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==Storia== Il San Niccolò era inizialmente un antico monastero fondato intorno alla metà del Trecento dalla casata senese dei Petroni. <ref> https://www.treccani.it/enciclopedia/ludovico-petroni_(Dizionario-Biografico)/</ref> La sua trasformazione in manicomio, avvenuta agli inizi del XIX secolo, rientra in quella vasta casistica di soppressioni degli enti ecclesiastici e riutilizzo delle relative strutture edilizie per scopi sociali. Il San Niccolò di Siena è stato inizialmente usato senza apportare nessuna modifica edile, successivamente vista la carenza di spazi e di strutture indispensabili alla corretta gestione del manicomio si eseguì la completa ricostruzione del complesso. Tale processo non fu rapido bensì frutto di graduali ripensamenti e parziali ricostruzioni. Nel 1808 il monastero fu soppresso in base ai dettami napoleonici e nel 1810 il suo patrimonio venne confiscato e le opere d'arte vennero depositate presso l’ Istituto di Belle Arti, mentre le terre e masserizie furono cedute in affitto a Giuseppe Carratelli. In breve tempo l'edificio venne concesso dal governo alla Compagnia dei Disciplinati sotto le Volte dello Spedale per ospitare il nuovo manicomio di Siena. La Compagnia deteneva, già dal 1775 l'onere del mantenimento di una struttura manicomiale di fortuna che tuttavia si era rivelata disagevole; per tale ragione nel 1815 il rettore Angelo Chigi, si rivolse al governo per chiedere la cessione dell'ex monastero di San Niccolò. Ebbero così inizio i lavori di adattamento e di restauro della struttura per ospitare i pazienti e gli uffici, lavori che si svolsero fra il 1815 e il 1818. Era allora direttore del manicomio il medico Giuseppe Lodoli <ref> Vannozzi, ''San Niccolò di Siena : storia di un villaggio manicomiale '', 2018, pp. 58-61.</ref> (in carica dal 1805 al 1823), sotto il quale, il 6 dicembre 1818, fu ufficialmente celebrata l'inaugurazione del nuovo ospedale dei ''tignosi, delle gravide occulte e dei dementi'', anche se i primi 34 degenti furono effettivamente trasferiti nel 1819. I lavori, affidati a Giovanni Gani, dovettero interessare prevalentemente la suddivisione interna dei locali, mentre l'aspetto esterno del complesso rimase sostanzialmente immutato, tranne l’aggiunta dei muri di cinta e di una cancellata in ferro battuto che fu posta all'ingresso dell'edificio. Dell’aspetto dell’edificio manicomiale dopo le prime modifiche si conservano solo alcuni disegni dell’architetto senese Agostino Fantastici, che venne interpellato dalla Società per esprimere un parere sulle condizioni dell'edificio, in seguito a una scossa di terremoto del 1834. <ref> Vannozzi, ''San Niccolò di Siena : storia di un villaggio manicomiale '', 2018, pp. 79-80.</ref> Tra il 1835 e il 1847 la popolazione del manicomio conobbe una crescita esponenziale, che rese decisamente urgenti alcuni ingrandimenti. Un primo progetto di ampliamento fu proposto nel 1836 dall'architetto Alessandro Doveri, suggeriva di creare un corpo di fabbrica che congiungesse il lato sinistro dell'edificio alle mura urbane articolato su quattro livelli. All’'interno ciascun piano avrebbe dovuto avere un corridoio centrale sul quale si sarebbero affacciate cinque celle per lato; inoltre, per fornire l’illuminazione ai corridoi centrali c’era la necessità di aprire due finestre nelle antiche mura urbane. Ma tale progetto non ebbe esito favorevole dalle autorità, per tanto la carenza di spazi rimase un’urgenza. Il successore di G.Lodoli fu il medico Pietro Tommi, in carica fino al 1857, che apportò miglioramenti sul piano medico, come la limitazione dell'isolamento cellulare, l'introduzione del lavoro agricolo e il potenziamento degli impianti idroterapici. Ma è con il suo successore, Carlo Livi (in carica dal 1858 al 1873), che finalmente ci fu un aggiornamento sia sul fronte terapeutico che su quello architettonico: impose una serie di modifiche gestionali e la separazione dei ''malati di mente dai tignosi e dalle gravide occulte''. Il suo modello era quello del cosiddetto villaggio manicomiale a padiglioni diffusi, che avrebbe reso la comunità dei degenti autosufficiente dal punto di vista economico con l'introduzione del lavoro agricolo e artigianale. Idea sostenuta anche dai direttori medici successivi, entrambi suoi allievi: Ugo Palmerini (in carica dal 1873 al 1880) e Paolo Funaioli (dal 1880 al 1907). Livi, in più, proponeva di evitare la segregazione coercitiva, di dotare gli istituti di cura di ampi spazi, di consentire ai degenti di muoversi fra vari edifici deputati ad assolvere differenti funzioni, in maniera da ricreare la sensazione di una vita normale. Tra il 1859 e il 1865 si registra un'alternanza di perizie e progetti rimasti sulla carta. La vicenda è riassunta dall'ingegner Pietro Casuccini, il quale fu incaricato di vagliare i progetti presentati da vari architetti in occasione del concorso indetto per ristrutturare e riqualificare il San Niccolò. Casuccini ebbe, inoltre, il compito di dirigere i nuovi lavori, seguendo le linee guida del progetto di Giulio Rossi, architetto incaricato dalla Compagnia dei Disciplinati. Il suo ampliamento non fu attuato in quanto l’architetto moriva prematuramente. Subentrò dunque, nell'incarico di progettista, l’ingegner Cesare Nevio, il quale nel 1861 aveva accettato l'incarico di direttore dei lavori per conto della Società, ma non soddisfece la committenza, perché i suoi disegni furono presentati soltanto nel 1865. Venne chiamato un nuovo architetto, Francesco Azzurri di Roma, il cui progetto prevedeva una struttura imponente, lunga 90 metri e larga 62, con due piani principali oltre al piano terreno. I piani superiori erano destinati ai dormitori per i degenti, distinti tra tranquilli e semi-tranquilli. Dal punto di vista architettonico, l’edificio doveva somigliare a una villa signorile con un parco adiacente, evitando l’aspetto austero tipico degli istituti di cura dell’epoca. Nel 1869 l’ingrandimento dell’edificio divenne obbligatorio in quanto doveva accogliere anche i malati delle province di Arezzo, Pisa, Livorno e Grosseto, che non trovavano più capienza nel manicomio fiorentino di San Bonifazio. Improvvisamente la popolazione del San Niccolò passò dalle 382 presenze del 1868 alle 729 dell'anno successivo, determinando il tracollo della situazione igienico-sanitaria, terapeutica e amministrativa. La costruzione dell'edificio centrale ebbe ufficialmente inizio il 17 febbraio 1870. I lavori furono condotti a tappe; per questo la copertura dell’edificio fu completata nel 1871, mentre i lavori interni nel 1873. <ref> Vannozzi, ''San Niccolò di Siena : storia di un villaggio manicomiale '', 2018, pp. 81-87. </ref> Nel 1874 Palmerini propose la costruzione di un edificio separato per ospitare i cosiddetti “pazzi agitati” o “clamorosi”, realizzato secondo il progetto di Azzurri e completato nel 1877. Questo padiglione, noto come ''Conolly'', rappresentò un passo importante verso l’adozione di una nuova concezione ospedaliera. Furono inoltre realizzate altre strutture autonome, come il reparto per i frenastenici (all’epoca definiti idioti e imbecilli), noto come ''Ferrus''. L’edificio fu ufficialmente terminato nel 1890, rispettando le indicazioni dell’architetto Azzurri. Negli anni della seconda guerra mondiale le attività edilizie si ridussero per ospitare e curare i feriti di guerra, ma, nonostante ciò furono ampliate la lavanderia e le cucine. ===Reparto Conolly=== Il padiglione fu intitolato a John Conolly, ideatore del no restraint system, un metodo basato sull’abolizione della coercizione fisica. Il modello del padiglione si ispirava al concetto di “panopticon” teorizzato nel 1791 dal filosofo inglese Jeremy Bentham. Sebbene pensato per le prigioni, questo schema circolare con controllo centrale era stato proposto anche per ospedali, scuole e fabbriche. Il sistema si basava su un principio repressivo di sorveglianza costante, mirato a influenzare il comportamento degli individui. Il padiglione Conolly aveva una forma ellittica che consentiva ai sorveglianti di controllare costantemente i pazienti, rinchiusi nelle loro celle. Il padiglione comprendeva due ali separate per uomini e donne, con al centro un blocco per i servizi comuni e gli alloggi del personale. Il padiglione si presentava come una struttura rigidamente sorvegliata, concepita più come una prigione che come uno spazio terapeutico.<ref> Vannozzi, ''San Niccolò di Siena : storia di un villaggio manicomiale '', 2018, p. 88.</ref> ===Reparto Ferrus=== Il reparto Ferrus fu realizzato tra il 1878 e il 1879 e si trattava di un reparto specifico per frenastenici. Questo reparto rappresentò un’innovazione significativa in Italia, essendo il primo dedicato esclusivamente ai frenastenici, che fino ad allora erano ospitati insieme agli altri malati di mente. Il padiglione, dotato di una scuola e una palestra, fu intitolato al medico francese Ferrus, uno dei primi studiosi del rapporto tra malattia mentale e istituzioni carcerarie. <ref> Vannozzi, ''San Niccolò di Siena : storia di un villaggio manicomiale '', 2018, p. 89.</ref>
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