Storia vera: differenze tra le versioni
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Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, | Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990. | ||
Versione delle 14:58, 26 gen 2025
La Storia vera è un'opera narrativa appartenente alla letteratura greca, scritta da Luciano di Samosata intorno al secondo secolo d.C. Si tratta di un romanzo fantasioso in forma autobiografica e con intento parodistico, in cui si narra delle avventure di un gruppo di uomini che, capitanati dall'autore stesso, decidono di attraversare le Colonne d'Ercole.
Vita e opere di Luciano di Samosata
Luciano di Samosata è stato uno scrittore, retore, filosofo e conferenziere della Grecia del II secolo d. Cristo, celebre per la sua arguzia ed irriverenza a sfondo umoristico e satirico. Occorre grande cautela nel ricostruire la vita di Luciano attraverso i suoi scritti autobiografici, in quanto non sempre si trova un indizio certo per distinguere il fatto reale dalla finzione. Nato intorno all’anno 120 d. Cristo a Samosata, capitale della Commagene, è possibile che Luciano non fosse propriamente greco d’origine, ma che la sua famiglia fosse grecoromana, mentre il nome (derivato dal latino Lucius) fa pensare a provenienza da un liberto romano. Come viene raccontato nel Sogno, Luciano venne indirizzato sotto la guida dello zio alla carriera da scultore. Nell’opera viene anche descritto di un incontro onirico nel quale appaiono due donne, la Statuaria e l’Istruzione, ciascuna delle quali tenta di adescare Luciano decantando la bellezza ed i vantaggi della vita che gli prospetta. A prescindere dalla veridicità di tale aneddoto, restano valide le motivazioni per le quali l’Istruzione ebbe causa vinta, motivazioni che persuasero la famiglia del giovane Luciano e del ragazzo stesso ad intraprendere i suoi studi letterari, invece che proseguire l’apprendimento dell’arte statuaria presso la bottega dello zio. Per quanto riguarda l’istruzione di Luciano, è possibile che abbia ricevuto la sua prima educazione in patria o in qualche città vicina, per poi approfondire i suoi studi retorici ad Antiochia, dove inizialmente tentò con scarso successo la carriera d’avvocato. Luciano fece quindi il conferenziere itinerante girando di città in città e guadagnando compensi presumibilmente vistosi, data la sua vita dispendiosa e la sua vicinanza a personaggi anche molto ricchi, non senza riscontrare difficoltà a causa della sua indole spigolosa che non sempre gli procurava simpatie. Un’altra fonte di guadagno per Luciano deve essere stata l’attività d’insegnante, specialmente nei primi anni delle sue peregrinazioni. Verso il 163 d. Cristo Luciano si stabilì ad Atene, dove svolse (a suo dire) attività più seria e vera. Qui imparò ad apprezzare la filosofia mettendo da parte la retorica. Questo cambiamento potrebbe essere dovuto all’incontro avvenuto a Roma con il filosofo platonico Nigrino. Negli anni trascorsi ad Atene è probabile che Luciano abbia continuato l’attività di conferenziere includendo nuovi temi meno frivoli e più impegnati. Verso la fine della sua carriera Luciano si spostò in Egitto dove venne investito dal governatore romano della carica di sovraintendente agli affari giudiziari. Infine, Luciano muore verso l’anno 190 d. Cristo ad Atene.
L’attività letteraria di Luciano fu molto vasta, il corpus delle opere a lui attribuite ammonta a più di 80 scritti, ma non tutti sono realmente suoi, alcuni sono evidentemente di suoi imitatori, come, ad esempio, il Charidemus o l’Halcyon. La forma di queste opere è spesso dialogica, alla maniera platonica, ma anche dieghematica ed epistolare. In mancanza di una precisa datazione, è difficile risalire ad una cronologia dei testi di Luciano. Lo studioso Taddeo Sinko distingue l’attività letteraria di Luciano in un periodo giovanile e in un periodo senile, attribuendo ad un periodo centrale le opere non appartenenti ai due periodi estremi e caratterizzate da un interesse maggiore per la filosofia. Un ulteriore suddivisione può riguardare l’affinità di tali opere. Distinguiamo quindi i prodotti dell’attività del retore e maestro di stile come l’Apologia, il Bacchus o l’Hercules; la produzione semifilosofica, composta ad esempio dal De Luctu, De sacrificiis (una critica contro l’assurdità di certe pratiche religiose) o il Nigrinus (un dialogo riguardante il filoso Nigrino). Non mancano le parodie e le satire come il Quomodo historia conscribenda (un tentativo di fissare le regole della storiografia) o il Convivium seu Lapithae (un dialogo che parla di un banchetto di nozze in cui i filosofi di tutte le scuole si rivelano ingordi e impudenti). Uno scritto in particolare rientra tra le parodie sfruttando la narrazione di carattere avventuroso, ovvero la Vera Historia (la Storia vera).
Riassunto dell'opera
La Storia vera è un’opera narrativa autobiografica suddivisa in due libri. Come dichiara Luciano stesso, solo una cosa di quest’opera è vera, ovvero il fatto che in essa non ci sia proprio nulla di vero. Dal principio l’autore dichiara il suo intento, cioè quello di procurare nel lettore un momento di relax. Non mancano i riferimenti alle opere affini alla sua nell’inventare cose del tutto fuori dalla realtà, e Luciano di queste opere ne offre una parodia, mostrando come al fantasticare non ci sia un limite. La Storia vera racconta quindi di un viaggio immaginoso verso l’estremo occidente, al di là delle colonne d’Ercole che un tempo segnavano il limite della conoscenza umana del mondo. Luciano, dunque, mosso dal desiderio di scoprire cose nuove, si imbarca assieme ad una cinquantina di uomini verso l’Oceano occidentale, ma una tempesta sballotta la loro nave per settantanove giorni fin quando all’ottantesimo l’equipaggio riesce a sbarcare su un’isola misteriosa. Qui scoprono una colonna di bronzo con un’iscrizione greca che attesta che Eracle e Dionisio in passato avevano viaggiato fin li. Sull’isola scoprono un fiume di vino popolato da creature che hanno forma di viti dai fianchi in giù e forma di donne nella parte alta del corpo, le quali rapiscono due membri dell’equipaggio. Lasciata l’isola la nave si imbatte in un’altra tempesta che solleva l’imbarcazione a 3000 stadi di altezza portandola sulla Luna. Raggiunta la Luna Luciano ed i suoi compagni vengono catturati dagli ippogrifi e portati al cospetto del re dei seleniti, Endimione. Questo accoglie gli avventurieri e racconta loro dell’imminente battaglia che si sarebbe svolta all’indomani contro il re del Sole Fetonte, invitandoli a partecipare allo scontro. Il giorno seguente le due formazioni avversarie si scontrano con eserciti improbabili formati da guerrieri come i Caulomiceti, armati di funghi come scudi e gambi di asparagi come lance, o come gli Psyllotoxoti che cavalcano pulci grandi come elefanti. La battaglia viene vinta dall’esercito del Sole e Luciano ed i suoi compagni vengono fatti prigionieri per un breve periodo fin quando non vengono liberati a seguito di un trattato di pace. L’equipaggio decide di proseguire il proprio viaggio nonostante l’invito da parte di Endimione a rimanere con sé, ma prima Luciano racconta delle stranezze più assurde che aveva osservato sulla Luna, come l’assenza di Donne e la nascita dei bambini dai polpacci degli uomini. La nave, quindi, ritorna sulla Terra dove viene inghiottita da una balena di mille e cinquecento stadi di lunghezza. Al suo interno si trova un’isola e Luciano e il resto dell’equipaggio vengono accolti da un naufrago che abitava li già da vent’anni con suo figlio. L’uomo spiega che l’isola è abitata da alcune pericolose tribù di esseri dalla forma di pesce e che per sopravvivere è obbligato a pagare un riscatto ad una esse. Luciano, dunque, decide di combattere le altre popolazioni riuscendo a sconfiggerle tutte. Per più di un anno Luciano ed i suoi convivono all’interno della balena indisturbati, ma un giorno, stanchi della solita vita, decidono di dar fuoco all’isola così da uccidere l’animale e da fuggire all’esterno. Ripresa la navigazione, la nave si imbatte in altre stranezze come una bufera che congela il mare per più di 30 giorni, un l’isola di formaggio circondata da un mare di latte e degli uomini dai piedi di sughero (i sugheròpodi) che camminano sull’acqua. Attratto da un forte profumo, l’equipaggio decide di attraccare su quella che si rivelerà esser chiamata l’isola dei beati, governata dal cretese Radamanto (giudice dei morti). Luciano ed i suoi uomini vengono quindi portati al cospetto del governatore e in attesa di esser giudicati assistono prima al processo di Aiace, figlio di Telamone, accusato di essere impazzito e di essersi ucciso, poi al processo di natura erotica fra Teseo e Menelao e infine al processo sull’attribuzione della preminenza ad Alessandro figlio di Filippo e ad Annibale il Cartaginese. Giunto il loro momento, Radamanto sentenzia che dopo la morte Luciano ed il suo equipaggio avrebbero pagato le conseguenze della propria curiosità ma che per il momento erano liberi, così esplorano la città dei Beati ed il simposio, dove incontrano Omero, Ulisse, Socrate, Pitagora e altri defunti. Dopo circa sette mesi tre membri dell’equipaggio di Luciano aiutano Cinira, il figlio di Scintaro, a rapire la donna da lui amata, Elena, ma vengono fermati in tempo. Radamonte quindi ordina Luciano di ripartire che si rimette in navigazione il giorno seguente. L’equipaggio successivamente si imbatte nell’isola dei sogni, dove vi abitano sogni di ogni specie, e passati trenta giorni a dormire confortati da essi riprendono il viaggio. Tre giorni dopo la nave raggiunge l’isola di Ogigia. Qui Luciano trova Calipso alla quale cede una lettera che Omero nell’isola dei Beati si era raccomandato di consegnarle. All’alba la nave riparte ma viene assalita prima dai Colocintopirati, ovvero pirati che navigano su navi fatte di zucche, poi da degli uomini montati su grandi delfini. All’improvviso compare una selva fittissima in mezzo all’oceano che viene superata facendo slittare la nave sopra gli alberi. Superata la selva la nave sbarca sull’isola dei Bucèfali (uomini a forma di minotauro), sulla quale tre dei compagni di Luciano vengono uccisi. Una volta vendicati i propri compagni Luciano ed i suoi uomini giungono all’isola di Cobalusa dove delle donne marine dette Onoskelee per poco non li uccidevano adescandoli e ubriacandoli. Infine, fuggiti dall’isola, la nave raggiunge i pressi del continente agli antipodi del mondo, e mentre l’equipaggio discute sul da farsi una tempesta sbatte la nave contro la riva lasciando gli avventurieri su quella nuova terra. Il racconto si conclude all’improvviso con la promessa di continuare la storia nei libri che seguiranno.
Analisi dell'opera
La formula artistica della Storia vera, come si nota già nei primi episodi, è nell’esagerazione, ma un’esagerazione che non mira, come accade nell’epica, a sbalordire il lettore, bensì a farlo ridere. Così Luciano scrive di pulci-sagittario grosse quanto dodici elefanti, della pancia della balena capace di contenere una città di diecimila abitanti, o dell’esercito del sole costituito da sessanta milioni di unità. All’esagerazione iperbolica viene accostata un’altra tecnica espressiva, che è l’opposto dell’esagerazione, ovvero la precisazione e la descrizione minuziosa dei dati evidentemente esagerati. Questo accostamento crea un contrasto che mette in risalto l’aspetto grottesco della narrazione. Un ‘altro espediente utilizzato da Luciano è quello di rievocare i personaggi e le divinità del passato riproponendoli in una dimensione più umana (ad esempio quando Calipso dopo la lettura della lettera di Ulisse chiede se Penelope fosse realmente così tanto bella come lui diceva, o quando Tersite fa causa ad Omero per diffamazione). Essendo un precursore del tema classico del viaggio immaginario, (nonché il primo testo attestato in cui viene descritto un viaggio sulla Luna) si ritiene che quest’opera abbia influenzato la fantasia degli autori di scritti come I viaggi di Gulliver, Ventimila leghe sotto i mari e L’Orlando Furioso.
Note
bibliografia
Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), Storia vera, Milano, Rizzoli, 1990.