Dante Alighieri: differenze tra le versioni
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Ancora Boccaccio ci fornisce le tappe dell’itinerario tra le corti montane della toscana, ci dice che dopo il 1306 Dante trovò rifugio presso il conte Salvatico del Casentino, il marchese Moroello Malaspina in Lunigiana e presso Uguccione della Faggiola. | Ancora Boccaccio ci fornisce le tappe dell’itinerario tra le corti montane della toscana, ci dice che dopo il 1306 Dante trovò rifugio presso il conte Salvatico del Casentino, il marchese Moroello Malaspina in Lunigiana e presso Uguccione della Faggiola. | ||
Sappiamo di certo che nell’ottobre del 1306 si trovava in Lunigiana presso i Malaspina; ce lo rivela il fatto che fu impiegato come diplomatico per risolvere la guerra contro il vescovo di Luni. Moroello Malaspina era un fedele alleato del governo dei Neri a Firenze, e capitano delle truppe che presero la bianca Pistoia l’anno prima. Non dobbiamo stupirci se Dante si trovasse presso di lui in servizio; infatti a questo periodo dell’esilio è, quasi all’unanimità, collocato il pentimento e il tentativo, sobbarcandosi delle sue colpe, di rientrare a Firenze da uomo libero perdonato dei suoi errori.<ref>Riguardo al Dante pentito vedere Barbero, Dante, pp.196-205.</ref> | Sappiamo di certo che nell’ottobre del 1306 si trovava in Lunigiana presso i Malaspina; ce lo rivela il fatto che fu impiegato come diplomatico per risolvere la guerra contro il vescovo di Luni. Moroello Malaspina era un fedele alleato del governo dei Neri a Firenze, e capitano delle truppe che presero la bianca Pistoia l’anno prima. Non dobbiamo stupirci se Dante si trovasse presso di lui in servizio; infatti a questo periodo dell’esilio è, quasi all’unanimità, collocato il pentimento di Dante, e il tentativo, sobbarcandosi delle sue colpe, di rientrare a Firenze da uomo libero perdonato dei suoi errori.<ref>Riguardo al Dante pentito vedere Barbero, Dante, pp.196-205.</ref> | ||
Dopo aver lasciato la corte dei Malaspina è certo che sia stato ospitato dai conti Guidi nel Casentino, il conte in quel momento è Guido Salvatico strettamente legato al regime dei Neri, dato che riconferma la volontà di Dante di cercare appoggi per poter tornare in patria. | Dopo aver lasciato la corte dei Malaspina è certo che sia stato ospitato dai conti Guidi nel Casentino, il conte in quel momento è Guido Salvatico strettamente legato al regime dei Neri, dato, che riconferma la volontà di Dante di cercare appoggi per poter tornare in patria. | ||
Infine, si recherà dal conte Uguccione della Faggiola, che governava su una regione tra le Marche e la Toscana. | Infine, si recherà dal conte Uguccione della Faggiola, che governava su una regione tra le Marche e la Toscana. | ||
Abbiamo anche un paio di indizi su una possibile permanenza a Lucca. Il primo è un riferimento interno alla commedia (in particolare nel canto XXIV del Purgatorio) dove il poeta lucchese Bonaggiunta Orbicciani gli predice un piacevole incontro amoroso che gli farà apprezzare la città toscana. Il secondo di più difficile interpretazione | Abbiamo anche un paio di indizi su una possibile permanenza a Lucca. Il primo è un riferimento interno alla commedia (in particolare nel canto XXIV del Purgatorio) dove il poeta lucchese Bonaggiunta Orbicciani gli predice un piacevole incontro amoroso che gli farà apprezzare la città toscana. Il secondo, di più difficile interpretazione, è un documento notarile del 1308, dove è certificata la presenza di Giovanni, figlio di Dante, in città. In ogni caso la sua permanenza potrebbe essere durata massimo fino al marzo del 1309 quando un editto del comune vietava l’ingresso nella città ai fuoriusciti fiorentini. | ||
Sia il Boccaccio che Giovanni Villani sostengono che Dante si possa essere recato a Parigi, probabilmente dopo i soggiorni toscani, sino al 1310 quando in occasione dell’arrivo di Enrico VII ritornò in Italia. Sempre gli stessi dicono che lì studiò filosofia e teologia e “mostrò l’altezza del suo ingegno” probabilmente riferendosi al fatto che tenne lezioni o disputazioni con altri intellettuali.<ref>Barbero, Dante, pp. 206-224 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 119-130.</ref> | |||
=== Enrico VII === | === Enrico VII === | ||
A seguito dell’ingresso in Italia di Enrico VII, diretto a Roma per l’incoronazione imperiale, Dante scriverà diverse lettere in preparazione all’arrivo dell’imperatore: | A seguito dell’ingresso in Italia di Enrico VII, diretto a Roma per l’incoronazione imperiale, Dante scriverà diverse lettere in preparazione all’arrivo dell’imperatore: | ||
Versione delle 11:42, 29 dic 2024
Dante Alighieri
Dante Alighieri (nato a Firenze nel maggio del 1265, morto a Ravenna nel settembre del 1312) è stato uno scrittore, poeta e politico italiano. Noto principalmente per la sua Divina Commedia, riconosciuta a livello internazionale come uno dei maggiori capolavori letterari in italiano; produsse anche trattati di teoria politica e lingua.
Famiglia
Per scoprire qualcosa riguardo gli Alighieri e gli antenati di Dante ci viene in aiuto lo stesso poeta, per mezzo delle parole messe in bocca al trisavolo Cacciaguida in Paradiso XV. Prima di tutto scopriamo che l’antenato visse sotto l’impero di Corrado III, e da lui fu ordinato cavaliere in occasione della seconda crociata, tra il 1146 e il 1148, alla quale partecipò e morì. In una società come quella fiorentina del XIII secolo è di grande importanza poter vantare la presenza di un cavaliere in famiglia.[1]
Ma chi erano gli Alighieri e come erano visti a Firenze? Sul capostipite della famiglia sappiamo ben poco, ma egli stesso ci annuncia nel passo del Paradiso l’esistenza di un figlio dal quale la famiglia prenderà nome: Alaghieri, il bisnonno di Dante. Lo troviamo citato in due diversi documenti notarili del tempo. Il primo lo vede impegnato con un’altra famiglia magnatizia del vicinato, decisamente più importante, i Donati, in una trattativa con la chiesa di S. Martino; mentre l’altro riguarda un atto pubblico del comune al quale presenziò come garante dell’accordo. Da questi possiamo desumere che fosse quantomeno un personaggio di rilievo nella società fiorentina.
L’unico figlio di Alaghieri a noi conosciuto è Bellincione, il nonno di Dante. Bellincione lo troviamo molto presente nella vita politica del comune: partecipa alle riunioni probabilmente come dirigente dell’arte delle corporazioni mercantili e artigiane e presenzia ad atti comunali di rilievo. La gran parte dei documenti in cui lo troviamo menzionato sono però riguardanti gli affari, tutti provenienti da un notaio pratese dove probabilmente Bellincione aveva terre ed interessi economici. Possiamo però presumere che la sua principale attività, alla quale introdurrà presto anche i figli, è quella di prestatore di denaro. La partecipazione di Bellincione al governo cittadino, durante il regime del Primo Popolo dal quale erano escluse le grandi famiglie nobiliari di Firenze, ci aiuta nel piazzarlo sì, tra i cittadini facoltosi, ma ben lungi dalla nobiltà.
Infatti, il figlio Alighiero compare con i fratelli e il padre in una serie di atti notarili che riguardavano la vendita di terreni e prestiti, con interessi molto cospicui, ad altri gentil uomini. C’è da fare una precisazione sul lavoro di prestatore di denaro; infatti, al tempo era condannabile come usura, in quanto prestito di denaro che prevedeva interessi; ma di fatto era socialmente accettato se la trattativa avveniva tra gentil uomini di un certo livello sociale. Un ulteriore indizio sulla fama degli Alighieri, è che sappiamo per certo che dal 1260 detenevano un cognome, cosa assai rara per il tempo; infatti, lo zio di Dante Burnetto nel Libro di Montaperti è citato come “Burnettus Bellincionis Alaghieri”. Sempre dallo zio ci arriva un altro indizio, nella battaglia infatti combatté soltanto come fante e non come cavaliere come la totalità dell’élite fiorentina e come farà il nipote, soltanto dopo.[2]
Sappiamo che Alighiero morì presto quando Dante probabilmente aveva tra gli 8 e i 14 anni, riprova di questo è la totale assenza di riferimenti al padre nelle sue opere. La madre invece monna Bella potremmo ricondurla alla famiglia degli Abati ma l’attribuzione è quanto meno incerta.[3]
La vita a Firenze
Dante nasce nel 1265 a Firenze che in quel momento era governata dai ghibellini. Evidentemente Bellincione e i figli non erano così esposti politicamente da essere allontanati come invece fu lo zio Geri del Bello. Conosciamo i nomi dei due fratelli di Dante, Tana e Francesco, quest’ultimo nato da un secondo matrimonio di Alighiero con una tale Lapa Cialuffi. Boccaccio riferisce poi di una seconda sorella di cui si è perso il nome ma che, secondo lui, fece un figlio che somigliava particolarmente al poeta. Dante e la sua famiglia vissero nella parrocchia di S. Martino del Vescovo, insieme ad altre note famiglie fiorentine, tra cui i Donati. La città era poi divisa in sei porzioni dai sesti, unità principalmente amministrative sulle quali si basava il sistema elettivo, in queste circoscrizioni erano scelti sia funzionari comunali che militari. Gli Alighieri si trovavano nel sesto di Porta San Piero, abitato oltre che dai sopracitati Donati anche dai Cerchi, futuri leader delle fazioni guelfe avverse dei Bianchi e dei Neri.
Nello stesso sesto abitavano inoltre i Portinari, particolarmente di spicco nella vita politica cittadina era Folco Portinari padre di Beatrice, la bambina di cui Dante bambino si innamorò. Il primo incontro tra i due lo racconta proprio il poeta nella Vita Nova, ma lo approfondisce Boccaccio nel suo Trattatello. I due si sarebbero incontrati ad una festa e Dante sarebbe rimasto folgorato dalla bellezza della bambina, che lo colpì, ci riferisce lui stesso, per un abitino rosso. Da quel momento si rincontrarono un’altra volta dopo anni e in quell’occasione Beatrice ormai diciassettenne e sposata lo riconobbe e salutò, per Dante fu questo un momento fondamentale, non solo perché finalmente ricevette considerazione dalla donna amata, ma soprattutto perché il sentimento così forte che provò lo volle mettere in versi e inviare quest’opera, dal titolo A ciascun’alma presa, ad altri letterati della città.
Questo era un gioco abbastanza comune tra gli intellettuali di un certo rango, qualcuno inviava le proprie rime e gli altri dovevano rispondere; i temi erano disparati, si parlava della vita, dell’amore e non mancavano gli insulti, di cui proprio Dante con il suo amico Forese Donati ci daranno una prova. Proprio grazie a questi contatti il poeta entrò in un ambiente sociale che era il più alto di Firenze. Così conobbe l’amico, che lui definisce migliore, Guido Cavalcanti, ma anche Manetto Portinari (fratello di Beatrice) e il già citato Forese Donati.
Determinante per la vita di Dante fu sicuramente la morte di Beatrice, avvenuta nel 1290 all’età di venticinque anni.[4]
Gli studi
Non è facile ricostruire i momenti formativi di Dante, ma un primo passo lo possiamo fare partendo dalle scuole che un bambino del suo rango doveva aver frequentato privatamente o pubblicamente. Nella sua parrocchia è attestato un certo Romano, maestro di giovani, che con tutta probabilità insegnò a leggere, scrivere e le basi del latino al nostro poeta. Intorno ai 10 anni d’età l’istruzione subiva una divaricazione, la gran parte dei bambini proseguiva il percorso concentrandosi sull’abilità di far di conto per permettere uno sbocco in ambito mercantile; invece, la stragrande minoranza decideva di continuare lo studio del latino, è certo, che, se ne ebbe la possibilità, il giovane Dante scelse questo percorso.
In questo momento della formazione di Dante va inserito il celebre maestro Brunetto Latini, incontrato dal poeta nel XV canto dell’Inferno. Dal suo insegnamento probabilmente ottenne un affinamento delle capacità di comunicazione, dal parlare in pubblico (fondamentale per la vita politica) allo scrivere bene. Questa è l’interpretazione più verosimile tenendo conto delle parole di Dante nel canto sopracitato, «M’insegnavate come l’uom s’etterna», e del ruolo ricoperto da Brunetto Latini nella Firenze della metà del XIII secolo.
Sappiamo poi che Dante ventenne si recherà a Bologna intorno al 1287, e lì con tutta probabilità frequentò qualche corso universitario relativo alle arti e assistette alle orazioni di diversi intellettuali, alle quali forse si riferisce nel Convivio con «le disputazioni dei filosofanti». In ogni caso a Bologna si formò sotto il punto di vista retorico e filosofico, tanto che, tornato a Firenze, potrebbe aver frequentato «le scuole delli religiosi» per migliorare il suo latino e la conoscenza dei grandi classici come Cicerone, Boezio e l’amato Aristotele.[5]
Politica
Il primo biennio 1295-1296
Dante iniziò a partecipare alla vita politica di Firenze intorno ai trent’anni. Non si può per i tempi parlare di carriera politica, in quanto le cariche erano di breve durata e aperte a gran parte della popolazione. In ogni caso la prima attestazione di un intervento di Dante nei consigli cittadini è databile al 1295, nel consiglio generale del comune che contava 300 membri. La situazione a Firenze era critica, i magnati o Grandi, esclusi dal governo della città rivendicavano il loro potere con dimostrazioni di forza militare che portavano la città sull’orlo della guerra civile.
Possiamo vedere in Dante la tipica figura del regime popolare al tempo al potere; infatti, rappresentava la casta dei popolani facoltosi, ostili rispetto alla dittatura del popolo minuto e ben disposti ad ammorbidire le leggi del regime in favore dei nobili, a patto che questi abbandonassero gli usi violenti di cui erano spesso protagonisti.
L’adesione a questo ideale gli costò anche l’astio dell’amico Guido Cavalcanti, fervido difensore del potere delle famiglie magnatizie di cui faceva parte.
Sempre nello stesso anno troviamo Dante citato tra i 36 membri del consiglio speciale del capitano del popolo, in carica dal novembre 1295 ad aprile 1296. Nel frattempo, ricoprì il ruolo di sapiente nel consiglio delle Capitudini delle dodici arti, per discutere le modalità di elezione dei prossimi priori.
Infine, nel giugno del 1296 appare tra i membri del consiglio dei Cento, per approvare alcune spese straordinarie. Particolarità di questo consiglio è il grande potere che deteneva, maneggiando le finanze comunali; quindi, i membri di questo gruppo dovevano essere, oltre che i migliori contribuenti, anche i più fidati.[6]
Il secondo biennio 1300-1301
Le informazioni sulla vita politica fiorentina tra il 1296 e il 1300 sono pressoché nulle, in ogni caso è da escludere che Dante si sia astenuto dall’attività presso i consigli in questo periodo, nonostante a noi non ne sia arrivata traccia.
La situazione a Firenze era velocemente peggiorata, le grandi famiglie guelfe si erano divise in due schieramenti, i Bianchi, capitanati dai Cerchi, e i Neri, guidati da Corso Donati. Dante lo possiamo collocare più vicino ai Cerchi anche se si dichiarerà pubblicamente imparziale. La posizione del poeta in effetti era decisamente particolare, in quanto vivrà il periodo cruciale di questa lotta da priore. Il papa, che al tempo era l’intraprendente Bonifacio VIII, guardava con preoccupazione i fermenti di Firenze. Il partito guelfo di una città così importante doveva rimanere coeso; per questo inviò un cardinale per ristabilire la tranquillità. Contemporaneamente all’ arrivo del cardinal Matteo d’Acquasparta entrarono in carica i nuovi priori con mandato dal 15 giugno al 14 agosto, tra questi c’era anche Dante.
La tensione che attraversava Firenze era vista dai Grandi come l’occasione per rovesciare finalmente il governo del popolo e tornare al potere. Ci furono diverse aggressioni, e i priori furono costretti a mandare in esilio diversi esponenti delle grandi famiglie intorno ai Cerchi e ai Donati. Da notare come tra gli esiliati, voluti quindi anche da Dante, c’era l’amico Guido Cavalcanti che troverà la morte proprio in quest’occasione. Le decisioni dei priori a seguito di questo fatto fecero aumentare le critiche verso Dante e il suo operato, ritenuto tendenzialmente di parte Bianca e non imparziale come si dichiarava. Un fondo di verità in queste affermazioni doveva esserci, infatti, alla fine del bimestre di carica dei priori, vennero rielette unicamente personalità vicine ai Cerchi.
Ritroviamo Dante un paio di mesi dopo nel giugno del 1301, attivo nelle riunioni del consiglio dei cento dove per ben due volte si oppose alla richiesta del papa, di mandare cento cavalieri in supporto delle truppe pontificie nella guerra contro i conti Aldobrandeschi in Maremma. L’opposizione al papa della parte Bianca in città era evidente, e Dante sicuramente si espose molto in questo conflitto. Questo comportamento non era tollerabile, Bonifacio VIII infatti chiede l’intervento in città di Carlo di Valois, fratello del re di Francia, che entra a Firenze, il primo novembre del 1301, rovesciando il governo e lasciandolo in mano ai Neri. Proprio in quel momento Dante era a Roma, inviato in ambasciata per evitare questo tragico epilogo.
Lì lo raggiungerà la notizia dell’intervento di Carlo e in seconda battuta nel gennaio del 1302, la sua condanna all’esilio che presto, nel marzo dello stesso anno, si tramuterà in condanna a morte.[7]
L’esilio
Dante tra i ribelli
La condanna commiata a Dante fu il risultato di una grande quantità di processi che si aprirono con false accuse e sbrigative condanne contro tutti gli avversari politici della firenze nera. I primi mesi del 1302 gli esiliati furono circa 600 e fra loro si trova Dante, in realtà il nostro poeta “godette” di una particolare attenzione, infatti, fu processato dal podestà imposto dai neri insieme ad altri cinque, che furono priori nelle Firenze bianca. Degno di nota è che tra i priori che lo furono insieme a Dante solo lui fu considerato particolarmente pericoloso, a riprova della grande influenza che in quel periodo avrebbe esercitato sulle faccende cittadine. Quindi è subito evidente l’impossibilità di un rientro in città per Dante, che tornato dal viaggio a Roma, raggiunge presto gli altri fuoriusciti a Gargonza.
La possibilità di rientrare in città con la forza doveva essere una speranza condivisa, non passò molto tempo prima che guelfi bianchi e ghibellini esiliati si riunissero e insieme progettassero un attacco. Questo avvenne nel 1303 quando gli esiliati dettero battaglia in diversi territori fiorentini, assaltando castelli e poderi. I risultati non furono quelli sperati e i fiorentini guidati da Fulcieri da Calboli li dispersero senza grande fatica. Agli inizi dell’anno seguente, il nuovo papa Benedetto XI, decisamente meno implicato nello scontro del suo predecessore, tentò la via della pacificazione inviando un altro cardinale in città. La mossa sembrò funzionare quando, grazie all’intermediario, si celebrò nell’aprile del 1304 la fine delle violenze tra le parti. Che la pace fu poco sentita era chiaro fin da subito quando il clima in città si rifece teso e la minaccia di nuovi scontri fece fuggire ad Arezzo i rappresentanti dei bianchi.
Un nuovo tentativo di ingresso violento in città fu preparato dai Bianchi e dai ghibellini chiedendo aiuto in tutta la regione, ma la spedizione si risolverà in una battaglia disastrosa, la battaglia della Lastra (luglio 1304) che chiuderà definitivamente le speranze di un immediato ritorno a Firenze. La partecipazione di Dante alle attività dei ribelli è attestata e di rilievo, possiamo supporre infatti, figurasse tra i maggiori rappresentanti della parte bianca; ma la sua presenza a entrambi gli scontri sopracitati è dubbia. Sappiamo infatti, lui stesso ce lo rivela nel XVII canto del Paradiso, che lasciò il partito dei ribelli per far parte per se stesso[8].[9]
Verona
Dopo la rottura con i Bianchi, Dante si sposta a Verona, dove governa Alboino della Scala. Gli scaligeri sono una famiglia fedele all’imperatore, ma nella situazione in cui si trovava, “peregrino, quasi mendicando” l’ospitalità di chiunque sarebbe stata ben accetta.
C’è da dire che Dante era una figura appetibile per una corte, le sue abilità comunicative potevano essere sfruttate bene per fini diplomatici o per l’ordinaria cancelleria. Sulla sua fama come letterato ci possono dire qualcosa i sonetti umoristici che si scambiò con Cecco Angiolieri, che lo canzonava per la sua attuale condizione economica, prova del fatto che, anche in un ambiente nuovo, avesse gli occhi addosso degli altri letterati.
Le notizie sul soggiorno veronese sono poche, come già accennavo sopra non conosciamo esattamente in che momento si allontanò dai ribelli per dirigersi a Verona, ne tantomeno se quello fosse il primo viaggio verso la città lombarda. Un'altra versione dei fatti, sostenuta principalmente da alcuni storici quattrocenteschi è che dapprima, circa agli inizi del 1303, Dante fu inviato a Verona in cerca di sostegno militare per la causa Bianca e ghibellina; e soltanto dopo la rottura col partito dei bianchi, prima della battaglia della Lastra come forse suggeriscono i versi 55-66 del XVII canto del Paradiso, sia tornato da esule alla corte scaligera. Quanto duri la permanenza a Verona è incerto, Boccaccio suggerisce che fece almeno altre due tappe nello stesso periodo, 1304-1306, a Padova e probabilmente per un tempo più lungo a Bologna.[10]
Toscana
Ancora Boccaccio ci fornisce le tappe dell’itinerario tra le corti montane della toscana, ci dice che dopo il 1306 Dante trovò rifugio presso il conte Salvatico del Casentino, il marchese Moroello Malaspina in Lunigiana e presso Uguccione della Faggiola.
Sappiamo di certo che nell’ottobre del 1306 si trovava in Lunigiana presso i Malaspina; ce lo rivela il fatto che fu impiegato come diplomatico per risolvere la guerra contro il vescovo di Luni. Moroello Malaspina era un fedele alleato del governo dei Neri a Firenze, e capitano delle truppe che presero la bianca Pistoia l’anno prima. Non dobbiamo stupirci se Dante si trovasse presso di lui in servizio; infatti a questo periodo dell’esilio è, quasi all’unanimità, collocato il pentimento di Dante, e il tentativo, sobbarcandosi delle sue colpe, di rientrare a Firenze da uomo libero perdonato dei suoi errori.[11]
Dopo aver lasciato la corte dei Malaspina è certo che sia stato ospitato dai conti Guidi nel Casentino, il conte in quel momento è Guido Salvatico strettamente legato al regime dei Neri, dato, che riconferma la volontà di Dante di cercare appoggi per poter tornare in patria. Infine, si recherà dal conte Uguccione della Faggiola, che governava su una regione tra le Marche e la Toscana.
Abbiamo anche un paio di indizi su una possibile permanenza a Lucca. Il primo è un riferimento interno alla commedia (in particolare nel canto XXIV del Purgatorio) dove il poeta lucchese Bonaggiunta Orbicciani gli predice un piacevole incontro amoroso che gli farà apprezzare la città toscana. Il secondo, di più difficile interpretazione, è un documento notarile del 1308, dove è certificata la presenza di Giovanni, figlio di Dante, in città. In ogni caso la sua permanenza potrebbe essere durata massimo fino al marzo del 1309 quando un editto del comune vietava l’ingresso nella città ai fuoriusciti fiorentini.
Sia il Boccaccio che Giovanni Villani sostengono che Dante si possa essere recato a Parigi, probabilmente dopo i soggiorni toscani, sino al 1310 quando in occasione dell’arrivo di Enrico VII ritornò in Italia. Sempre gli stessi dicono che lì studiò filosofia e teologia e “mostrò l’altezza del suo ingegno” probabilmente riferendosi al fatto che tenne lezioni o disputazioni con altri intellettuali.[12]
Enrico VII
A seguito dell’ingresso in Italia di Enrico VII, diretto a Roma per l’incoronazione imperiale, Dante scriverà diverse lettere in preparazione all’arrivo dell’imperatore: • Nell’autunno del 1310 pubblicherà la Epistola V diretta a tutti i governanti della penisola chiedendogli di riconoscere l’autorità di Enrico VII e sottomettersi ad esso. • Nel marzo del 1311 un'altra lettera indirizzata solo a Firenze accusava “gli scelleratissimi” Neri di opporsi all’imperatore. Nel momento in cui scrive Dante si trova ancora una volta in Toscana ospite dei conti Guidi nel Casentino. • Nell’aprile dello stesso anno verrà pubblicata un'altra lettera direttamente per l’imperatore invitandolo a non perdere tempo con le ribellioni nel nord, perché tutto il dissenso verso di lui aveva un'unica origine e cioè Firenze.
Dopo le guerre al Nord, nel marzo del 1312, infatti, Enrico VII si spostò a Genova e poi a Pisa. Possiamo ipotizzare che Dante si fosse posto al suo seguito in questo momento, ma è anche certo che un incontro tra i due si era già verificato probabilmente in occasione dell’incoronazione come Re d’Italia tenutasi a Milano. Sul soggiorno a Pisa ci informa un giovanissimo Petrarca che con il padre (amico esule di Dante) fu in città proprio durante quel periodo. Le speranze di Dante verso la nuova guida si infransero a Buonconvento poco distante dalla città di Siena dove Enrico VII ormai ammalato da tempo morì nel 1313.[13]
Gli ultimi anni
La morte dell’imperatore fu un duro colpo per Dante, che secondo Boccaccio si recò direttamente a Ravenna anche se ad oggi questa ipotesi è esclusa da diversi fattori. Dobbiamo ammettere nonostante la penuria di informazioni che l’ipotesi più probabile è che Dante abbia passato un consistente periodo ancora alla corte di Verona, stavolta presso Cangrande, ultima speranza e guida per tutti i ghibellini della penisola. Il soggiorno si dovette aggirare intorno ai quattro anni fino al 1318/19, infatti una permanenza di tale entità giustifica le parole d’amicizia e ammirazione che emergono dalla cantica del Paradiso per il signore di Verona.
Per qualche motivo dopo anni passati alla corte veronese Dante sentì la necessità di ripartire, forse per evitare di assumere la reputazione di parassita di corte, che spesso ricadeva sugli ospiti che vivevano troppo a lungo in città. La possibilità di un dissidio con gli Scala è da escludersi, ne è la riprova lo strettissimo rapporto che gli stessi figli di Dante ebbero con la città, ricoprendo anche cariche di un certo livello.[14]
Intorno al 1319/1320, il poeta si recò a Ravenna ospite di Guido Novello da Polenta. A Ravenna Dante è già molto conosciuto, frequenta medici e notai delle migliori famiglie della città che spesso si vanno vanto di averlo come amico. Nel 1321 Guido Novello lo incarica di una missione diplomatica verso Venezia, e questo ci permette l’ipotesi che anche durante l’ultimo soggiorno Dante continuò ad offrire i suoi servigi, come aveva fatto nelle precedenti corti. Quello con tutta probabilità fu l’ultimo viaggio, infatti, il poeta morì nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321.[15]
Note
- ↑ Barbero, Dante, pp. 28-29.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 31-45 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp.26-29.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 50-51.
- ↑ Barbero, Dante, pp.62-82
- ↑ Barbero, Dante, pp.84-94 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp.36-40; 52-55.
- ↑ Barbero, Dante, pp.117-134.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 135- 151 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 64-71.
- ↑ Ripreso il v.69 canto XVII del Paradiso
- ↑ Barbero, Dante, pp. 172-183 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 73-80.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 184-195 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 103-112.
- ↑ Riguardo al Dante pentito vedere Barbero, Dante, pp.196-205.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 206-224 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 119-130.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 225-241 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp.141-154.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 242-256 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 161-178.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 257-271 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 201-210.
Bibliografia
Alessandro Barbero, Dante, Bari, Laterza, 2020.
Paolo Pellegrini, Dante Alighieri, Torino, Einaudi, 2021.