Vittorio Emanuele III
Vittorio Emanuele III (Napoli, 1869 - Alessandria d'Egitto, 1947) è stato sovrano d'Italia dal 1900 al 1946, oltre a Imperatore d'Etiopia dal 1936 al 1943 e re d'Albania dal 1939 al 1943. Ha seguito l'Italia in tutte le vicende più drammatiche e significative del '900, dal primo conflitto mondiale fino all'instaurazione della Repubblica nel paese.
Infanzia e giovinezza
Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia nacque a Napoli l'11 novembre 1869 dal re Umberto I e la moglie Margherita di Savoia. La scelta della città partenopea, come luogo di nascita del principe, non fu casuale: si voleva cercare di favorire un processo di integrazione fra l’Italia settentrionale e meridionale, in quegli anni profondamente e drammaticamente diverse. Per questo, al piccolo Vittorio fu conferito il titolo di ‘principe di Napoli’.[1]
Durante l’infanzia Vittorio Emanuele presentò una costituzione fisica fragile e una statura minuta, probabilmente anche in relazione alla consanguineità dei genitori, influenzando il suo carattere e alimentando in lui un forte senso di insicurezza.[2] Fu spesso afflitto da dolori alle gambe, che limitarono la sua attività fisica. Tali condizioni lo portarono a dedicarsi con particolare impegno allo studio, sviluppando un profondo interesse per la cultura e la ricerca storica; in più occasioni manifestò il desiderio di rinunciare alla successione al trono per condurre una vita appartata, dedicata all’insegnamento e agli studi.[3]
Il rapporto con i genitori fu distaccato. Durante l’infanzia ebbe come principale figura affettiva la balia Bessie, mentre in adolescenza fu affidato al colonnello Egidio Osio, che gli impose una rigorosa formazione militare. Questo addestramento contribuì al rafforzamento fisico del principe e favorì una rapida carriera nell’esercito, che lo portò a raggiungere il grado di colonnello già nel 1890.[4]
Si sposò tardi per gli standard regali, che fissavano in circa ventiquattro anni l’età massima per il matrimonio, e questo perché il ragazzo mostrò sempre molta insofferenza all’idea di prendere moglie, dando enormi preoccupazioni ai genitori e persino alle corti straniere. Fu Crispi il primo a proporre alla regina Margherita il nome di Elena Montenegro, sesta figlia del principe Nicola. Gli incontri fra Vittorio ed Elena furono abilmente organizzati affinché sembrassero casuali, così da far credere al principe di aver scelto autonomamente la donna da sposare. Con grande gioia della famiglia, Vittorio si fidanzò ufficialmente con Elena il 18 agosto 1896, all’età di ventisette anni. La giovane rinunciò al credo ortodosso e il 24 ottobre 1896 si celebrarono le nozze.[5] I figli arrivarono qualche anno dopo, e numerosi: Jolanda nel 1901, Mafalda nel 1902, Umberto nel 1904, Giovanna nel 1907 e Maria Francesca nel 1914.[6]
Ascesa politica
Alla morte di Umberto I, avvenuta il 29 luglio 1900 in seguito a un attentato anarchico a Monza, Vittorio Emanuele si trovava con la moglie Elena in crociera in Grecia. La coppia rientrò rapidamente in Italia, facendo tappa a Reggio Calabria per poi raggiungere Monza.[7] Salito al trono, il nuovo sovrano stabilì la residenza della famiglia reale a Villa Ada, riservando il Palazzo del Quirinale prevalentemente alle funzioni istituzionali.[8]
Politica interna
In ambito di politica interna, Vittorio Emanuele III si discostò in parte dall’impostazione del padre, che aveva sostenuto una linea repressiva nei confronti delle rivendicazioni delle classi lavoratrici. Il nuovo re adottò un atteggiamento più aperto e favorì un progressivo allentamento della repressione sociale.[9] Nel 1901, in seguito alla caduta del governo Saracco, il sovrano affidò l’incarico di presidente del Consiglio a Giuseppe Zanardelli, esponente del centrosinistra, che nominò ministro dell’Interno Giovanni Giolitti. L’azione di governo inaugurò una fase di riforme che caratterizzò il primo decennio del Novecento, spesso definito dalla storiografia come un periodo di relativa stabilità e crescita. In questi anni l’Italia conobbe uno sviluppo industriale significativo, il rafforzamento del sistema scolastico, il raggiungimento della parità aurea, la statalizzazione delle ferrovie, l’introduzione del suffragio universale maschile e un processo di modernizzazione agricola e industriale, con l’affermazione dei principali gruppi dell’industria pesante.[10]
Politica estera
In politica estera, Vittorio Emanuele III manifestò una sostanziale diffidenza nei confronti della Triplice Alleanza, stipulata dal padre con Germania e Austria-Ungheria. Pur mantenendo formalmente l’adesione all’accordo, il sovrano avviò una progressiva diversificazione delle relazioni internazionali, favorendo un riavvicinamento alla Francia e un rafforzamento dei rapporti con la Gran Bretagna.[11] Nel 1911 appoggiò la campagna di Libia, così da non rimanere indietro rispetto alle altre potenze europee che avevano allungato le mani sull’Africa settentrionale: la Francia aveva Tunisi, Algeri e si spartiva il Marocco con la Spagna; gli inglesi Gibilterra e Suez; mentre la Germania non nascondeva il suo interesse sul Mediterraneo.[12] Le operazioni iniziarono il 5 ottobre, e la pace fu conclusa a Losanna il 18 ottobre 1912, con l’Italia che otteneva la Libia e l’amministrazione del Dodecaneso.[13]
Prima guerra mondiale
Il 28 giugno 1914 lo studente serbo Gavrilo Princip assassinò a Sarajevo l’arciduca austriaco Francesco Ferdinando e la moglie Sofia. L’attentato rappresentò la scintilla che diede avvio al primo conflitto mondiale, in un contesto europeo già segnato da forti tensioni politiche e diplomatiche. All’inizio del conflitto l’Italia proclamò la propria neutralità. Questa scelta fu motivata dal fatto che l’Austria-Ungheria non aveva consultato preventivamente gli alleati prima della dichiarazione di guerra e dalla natura difensiva della Triplice Alleanza, che non obbligava gli Stati membri a intervenire nel caso in cui uno di essi avesse iniziato le ostilità. A tali ragioni si aggiungevano la debolezza dell’economia italiana e l’inadeguata preparazione militare del paese. Nel periodo di neutralità, l’Italia subì pressioni diplomatiche da entrambe le parti, Francia e Gran Bretagna cercarono di favorire l’ingresso italiano al fianco dell’Intesa, mentre la Germania tentò di mantenere il paese all’interno della Triplice Alleanza. Il governo italiano condusse trattative con tutti gli Stati coinvolti nel conflitto, fino alla svolta decisiva che si verificò nell’aprile 1915, con la firma segreta del Patto di Londra, che impegnava l’Italia a entrare in guerra a fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia. In cambio, le potenze dell’Intesa promisero all’Italia ampie compensazioni territoriali, tra cui il Trentino-Alto Adige fino al Brennero, Trieste, Gorizia, l’Istria, parte della Dalmazia e concessioni coloniali in Africa. Per Vittorio Emanuele, in particolare Trento e Trieste rappresentavano il completamento simbolico dell’unificazione nazionale.[14]
Il conflitto fu un periodo difficile anche sul piano personale per il sovrano, segnato anche da uno dei rari momenti di crisi nel rapporto con la moglie Elena. Nonostante ciò, Vittorio frequentò assiduamente il fronte, alternando visite alle truppe a momenti di osservazione diretta, durante i quali raccolse appunti sulle gravi carenze dell’esercito e fece molte fotografie, sua grande passione. In questo contesto si intensificarono i contrasti con il generale Luigi Cadorna, con il quale il rapporto divenne progressivamente più teso e conflittuale, fino alla rottura definitiva successiva alla disfatta di Caporetto, quando il re decise di esonerarlo e di affidare il comando ad Armando Diaz, molto più incline a seguire le direttive reali.
L’8 novembre 1917 Vittorio Emanuele partecipò al convegno interalleato di Peschiera del Garda, nel corso del quale presentò una valutazione della situazione militare italiana basata sulle osservazioni dirette maturate al fronte. Il sovrano sottolineò la capacità dell’esercito di attestarsi efficacemente lungo la linea del Piave, contribuendo a rafforzare la fiducia degli alleati. Il suo intervento fu accolto favorevolmente e ritenuto determinante per la conferma degli aiuti militari già discussi in precedenza a Rapallo;[15] il primo ministro britannico ne lodò l’efficacia, richiamando il fervore ideale di Mazzini e la visione politica di Cavour.[16]
Fascismo
Con la conclusione della Prima guerra mondiale, l’Italia non ottenne tutti i territori che le erano stati promessi con il Patto di Londra. In particolare, la questione di Fiume emerse già durante la Conferenza di pace, quando il governo italiano ne richiese l’annessione. Tale richiesta fu respinta dagli Alleati, soprattutto dal presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson, suscitando un diffuso malcontento nell’opinione pubblica italiana e favorendo iniziative nazionaliste, tra cui l’occupazione della città guidata da Gabriele D’Annunzio.[17] Il dopoguerra, quindi, si presentò come una fase di forte instabilità politica e sociale. Il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti non riuscì a risolvere la crisi legata alla questione di Fiume, che fu affrontata e conclusa solo nel 1920 dal governo Giolitti. Allo stesso tempo, il paese fu attraversato da violenti conflitti tra le diverse forze politiche e sociali, culminati nel cosiddetto biennio rosso (1919–1920). In questo clima di tensione si rafforzarono movimenti nazionalisti e antidemocratici, tra cui i Fasci di combattimento guidati da Benito Mussolini.[18]
Fin dall’inizio, Vittorio Emanuele non mostrò particolare simpatia per Mussolini, che considerava rozzo e arrogante, con un carattere molto distante dal proprio. Nei giorni precedenti la marcia su Roma, il sovrano si trovava nella tenuta di San Rossore, presso Pisa, e appariva in parte estraneo agli sviluppi della crisi politica. Fu il presidente del Consiglio Luigi Facta ad avvertirlo della possibilità di un’azione fascista; il 27 ottobre 1922 il re rientrò a Roma con l’intenzione dichiarata di difendere la capitale. All’interno della classe politica non era tuttavia chiaro se il sovrano fosse realmente disposto a proclamare lo stato d’assedio. Il suo atteggiamento apparve incerto e il rifiuto di firmare il decreto colse di sorpresa Facta e i ministri. Le ragioni di tale decisione furono probabilmente molteplici: il timore che l’esercito non fosse in grado di reagire efficacemente, la paura di una guerra civile e l’assenza di alternative politiche credibili a Mussolini per la formazione di un nuovo governo.[19]
Dopo un primo tentativo fallito di affidare l’incarico ad Antonio Salandra, il 30 ottobre 1922 Vittorio Emanuele convocò Mussolini e gli conferì l’incarico di formare il nuovo governo. Nel 1924, l’approvazione della legge elettorale maggioritaria Acerbo garantì ai fascisti una larga maggioranza parlamentare.[20] Dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, giunsero al sovrano numerose segnalazioni sulle violenze e sugli abusi del regime, tuttavia il re mantenne un atteggiamento di sostanziale inattività, affermando che sarebbe intervenuto solo in presenza di una crisi parlamentare. In questo contesto dichiarò: «Io sono cieco e sordo. I miei occhi e i miei orecchi sono la Camera e il Senato»[21]
A partire dalla metà degli anni Venti, il sovrano assunse un comportamento sempre più remissivo nei confronti del regime fascista. Accettò le leggi fascistissime del 1925–1926, non si oppose alla progressiva trasformazione autoritaria dello Stato e sostenne, seppur senza particolare convinzione, la politica estera aggressiva del regime. Accettò i titoli di imperatore d’Etiopia e di re d’Albania, acconsentì alla partecipazione italiana alla guerra civile spagnola e non contrastò l’emanazione delle leggi razziali del 1938 contro gli ebrei. Questo periodo rappresentò la fase di massima espressione della cosiddetta diarchia tra monarchia e fascismo, ma segnò al contempo l’inizio del suo progressivo logoramento: Mussolini guardò con sempre più interesse al modello di potere assoluto incarnato da Adolf Hitler, mentre Vittorio Emanuele manifestò una crescente insofferenza nei confronti del Führer e del nazionalsocialismo. Tale atteggiamento emerse in modo evidente durante la visita di Hitler in Italia nel 1938, contribuendo ad acuire le tensioni tra il sovrano e il capo del governo.[22] Parallelamente, Mussolini maturò una sempre maggiore insofferenza nei confronti della monarchia e della dinastia sabauda, percepite come un limite alla piena affermazione del proprio potere politico.[23] Il 22 maggio 1939 i ministri degli Esteri italiano e tedesco firmarono il Patto d’acciaio, accordo che sanciva l’impegno reciproco a sostenersi militarmente in caso di guerra. Nonostante la consapevolezza dell’impreparazione italiana ad affrontare un conflitto di vasta portata, i tentativi italiani di persuadere Hitler a rinviare l’occupazione della Polonia si rivelarono infruttuosi.
Seconda guerra mondiale
Il 1º settembre 1939 la Germania invase la Polonia, dando inizio alla Seconda guerra mondiale. In tale contesto, Benito Mussolini dichiarò la neutralità dell’Italia, consapevole della preparazione insufficiente delle forze armate italiane, ma con l’intento di farla entrare il prima possibile. Vittorio Emanuele, contrario all’ingresso del paese nel conflitto a fianco della Germania, avviò contatti riservati con il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, tramite il ministro della Real Casa Pietro Acquarone, nel tentativo di crearsi margini di manovra; tali iniziative non produssero tuttavia risultati concreti e l’Italia entrò successivamente in guerra.[24]
A partire dalla fine del 1942 si intensificarono le pressioni politiche e istituzionali affinché il sovrano intervenisse contro Mussolini. Vittorio Emanuele, come da lui stesso più volte sostenuto, attese che il Gran Consiglio del fascismo sfiduciasse il duce, e nel corso della seduta del 25 luglio 1943, Dino Grandi presentò un ordine del giorno che proponeva il ripristino delle prerogative statali, il ritorno all’assetto costituzionale e il riconoscimento delle funzioni parlamentari.[25] Il documento fu approvato dal Gran Consiglio e, il giorno successivo, il re fece convocare Mussolini, ne dispose l’arresto e affidò l’incarico di capo del governo al maresciallo Pietro Badoglio.[26] Il nuovo governo Badoglio avviò trattative con gli Alleati per ottenere l’uscita dell’Italia dal conflitto; questi imposero tuttavia la resa incondizionata, che condusse alla proclamazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943. In seguito all’armistizio, il paese si trovò diviso: l’Italia settentrionale venne occupata dalle forze tedesche, decise a ristabilire il potere di Mussolini, mentre il Mezzogiorno passò sotto il controllo anglo-americano, dando avvio a una guerra civile, esito che il sovrano aveva a lungo temuto. Timoroso di un possibile arresto da parte delle autorità tedesche, Vittorio Emanuele lasciò Roma insieme alla famiglia reale e si rifugiò nell’Italia meridionale.[27] Tale decisione fu ampiamente interpretata come una fuga finalizzata alla salvaguardia personale del sovrano e contribuì a compromettere ulteriormente il prestigio della monarchia, e la cosa fu aggravata dal divieto che fu dato al principe Umberto di ritornare nella capitale.[28]
Con la liberazione di Roma da parte delle forze alleate, l’ipotesi di un’abdicazione del re divenne largamente condivisa nel dibattito politico e nell’opinione pubblica. Essa era attesa in primo luogo dagli ambienti antifascisti, che attribuivano al sovrano una responsabilità diretta nelle vicende del regime e ne auspicavano l’uscita di scena, ma veniva sostenuta anche da settori monarchici, che la consideravano una scelta necessaria per salvaguardare la continuità e la credibilità dell’istituzione monarchica. Nonostante tali aspettative, Vittorio Emanuele III, su consiglio di Enrico De Nicola, optò per una soluzione di compromesso, trasferendo i propri poteri al figlio Umberto, nominato luogotenente del Regno, e ritirandosi dalla vita pubblica nella residenza di Posillipo, presso Napoli, insieme alla consorte.[29]
Esilio e ultimi anni
L’abdicazione di Vittorio Emanuele III ebbe luogo il 9 maggio 1946. Nella stessa giornata l’uomo lasciò l’Italia e si trasferì in esilio ad Alessandria d’Egitto, accompagnato dalla moglie Elena. Morì il 28 dicembre 1947, in seguito a una congestione polmonare contratta alcuni giorni prima, il 23 dicembre, durante un’attività di pesca. La salma fu tumulata in una chiesa di Alessandria, dove si trova tuttora.[30]
Note
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, p. 15
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, p. 3
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, p. 31
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, pp. 27-45
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, pp. 46-70
- ↑ Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, pp. 78-92
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, p. 109
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, pp.93-94
- ↑ Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/
- ↑ Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, p. 124
- ↑ Italo-Turca, guerra, Enciclopedia Treccani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, https://www.treccani.it/enciclopedia/guerra-italo-turca/ .
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, pp. 142-151
- ↑ Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/)
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, p. 185
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, p. 199
- ↑ Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/)
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, pp. 229, 237-252
- ↑ Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/)
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, p. 263
- ↑ Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/)
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, p. 332
- ↑ Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/)
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, pp. 391-392
- ↑ Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/)
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, pp. 397-398, 403-409
- ↑ Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/)
- ↑ Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, pp. 415, 421
- ↑ Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/)
Bibliografia
- Antonio Spinosa, Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1990
- Paolo Colombo, Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia, Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/, 2020.
- Italo-Turca, guerra, Enciclopedia Treccani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, https://www.treccani.it/enciclopedia/guerra-italo-turca/
- Treccani, Vittorio Emanuele III re d’Italia, Enciclopedia dei Ragazzi, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-re-d-italia_(Enciclopedia‑dei‑ragazzi)