Storia della psicologia
La psicologia è la scienza che si occupa di studiare il comportamento, le relazioni sociali e i processi mentali dell’essere umano. Il suo obiettivo è la comprensione della mente in tutti i suoi processi, oltre al miglioramento della vita personale degli individui. Si occupa di come l’essere umano pensa, sente e agisce, sia a livello individuale che di gruppo, e della sua interazione con l’ambiente. La storia della psicologia si occupa dello studio di questa disciplina a livello storiografico.
Definizione della disciplina
La storia della psicologia ha una duplice maniera di essere intesa: da un lato, la psicologia come scienza nasce di recente, con la comparsa del metodo sperimentale; d'altro canto, si possono rintracciare delle "psicologie" o sistemi psicologici anche nella filosofia.
Queste due posizioni e questa duplice maniera di intendere la storia della psicologia ha dato vita a due ipotesi storiografiche in netto contrasto, nessuna delle quali prevale fortemente sull'altra[1].
Wilhelm Wundt
Wilhelm Wundt è considerato dalla pratica storiografica il padre della psicologia intesa in senso scientifico. Pur esprimendo opinioni eterogenee su questioni di metodo e su cosa dovesse studiare la scienza psicologica, ha contribuito fortemente alla sua genesi e a fornire spunti di ricerca agli studiosi successivi.
Wundt utilizzò le sue conoscenze in ambito filosofico e medico per formulare nuove prassi: fondò il primo laboratorio di psicologia sperimentale nella storia della scienza a Lipsia, in cui indagava problemi che tipicamente venivano affrontati dalla fisiologia.
L'importanza degli studi di Wundt sta nell'aver dato indipendenza alla psicologia rispetto alle altre scienze, e nell'aver codificato con rigore un metodo sperimentale che accogliesse le esigenze dell'indagine psicologica.
Molte teorie di Wundt non sono più considerate spiegazioni ottimali da parte della comunità scientifica: ad esempio il cosiddetto «volontarismo», che suddivide in fasi fisse e distinte tra loro ogni processo psichico umano. Ad altre teorie, invece, attingono ancora oggi alcuni sistemi psicologici, come avviene con il «parallelismo psicofisico», secondo cui i processi fisici e mentali dell'essere umano sono paralleli: non si causerebbero necessariamente l'un l'altro, ma a ciascun cambiamento dei primi corrisponderebbe un cambiamento nei secondi.
Come successori prossimi di Wundt, funzionalisti e soprattutto strutturalisti furono fortemente influenzati dalla sua opera: alcuni storiografi considerano Wundt uno strutturalista.[2]
Funzionalismo e strutturalismo
Lo strutturalismo è un movimento psicologico nato secondo alcuni storiografi con il laboratorio di Wundt a Lipsia; secondo altre fonti, questa corrente è da ricondursi all'operato di un allievo di Wundt in particolare, Edward Bradford Titchener, e prende in questo caso il nome di «esistenzialismo titcheneriano» o «introspezionismo», pur conservando per gli storiografi sempre il nome di «strutturalismo».
Molti ricercatori erano infatti stati attratti dall'idea di una psicologia sperimentale e indipendente, approdando così al laboratorio di Lipsia. Tra loro, diversi erano americani o avrebbero successivamente lavorato negli Stati Uniti, come per l'appunto Titchener, che ivi giunse nel 1892.
Titchener tradusse l'opera di Wundt in inglese, in maniera volutamente selettiva, a causa di altri influssi culturali, nascondendone di conseguenza l'eclettismo e le componenti non sperimentali.
Successivamente, Titchener giunse a un sistema psicologico personale, chiamato per l'appunto «strutturalismo».
Secondo lo strutturalismo, la psicologia ha come oggetto di studio l'esperienza mediata (concetto già espresso da Wundt), ovvero l'esperienza in quanto condizionata dal soggetto esperiente: un'ora, per il soggetto esperiente, può essere più breve di cinquanta minuti. La mente per gli strutturalisti è l'insieme di tutti i processi mentali nella vita dell'individuo, mentre la coscienza è la mente nel qui e ora.
Per Titchener, l'Io o il Sé non sono oggetto di studio della psicologia scientifica, in quanto non sottoponibili all'indagine sperimentale.
Lo psicologo strutturalista era interessato soprattutto allo studio delle percezioni, delle idee, delle emozioni e dei sentimenti nei loro elementi costitutivi: in particolare, "sensazioni", ovvero stati di coscienza concomitanti alla stimolazione di organi sensoriali periferici; "immagini mentali", ossia ricordi e anticipazioni del futuro; "stati affettivi", cioè elementi costitutivi di emozioni e sentimenti.
Il metodo con cui venivano indagati questi costrutti era l'introspezione, ovvero l'osservazione empirica. Il comportamento rivestiva importanza nella psicologia strutturalista solo nella misura in cui poteva essere interpretata alla luce dell'introspezione.
L'introspezione era praticata in maniera analitica e rigorosa, scomponendo ogni dato cosciente nei suoi elementi più semplici, ossia in quegli elementi che l'introspettore, ovvero l'osservatore di sé stesso, non riusciva a scomporre ulteriormente malgrado un'ostinata analisi dei propri processi mentali. Questa prassi prende il nome di «criterio elementistico» e doveva salvaguardarsi dall'«errore dello stimolo».
Il cosiddetto «errore dello stimolo» costituiva l'attribuzione di significati o valori ai dati analizzati, che dovevano essere semplicemente riportati nella loro esistenzialità (da cui l'espressione «esistenzialismo titcheneriano»).
Un esempio che può aiutare a rendere chiaro quanto studiato dagli strutturalisti e il loro metodo è il seguente: di fronte a un tavolo, un individuo sarebbe spesso portato a riportare, di fronte a un esperimento strutturalista, che "vede un tavolo". Lo psicologo introspezionista avrebbe riferito, invece: "Vedo un colore grigio, una luminosità di media intensità...".
Gli sperimentatori introspezionisti erano dunque portati a descrivere solo gli stimoli nella loro componente elementistica, in virtù di un lungo addestramento preliminare.
Titchener continuò a lavorare alla Cornell University come direttore del laboratorio di psicologia sperimentale. Con la sua morte, avvenuta nel 1927, lo strutturalismo smise fondamentalmente di esistere; i suoi allievi, tra cui Edwin G. Boring, padre della moderna storiografia psicologica, continuarono a lavorare negli Stati Uniti, ma senza avere un'influenza profonda sulla psicologia degli anni '30[3].
Riflessologia e studi di Pavlov
In diversi testi che fungono da rendiconto sulla storia della psicologia, Ivan Petrovič Pavlov (1849-1936) è il principale e spesso unico studioso russo a comparire in modo sostanziale.
Pavlov scoprì il cosiddetto «condizionamento classico»: sebbene fosse inizialmente interessato a esaminare la composizione della saliva, notò che, mettendo in bocca a un cane del cibo, si produce un aumento immediato dei livelli di saliva, come conseguenza di un riflesso automatico, innato, non frutto dell’esperienza passata.
Inoltre, Pavlov capì che il cane può produrre saliva anche in assenza dello stimolo (il cibo), ma anche quando vede o sente qualcosa che di solito lo precede, come la vista del recipiente. Questi secondi riflessi, detti «riflessi condizionati», appresi e non innati, incuriosirono Pavlov, che decise di studiarli.
In particolare, scoprì così il condizionamento classico o «pavloviano», che funziona tramite un’associazione ripetuta tra uno stimolo condizionato o appreso (una campanella fatta suonare prima dell’arrivo del cibo, nei suoi esperimenti) e uno stimolo incondizionato (in questo caso il cibo): tale associazione scatena infine una risposta condizionata, cioè l’aumento della salivazione anche senza la presenza del cibo, ma in presenza invece del suono della campanella[4].
Scuola storico-culturale
Sempre nell’ambito dell’Unione Sovietica operò un altro studioso, Lev Vygotskij (1896-1934). Il 19 ottobre 1924 enunciò ‘’La coscienza come problema della psicologia del comportamento’’ a una sua conferenza, e questa divenne il manifesto della scuola storico-culturale: sottolineava l’importanza della coscienza come oggetto di studio della psicologia. Per Vygotskij, la tendenza della scuola pavloviana a concentrarsi sullo schema del condizionamento significava precludersi la possibilità di studiare le attività cognitive superiori, quali pensiero e linguaggio.
Vygotskij si occupò soprattutto di comprendere come e in che misura la psiche venga plasmata da cultura e società, nei bambini e negli adulti. Il suo metodo sovente era costituito da studi longitudinali (in cui cioè seguiva a lungo diversi bambini nella loro maturazione cognitiva ed emotiva).
Fu precursore della tradizione «ecologica», cioè di quelle impostazioni psicologiche attente ai fattori ambientali. Anticipò inoltre l’impostazione della Scuola di Ginevra, scontrandosi direttamente con le teorie di Piaget[5].
Psicologia della Gestalt
La psicologia della Gestalt, chiamata anche «psicologia della forma» è una corrente di pensiero psicologico nata e sviluppatasi in Europa con i lavori di Wertheimer (1880-1943), Köhler (1886-1941) e Koffka (1887-1967).
Gli psicologi della Gestalt rifiutavano l’impostazione di Wundt, che aveva l’intento di scomporre ogni fenomeno nei suoi aspetti più semplici e irriducibili.
Sotto l’influsso culturale di filosofi di fine Ottocento, ma anche delle idee di Kant (seppur temporalmente distanti), i gestaltisti ritenevano di dover studiare diversi processi psicologici, come l’apprendimento o la memoria, secondo un’impostazione antielementistica e seguendo la considerazione per la quale la parte di un tutto cambia caratteristiche a seconda del tutto in cui è inserita («il tutto è più della somma delle parti» è una frase ricorrente negli scritti di questi psicologi).
In questo modo, questo sistema psicologico si proponeva di studiare l’esperienza non partendo dal basso, secondo un approccio «bottom-up» che scompone gli elementi, ma invece «top-down», considerando entità globali con una loro organizzazione interna intrinseca[6].
In seguito all’avvento del nazismo in Germania, molti gestaltisti emigrarono negli Stati Uniti, dove già nel 1913 era nato ufficialmente il comportamentismo. Mentre dunque nel periodo tedesco della Gestalt, approssimativamente cominciato nel 1912 e concluso nel 1935, i gestaltisti consolidarono le loro teorie, nel periodo americano dovettero invece lottare per il riconoscimento di tali teorie.
Tuttavia, nel campo di ricerca della psicologia sociale, le teorie degli psicologi della Gestalt furono invece ben accettate, con pubblicazioni di autori anche non di origine tedesca. Questo perché le impostazioni teoriche e metodologiche del comportamentismo rendevano complessa la sua implementazione nell’ambito della psicologia sociale, ma anche in quanto la parte della psicologia della Gestalt che trattava personalità, influenze ambientali e motivazione era più pratica e concreta del resto dell’impostazione gestaltica[7].
Note
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, p. 17.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, p. 55-58.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, p. 58-63.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, p. 75-77.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, p. 81-83.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, p. 85-87.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, p. 107-110.
Bibliografia
- Paolo Legrenzi, Storia della psicologia, Bologna, il Mulino, 2019.