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Manicomio di Siena
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==Vita quotidiana durante il periodo di attività== Inizialmente, nell'ambito delle prime sperimentazioni scientifiche, venivano attentamente studiati i casi più peculiari e quelli che presentavano aspetti inesplorati o poco conosciuti. Tali studi, condotti con l’obiettivo di approfondire la comprensione della mente umana, si focalizzavano su pazienti le cui condizioni rappresentavano un interesse particolare per la ricerca medica e psichiatrica dell’epoca. Oltre alle cure fornite da medici specializzati, i pazienti avevano accesso a diverse strutture e servizi pensati per il loro benessere quali lavanderie, scuole, mense, bagni e camere arredate. Tutto questo a giustificazione del fatto che per Livi il manicomio doveva essere un ambiente esteticamente bello e confortevole; le attività ricreative, i giochi, gli spettacoli e le attività teatrali, erano considerate parte integrante del percorso educativo. <ref> Vannozzi, ''San Niccolò di Siena : storia di un villaggio manicomiale '', 2018, pp. 133-136.</ref> Molti sono stati i modi di "vivere" l'esperienza di un ricovero in manicomio. La maggioranza è stata caratterizzata da un'iniziale ribellione che è poi lentamente sfumata in una passività devastata dal tempo. Forse era questo il risultato che l'istituzione cercava: rendere docili e mansueti coloro che prima non lo erano, normalizzare le idee stravaganti rendendole omogenee a quelle "normali" della maggioranza, correggere gli stati emotivi eccessivi e fuori dalle righe. Un caso diverso è quello di Modesta Angiolini, originaria di Arezzo, una donna di 50 anni la cui professione, riportata in maniera cruda come "serva", si riferiva al servizio domestico presso famiglie benestanti. Fu ricoverata presso il manicomio di San Niccolò nel 1880. Durante l’esame psichico, si evidenziava una forte emotività, manifestata dalla sua tendenza a piangere per motivi insignificanti. I medici dell’epoca le diagnosticarono la lipemania semplice, una condizione che oggi identifichiamo come depressione. Il ricovero aveva come obiettivo il reinserimento nella routine lavorativa e in uno stile di vita simile a quello esterno. Tuttavia, nei primi tempi, il comportamento di Modesta era ritenuto fastidioso: si mostrava sempre in lacrime, cercava costantemente l'attenzione altrui e tendeva ad "attaccarsi" al personale del manicomio. Con il peggiorare delle sue condizioni, fu trasferita al Conolly, dove le venne prescritta una leggera dose di morfina. In modo inatteso, il ricovero prese una piega diversa. Modesta si affezionò profondamente alle suore presenti nella struttura, trasferendo poi il suo affetto al direttore del manicomio. Tuttavia, la sua vera aspirazione non era quella di essere amata, bensì di essere assunta come governante dal direttore. Oggi, analizzando la sua vicenda, si potrebbe ipotizzare che Modesta fosse affetta dalla sindrome di Stoccolma. Tale condizione si manifesta con un sentimento positivo e persino di sottomissione volontaria nei confronti di una figura percepita come dominante, anche in un contesto di maltrattamento. Con la storia di Modesta, potremmo immaginare che questa sindrome, anziché Stoccolma, avrebbe potuto prendere il nome di "sindrome di San Niccolò." <ref> Friscelli, '' Il villaggio delle anime perse'', 2018, pp. 27-31. </ref> Anche per i bambini ricoverati l’istituto senese adottava un approccio strutturato, articolato in due categorie principali: * '''Fanciulli educabili''', ovvero coloro che erano ritenuti idonei a ricevere un’istruzione scolastica e una formazione lavorativa. * '''Fanciulli meno educabili''', ossia bambini con limitazioni di natura psichica e fisica, per i quali veniva predisposto un trattamento pedagogico più limitato e mirato alle loro specifiche capacità. <ref> Vannozzi, ''Infanzia Reclusa'', 2020, pp. 65-70.</ref> ===La storia di Salvatore Lambetini=== Salvatore Lambetini nacque il 16 aprile 1959 a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, da genitori ignoti. Lo stesso giorno fu accolto presso il brefotrofio di Reggio Calabria, sotto la direzione del professor Giuseppe Castorina, rinomato pediatra, che esercitava la patria potestà sul minore. Nel 1963, Lambetini fu trasferito all’Istituto medico-psicopedagogico "A. D’Ormea" di Siena, dove gli fu diagnosticata una grave insufficienza mentale con tendenza all’oligofrenia, sebbene con possibilità di parziale recupero. Nonostante tale condizione, riuscì a completare senza difficoltà il ciclo di istruzione primaria all’interno dell’Istituto. L'Istituto accoglieva bambini affetti da deficit di varia natura, nonché orfani o minori provenienti da famiglie indigenti, offrendo loro istruzione, sostegno e un ambiente protetto. Salvatore Lambetini serbò un ricordo affettuoso del personale educativo e sanitario, nonché dei compagni di quegli anni. Sebbene privo di una famiglia di origine, riuscì a instaurare legami significativi con chi si prendeva cura di lui. Gli Istituti medico-psicopedagogici miravano al recupero sociale dei minori, preparando gli ospiti a una futura autonomia. A tal fine, operavano équipe multidisciplinari composte da psicologi, educatori, insegnanti e assistenti sociali, che effettuavano valutazioni iniziali attraverso colloqui, test cognitivi e osservazioni dirette. L’approccio pedagogico si avvaleva di materiali Montessori e di terapie mirate, come la terapia del gioco, per favorire lo sviluppo emotivo e sociale dei bambini. La quotidianità dell’Istituto era scandita da una routine equilibrata tra studio, attività creative e momenti di svago, con l’obiettivo di fornire ai minori competenze utili per il reinserimento nella società. Con il tempo, l’integrazione sociale divenne una priorità, con il supporto degli assistenti sociali incaricati di mantenere i contatti con le famiglie di origine e di agevolare l’inserimento lavorativo dei giovani. L’evoluzione delle politiche sociali portò progressivamente alla chiusura di queste strutture. Salvatore Lambetini trascorse dieci anni presso l’Istituto D’Ormea, intraprendendo in seguito percorsi di inserimento lavorativo che lo condussero a diverse esperienze in varie città italiane. Attualmente risiede a Siena, mantenendo vivi i legami con le persone conosciute durante il periodo istituzionale. Tale testimonianza, pur non sostituendo un’indagine storica e archivistica, offre uno spaccato umano della realtà degli Istituti medico-psicopedagogici, mettendone in luce le trasformazioni e le difficoltà. La vicenda di Lambetini, al pari di quella di molti altri, dimostra l’impatto profondo di queste istituzioni sulla vita di minori in cerca di un futuro migliore. <ref> Vannozzi, ''Infanzia Reclusa'', 2020, pp. 121-138.</ref> Una riflessione sulla realtà storica del Manicomio di San Niccolò evidenzia un contesto di marginalizzazione e reclusione. Pur concepito come luogo di cura e assistenza, nella pratica esso rappresentò spesso una dimensione di isolamento sociale, dove i pazienti, resi invisibili già in vita, venivano privati della loro identità e dignità. Il numero delle vittime di tale sistema è significativo, con circa cinquantamila individui coinvolti, cifra prossima all'attuale popolazione cittadina. Nel XIX secolo, il manicomio assunse una funzione più simile a un luogo di segregazione che a un istituto terapeutico, divenendo un deposito per individui ritenuti scomodi dalla società: non solo malati psichiatrici, ma anche emarginati, indigenti e donne considerate ribelli. Il San Niccolò si configurò dunque non solo come un ospedale psichiatrico, ma come il simbolo di un sistema sociale che preferiva occultare il disagio piuttosto che affrontarlo. <ref> Coli e Gigli, ''Voci dal Silenzio'', 2018, p. 9. </ref>
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