea, vomito anche dopo poche ore dall’esposizione; due dei tre soggetti subirono gravi ustioni radioattive alla schiena.
Furono diagnosticati con una sindrome acuta da radiazione (ARS), due individui furono trasferiti in strutture specializzate in Francia e Russia. Uno morì dopo due anni a causa della complicazione della grave esposizione.
L’operazione del recupero delle sorgenti fu realizzata sotto condizioni logistiche e meteorologiche difficili e vide la collaborazione di esperti locali e dell’AIEA.
L’incidente mise in evidenza l’importanza della gestione appropriata delle sorgenti radioattive orfane e della formazione delle autorità locali per prevenire incidenti analoghi. <ref> Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), The radiological accident in Lia, Georgia, Vienna, Austria: IAEA, 2014. pp. 1-15 </ref>


==Misure preventive==
===L'incidente radiologico di Lia in Georgia (2001)===
La corretta gestione delle fonti radioattive rappresenta un aspetto cruciale per prevenire incidenti e dispersioni incontrollate di materiali pericolosi. In primo luogo, è fondamentale adottare procedure di sicurezza che stabiliscano una chiara responsabilizzazione di chi detiene tali materiali, supportate da regolamenti efficaci e controlli periodici da parte delle autorità competenti . Una legislazione ben strutturata, integrata da norme facilmente applicabili e sottoposta a verifiche regolari, riduce il rischio che le fonti rimangano incustodite o che vengano trasferite illegalmente in altri luoghi, come avvenne nella clinica abbandonata di Goiânia . Analogamente, il caso di Samut Prakarn ha evidenziato l’importanza di richiedere ai detentori di sorgenti radioattive l’obbligo di informare costantemente l’autorità di controllo sulla loro posizione e integrità, al fine di scongiurare furti e manomissioni. In Georgia, invece, la mancanza di contrassegni chiari e la dismissione irregolare delle fonti hanno portato a incidenti gravissimi, sottolineando la necessità di registri nazionali sempre aggiornati per localizzare e monitorare ogni dispositivo anche nel lungo periodo pp. 45-138.


Oltre al profilo legislativo, risulta decisivo semplificare le comunicazioni tra gestori di sorgenti, enti di vigilanza e organi di controllo. L’istituzione di sistemi di segnalazione periodica, volti a confermare l’integrità delle fonti, è uno strumento utile a rilevare eventuali anomalie o mancate notifiche . A tale scopo, si consiglia anche di definire modalità di etichettatura e marcatura delle attrezzature che risultino evidenti al grande pubblico, prevenendo che oggetti contenenti sostanze radioattive vengano scambiati per semplici materiali di recupero . Le stesse raccomandazioni emergono dall’analisi di Samut Prakarn, dove il rafforzamento della sorveglianza e della protezione fisica dei depositi temporanei, tramite sistemi di sicurezza e cartellonistica in lingua locale, risulta essenziale per inibire l’accesso di persone non autorizzate . Il caso georgiano, dal canto suo, conferma l’importanza dell’adozione di misure di sicurezza fisica (barriere, sensori di movimento) e di una segnaletica conforme a standard internazionali, affinché le aree a rischio siano chiaramente riconoscibili e protette (p. 47-138).
Nel dicembre del 2001, nel villaggio di Lia, in Georgia, tre abitanti trovarono in una foresta due generatori termoelettrici a radioisotopi (RTG) contenenti stronzio-90, abbandonati e in stato di disuso.<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Lia, Georgia'', pp. 1–3.</ref> Ignari della pericolosità, i tre uomini utilizzarono i dispositivi come fonti di calore per scaldarsi durante la notte, rimanendo esposti a significative dosi di radiazioni.


Un ulteriore elemento strategico è la formazione continua, unita a esercitazioni pratiche, per preparare gli operatori a gestire possibili incidenti, in particolare in contesti non strettamente nucleari come laboratori industriali o cliniche private . L’accidentale abbandono del macchinario a Goiânia evidenzia, infatti, quanto sia determinante istruire tanto i lavoratori quanto il pubblico su come riconoscere e segnalare la presenza di radiazioni, nonché pianificare procedure di intervento idonee in ogni circostanza . L’adozione di piani di emergenza chiari, con canali rapidi per l’allarme e la mobilitazione di squadre specializzate, risulta imprescindibile per intervenire prontamente e limitare le conseguenze di un’eventuale dispersione. Tali piani, se coordinati con le autorità di pubblica sicurezza e gli operatori sanitari a livello locale, assicurano una reazione tempestiva anche quando un dispositivo radioattivo viene manomesso o smontato in modo improprio (p. 45 91).
Dopo poche ore i tre uomini iniziarono a manifestare sintomi tipici dell’esposizione acuta, come nausea, vomito e spossatezza,<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Lia, Georgia'', pp. 6–7.</ref> mentre nelle settimane successive due di loro svilupparono gravi ustioni da radiazioni alla schiena. Le analisi mediche confermarono la diagnosi di sindrome acuta da radiazione (ARS); uno dei soggetti riportò danni tali da necessitare cure specializzate all’estero, e morì due anni più tardi a causa delle complicazioni collegate all’elevata esposizione.
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Lia, Georgia'', pp. 1, 22–23.</ref>


La creazione di registri nazionali e l’aggiornamento costante di tali elenchi consentono, inoltre, di limitare il fenomeno delle cosiddette “fonti orfane”, ossia dispositivi abbandonati o fuori controllo . Come si è visto in Georgia, quando tali fonti non sono tracciate adeguatamente possono causare gravi incidenti, soprattutto se rinvenute da lavoratori che non ne riconoscono il pericolo. Sensibilizzare settori chiave come la raccolta di rottami metallici, la logistica dei trasporti o la cantieristica è un fattore determinante per individuare precocemente eventuali sorgenti abbandonate e prevenire così esposizioni in aree densamente popolate (pp. 44–46, 137–138).
Le autorità georgiane e l’AIEA avviarono un’operazione di recupero dei generatori termoelettrici sotto condizioni climatiche avverse e in un’area montuosa di difficile accesso.<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Lia, Georgia'', pp. 25-28.</ref> Il personale incaricato adottò procedure di sicurezza per evitare ulteriori dispersioni o danni alla popolazione locale e riuscì a collocare le sorgenti radioattive in contenitori schermati, trasferendole in un sito sicuro.
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Lia, Georgia'', p. 23.</ref>


L’organizzazione di squadre specializzate, dotate di dispositivi di protezione adeguati e preparate tramite simulazioni, risulta essenziale per il contenimento e il recupero di sorgenti fuori controllo . Nel contempo, la collaborazione internazionale si rivela preziosa per gestire situazioni di emergenza, come dimostrato nel caso georgiano, in cui i pazienti esposti sono stati trasferiti in Francia e nella Federazione Russa per ricevere cure specialistiche. Infine, istruire i medici di base al riconoscimento dei sintomi delle sindromi da radiazioni e alla corretta segnalazione dei casi sospetti completa il quadro di prevenzione, garantendo una risposta più rapida e coordinata in situazioni critiche (pp 13-138).
L’incidente mise in evidenza la necessità di gestire in modo adeguato le sorgenti radioattive orfane, favorendo una formazione specifica delle autorità locali e delle squadre di emergenza.<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Lia, Georgia'', pp. 137-138.</ref> Il caso di Lia dimostrò inoltre l’importanza di un efficace sistema di sorveglianza e di recupero delle sorgenti abbandonate, al fine di prevenire incidenti analoghi e di tutelare la salute pubblica.


In definitiva, l’insieme di queste misure—un solido impianto legislativo, controlli periodici, registri aggiornati, formazione continua degli operatori, piani di emergenza ben strutturati e cooperazione internazionale—si configura come il migliore approccio per ridurre al minimo il rischio di incidenti radioattivi e tutelare la salute pubblica.
==Misure preventive==
La corretta gestione delle fonti radioattive costituisce un passaggio essenziale per prevenire incidenti e limitare il rischio di dispersioni incontrollate. In primo luogo, è importante definire procedure che stabiliscano la responsabilizzazione diretta di chi detiene materiali radioattivi e di un sistema legislativo ben strutturato e rafforzato da norme facili da applicare e sottoposto a ispezioni serie. Questo, infatti, riduce la possibilità che le sorgenti rimangano incustodite o vengano trasferite in modo illegale senza senza avvisare le autorità competenti, come accaduto nella clinica abbandonata di Goiânia e permette di scongiurare furti, come quello avvenuto a Samut Prakarn.
<ref>IAEA, ''The Radiological Accident in Goiânia'', p. 87.</ref>
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', pp. 44–49.</ref>
Allo stesso tempo, risulta decisivo semplificare le comunicazioni tra enti di vigilanza e organi di controllo, introducendo sistemi di segnalazione periodica volti a confermare lo stato e la collocazione delle apparecchiature. A tal proposito, si raccomanda di adottare etichettature e marcature ben visibili, affinché anche il pubblico non specializzato possa riconoscere dispositivi potenzialmente pericolosi e non confonderli con scarti comuni. È altresì fondamentale rafforzare la protezione fisica dei depositi, tramite barriere, sensori di movimento e cartellonistica in posizioni strategiche.
<ref>IAEA, ''The Radiological Accident in Goiânia'', pp. 87–88.</ref>
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', p. 47.</ref>
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Lia, Georgia'', pp. 137–138.</ref>
Un altro aspetto di rilievo è la formazione continua degli operatori e di tutti i soggetti che possono venire in contatto con sorgenti radioattive, compresi settori quali la logistica dei trasporti e la raccolta di rottami metallici. L’incidente di Goiânia ha dimostrato l’importanza di istruire non solo il personale specializzato, ma anche la popolazione, affinché sappia riconoscere e segnalare tempestivamente la presenza di radiazioni. In questa prospettiva, l’adozione di piani di emergenza chiari, con procedure d’allarme rapide e squadre specializzate pronte a intervenire, è importante per reagire efficacemente in caso di dispersione o smontaggio improprio di un dispositivo.
La creazione di registri nazionali, aggiornati costantemente, si rivela cruciale per tenere traccia delle fonti anche nel lungo periodo e prevenire il fenomeno delle “fonti orfane”, come confermato dalle gravi conseguenze registrate in Georgia. Una tale strategia permetterebbe di localizzare rapidamente i dispositivi non più utilizzati o abbandonati, limitando il pericolo di contaminazioni in aree densamente popolate.
Infine, la collaborazione tra enti nazionali e organizzazioni internazionali risulta decisiva per fornire supporto tecnologico e medico quando si verificano esposizioni rilevanti. La disponibilità di squadre specializzate, addestrate tramite simulazioni e dotate di dispositivi di protezione adeguati (oppure come nel caso di Lia, Georgia, anche dei volontari ben addestrati e con regole di contatto molto ferree possono portare a successo il ritiro e l'isolamento e schermatura delle possibili sorgenti orfane), rappresenta un fattore determinante per il recupero e la messa in sicurezza delle fonti fuori controllo. Al contempo, istruire i medici di base nel riconoscimento dei sintomi da radiazione e nella corretta gestione dei casi sospetti assicura interventi più rapidi e coordinati. Nel complesso, la combinazione di un quadro normativo solido, ispezioni regolari, formazione mirata, piani di emergenza strutturati e cooperazione internazionale costituisce il modo più efficace per ridurre al minimo il rischio di incidenti radioattivi e tutelare la salute pubblica.  
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Lia, Georgia'', pp. 139–141.</ref>
<ref>IAEA, ''The Radiological Accident in Goiânia'', pp. 87–88.</ref>
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', p. 47.</ref>
<ref>IAEA, ''The Radiological accident in Lia, Georgia'', pp. 137–138.</ref>


==Note==
==Note==
<references/>
<references/>
 
==Bibliografia==
==Bibliografia==
 
*Cerezo, ''Radiation accidents and incidents. What do we know about the medical management of acute radiation syndrome?'', p. 119, 2011.
* Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, «La Radioattività,» [Online]. Available: https://www.mase.gov.it/pagina/la-radioattivita.
*IAEA, ''The Radiological Accident in Goiânia'', Vienna: IAEA, 1988.
 
*IAEA, ''The Radiological accident in Samut Prakarn'', Vienna: IAEA, 2002.
*L. Cerezo, «Radiation accidents and incidents. What do we know about the medical management of acute radiation syndrome?,» vol. 16, n. 4, 2011.  
*IAEA, ''The Radiological accident in Lia, Georgia'', Vienna: IAEA, 2014.
 
*Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), The Radiological Accident in Goiânia, Vienna, Austria: IAEA, 1988.  
 
*Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), The radiological accident in Samut Prakarn, Vienna, Austria: IAEA, 2002.  
 
*Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), The radiological accident in Lia, Georgia, Vienna, Austria: IAEA, 2014.

Versione attuale delle 16:46, 28 apr 2025

Gli incidenti da esposizione involontaria a materiali radioattivi sono eventi non intenzionali che comportano l’esposizione di persone, di animali o dell’ambiente a livelli di radiazioni ionizzanti superiori ai limiti di sicurezza.

Definizione[modifica]

Nel linguaggio tecnico, gli incidenti derivanti dall'esposizione involontaria a materiali radioattivi rientrano nella categoria degli "incidenti radiologici". Tali incidenti possono derivare dalla perdita, dalla dispersione o dalla manipolazione impropria di sorgenti radioattive, e possono verificarsi in ambiti industriali, medici o a seguito di azioni illecite, come il traffico illegale di materiali radioattivi. [1]

Cause comuni degli incidenti da esposizione involontaria a materiali radioattivi[modifica]

Numerosi fattori contribuiscono agli incidenti Incidenti da esposizione involontaria a materiali radioattivi. Tra i più rilevanti rientra la gestione inadeguata delle sorgenti radioattive, soprattutto quando le apparecchiature contenenti isotopi ad alta attività vengono dismesse o trasferite senza adeguate comunicazioni all’autorità di controllo. L’abbandono di dispositivi in aree prive di sorveglianza può favorire l’accesso di persone ignare, a volte mosse dalla curiosità o dall’idea di rivendere il metallo come rottame.

Un ulteriore fattore è la carenza di sistemi di sicurezza fisica. Locali in stato di abbandono, mancanza di lucchetti e segnaletica incomprensibile aumentano il rischio che le sorgenti vengano manomesse o smarrite. In diversi casi, l’assenza di etichette chiare e di registri aggiornati rende difficile tracciare i dispositivi nel tempo, vanificando i controlli. Anche le verifiche periodiche da parte di ispettori o tecnici qualificati possono essere imperfette: questo impedisce di individuare sorgenti “orfane” (quelle non più sotto la responsabilità di un titolare autorizzato) e di ritirarle in sicurezza. [2]

La bassa consapevolezza del pubblico circa il pericolo delle radiazioni aumenta la possibilità di un potenziale incidente. Chi entra in contatto con una sorgente radioattiva senza riconoscere il simbolo di pericolo potrebbe aprirne l’involucro o disseminare il materiale, come accaduto nel celebre caso di Goiânia, dove il cesio-137 in forma altamente solubile ha contaminato case e persone. Altri esempi mostrano come alcuni lavoratori, ritenendo le sorgenti un semplice scarto metallico da rivendere, ricorrano a metodi rudimentali (martelli, fiamme) per smontare i dispositivi, subendo esposizioni elevate e ripetute. [3]

All'assenza di piani di emergenza specifici si aggiunge spesso la mancanza di una rapida catena di comando, per cui possono trascorrere giorni prima che venga riconosciuto il rischio radiologico. Nei contesti in cui la politica o la paura dell’opinione pubblica impongono tempi di reazione incerti, le situazioni si complicano ulteriormente. Allo stesso tempo, scarsa informazione generale può ritardare gli interventi necessari ad arginare le esposizioni.

Eventi come l’abbandono di fonti in Georgia evidenziano infine l’importanza di etichettatura universale e di piani di soccorso internazionali. L’intervento dell’IAEA, per esempio, si è rivelato cruciale per il recupero di sorgenti in aree difficili da raggiungere. Tali episodi mostrano la necessità di standard di segnaletica riconosciuti globalmente e di una più ampia formazione del personale medico e civile, poiché la mancata correlazione tra sintomi (nausea, vomito, ustioni cutanee) e radioattività può ritardare la diagnosi e aumentare i danni alla salute. [4]

Incidenti Noti[modifica]

L’incidente di Goiânia, Brasile (1987)[modifica]

L’incidente di Goiânia del 1987 è considerato uno dei più gravi episodi di contaminazione radiologica. L’evento ebbe inizio quando alcuni individui recuperarono una sorgente da un’apparecchiatura per terapie mediche che era stata lasciata incustodita in una clinica dismessa. Il Cesio-137 appariva come una polvere luminosa di colore blu, suscitando curiosità e favorendone la disseminazione in diverse zone di Goiânia. [5]

Le conseguenze sanitarie furono drammatiche: quattro persone morirono per esposizione acuta, mentre numerosi soggetti subirono ustioni e sindromi acute da radiazioni, con oltre duecento civili contaminati e un totale di circa 112.000 persone sottoposte a controlli. Gli interventi sanitari iniziali si concentrarono sull’individuazione e sull’isolamento dei soggetti più gravemente contaminati, con l’utilizzo di metodi di decontaminazione cutanea e di analisi dei campioni biologici per valutare l’assorbimento interno di radionuclidi. [6] [7]

Le autorità locali, affiancate dalla Commissione Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN) e dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), attivarono un programma di emergenza che incluse lo sgombero degli edifici interessati, il monitoraggio dei siti contaminati e la rimozione di ingenti quantità di rifiuti radioattivi. Per la bonifica fu necessario demolire alcune abitazioni e asportare grandi volumi di terreno superficiale, con un totale di circa 3500 m³ di materiali contaminati trasferiti in un sito di stoccaggio provvisorio, situato a 20 km di distanza dalla città. [8] [9] [10]

In seguito all’evento emersero rilevanti criticità legate alla gestione delle sorgenti radioattive in disuso, all’assenza di procedure di sicurezza adeguate e alla scarsa informazione sui rischi della radioattività. Su queste basi vennero formulate varie raccomandazioni, fra cui la necessità di rafforzare i controlli sugli impianti dismessi, di creare piani di emergenza più completi e di sensibilizzare la popolazione in merito alla pericolosità delle sorgenti di radiazioni. L’incidente dimostrò infine l’importanza di una legislazione chiara e rigorosa, nonché la necessità di personale addestrato e di strutture pronte a far fronte a emergenze radiologiche di larga scala. [11]

L'Incidente di Samut Prakan, Thailandia (2000)[modifica]

L’incidente di Samut Prakan, avvenuto in Thailandia nel febbraio 2000, è considerato uno dei più gravi episodi di esposizione radiologica accidentale causati dalla gestione impropria di sorgenti mediche in disuso. L’evento ebbe inizio quando una sorgente di Cobalto-60, precedentemente impiegata in un’apparecchiatura per radioterapia ormai dismessa, fu sottratta da un deposito non autorizzato e successivamente venduta a un centro di raccolta di rottami metallici. [12]

Gli operai del deposito, ignari del pericolo forzarono la schermatura usando strumenti comuni, rimuovendo involontariamente il materiale radioattivo. [13] Almeno dieci persone risultarono esposte a dosi significative di radiazioni: molte di esse manifestarono sin dai primi giorni nausea, vomito e gravi ustioni da radiazioni, oltre a una sensibile riduzione dei globuli bianchi. [14]Quattro lavoratori, che avevano aperto la sorgente, subirono esposizioni particolarmente elevate e tre di loro, a causa della sindrome acuta da radiazioni e delle conseguenti infezioni settiche, morirono nel giro di poche settimane. [15] [16]

La scoperta dell’incidente si deve principalmente ai medici di un ospedale locale, che riconobbero i sintomi tipici di un’esposizione acuta e segnalarono la presenza di una sorgente radioattiva non sorvegliata.[17] Le autorità thailandesi e l’Office of Atomic Energy for Peace (OAEP) coordinarono l’operazione di recupero: gli specialisti individuarono l’area contaminata e, dopo aver circoscritto il perimetro, adottarono procedure di sicurezza per isolare la sorgente, infine collocata in un contenitore schermato e trasferita in un deposito sicuro. [18]

La vicenda portò a una revisione delle procedure nazionali in materia di sicurezza e tracciabilità delle sorgenti radioattive, evidenziando la necessità di un controllo più rigoroso e di una cooperazione costante tra le autorità di regolamentazione, i fornitori di apparecchiature e i centri sanitari.[19] Fra le raccomandazioni più urgenti emerse l’importanza di una segnaletica chiara e multilingue, di ispezioni periodiche e di piani d’emergenza efficaci, in grado di prevenire o di contenere prontamente incidenti analoghi. [20]

L'incidente radiologico di Lia in Georgia (2001)[modifica]

Nel dicembre del 2001, nel villaggio di Lia, in Georgia, tre abitanti trovarono in una foresta due generatori termoelettrici a radioisotopi (RTG) contenenti stronzio-90, abbandonati e in stato di disuso.[21] Ignari della pericolosità, i tre uomini utilizzarono i dispositivi come fonti di calore per scaldarsi durante la notte, rimanendo esposti a significative dosi di radiazioni.

Dopo poche ore i tre uomini iniziarono a manifestare sintomi tipici dell’esposizione acuta, come nausea, vomito e spossatezza,[22] mentre nelle settimane successive due di loro svilupparono gravi ustioni da radiazioni alla schiena. Le analisi mediche confermarono la diagnosi di sindrome acuta da radiazione (ARS); uno dei soggetti riportò danni tali da necessitare cure specializzate all’estero, e morì due anni più tardi a causa delle complicazioni collegate all’elevata esposizione. [23]

Le autorità georgiane e l’AIEA avviarono un’operazione di recupero dei generatori termoelettrici sotto condizioni climatiche avverse e in un’area montuosa di difficile accesso.[24] Il personale incaricato adottò procedure di sicurezza per evitare ulteriori dispersioni o danni alla popolazione locale e riuscì a collocare le sorgenti radioattive in contenitori schermati, trasferendole in un sito sicuro. [25]

L’incidente mise in evidenza la necessità di gestire in modo adeguato le sorgenti radioattive orfane, favorendo una formazione specifica delle autorità locali e delle squadre di emergenza.[26] Il caso di Lia dimostrò inoltre l’importanza di un efficace sistema di sorveglianza e di recupero delle sorgenti abbandonate, al fine di prevenire incidenti analoghi e di tutelare la salute pubblica.

Misure preventive[modifica]

La corretta gestione delle fonti radioattive costituisce un passaggio essenziale per prevenire incidenti e limitare il rischio di dispersioni incontrollate. In primo luogo, è importante definire procedure che stabiliscano la responsabilizzazione diretta di chi detiene materiali radioattivi e di un sistema legislativo ben strutturato e rafforzato da norme facili da applicare e sottoposto a ispezioni serie. Questo, infatti, riduce la possibilità che le sorgenti rimangano incustodite o vengano trasferite in modo illegale senza senza avvisare le autorità competenti, come accaduto nella clinica abbandonata di Goiânia e permette di scongiurare furti, come quello avvenuto a Samut Prakarn. [27] [28]

Allo stesso tempo, risulta decisivo semplificare le comunicazioni tra enti di vigilanza e organi di controllo, introducendo sistemi di segnalazione periodica volti a confermare lo stato e la collocazione delle apparecchiature. A tal proposito, si raccomanda di adottare etichettature e marcature ben visibili, affinché anche il pubblico non specializzato possa riconoscere dispositivi potenzialmente pericolosi e non confonderli con scarti comuni. È altresì fondamentale rafforzare la protezione fisica dei depositi, tramite barriere, sensori di movimento e cartellonistica in posizioni strategiche. [29] [30] [31]

Un altro aspetto di rilievo è la formazione continua degli operatori e di tutti i soggetti che possono venire in contatto con sorgenti radioattive, compresi settori quali la logistica dei trasporti e la raccolta di rottami metallici. L’incidente di Goiânia ha dimostrato l’importanza di istruire non solo il personale specializzato, ma anche la popolazione, affinché sappia riconoscere e segnalare tempestivamente la presenza di radiazioni. In questa prospettiva, l’adozione di piani di emergenza chiari, con procedure d’allarme rapide e squadre specializzate pronte a intervenire, è importante per reagire efficacemente in caso di dispersione o smontaggio improprio di un dispositivo.

La creazione di registri nazionali, aggiornati costantemente, si rivela cruciale per tenere traccia delle fonti anche nel lungo periodo e prevenire il fenomeno delle “fonti orfane”, come confermato dalle gravi conseguenze registrate in Georgia. Una tale strategia permetterebbe di localizzare rapidamente i dispositivi non più utilizzati o abbandonati, limitando il pericolo di contaminazioni in aree densamente popolate.

Infine, la collaborazione tra enti nazionali e organizzazioni internazionali risulta decisiva per fornire supporto tecnologico e medico quando si verificano esposizioni rilevanti. La disponibilità di squadre specializzate, addestrate tramite simulazioni e dotate di dispositivi di protezione adeguati (oppure come nel caso di Lia, Georgia, anche dei volontari ben addestrati e con regole di contatto molto ferree possono portare a successo il ritiro e l'isolamento e schermatura delle possibili sorgenti orfane), rappresenta un fattore determinante per il recupero e la messa in sicurezza delle fonti fuori controllo. Al contempo, istruire i medici di base nel riconoscimento dei sintomi da radiazione e nella corretta gestione dei casi sospetti assicura interventi più rapidi e coordinati. Nel complesso, la combinazione di un quadro normativo solido, ispezioni regolari, formazione mirata, piani di emergenza strutturati e cooperazione internazionale costituisce il modo più efficace per ridurre al minimo il rischio di incidenti radioattivi e tutelare la salute pubblica. [32] [33] [34] [35]

Note[modifica]

  1. Cerezo, Radiation accidents and incidents. What do we know about the medical management of acute radiation syndrome?, p. 119, 2011.
  2. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 87–91.
  3. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 40–49.
  4. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 137–138.
  5. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 1-3.
  6. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, p. 41.
  7. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 48-51.
  8. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, p. 63.
  9. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 80-82.
  10. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, p. 85.
  11. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 86-89.
  12. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 1-7.
  13. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 8-10.
  14. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 11, 16-20.
  15. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 22-24.
  16. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, p. 35.
  17. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, p. 1,12.
  18. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 18-20.
  19. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 46-48.
  20. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 48-49.
  21. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 1–3.
  22. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 6–7.
  23. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 1, 22–23.
  24. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 25-28.
  25. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, p. 23.
  26. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 137-138.
  27. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, p. 87.
  28. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, pp. 44–49.
  29. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 87–88.
  30. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, p. 47.
  31. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 137–138.
  32. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 139–141.
  33. IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, pp. 87–88.
  34. IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, p. 47.
  35. IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, pp. 137–138.

Bibliografia[modifica]

  • Cerezo, Radiation accidents and incidents. What do we know about the medical management of acute radiation syndrome?, p. 119, 2011.
  • IAEA, The Radiological Accident in Goiânia, Vienna: IAEA, 1988.
  • IAEA, The Radiological accident in Samut Prakarn, Vienna: IAEA, 2002.
  • IAEA, The Radiological accident in Lia, Georgia, Vienna: IAEA, 2014.