Nova Scotia: differenze tra le versioni
Nessun oggetto della modifica |
Nessun oggetto della modifica |
||
| Riga 4: | Riga 4: | ||
= Il piroscafo = | = Il piroscafo = | ||
Costruito nel 1926 dalla Vickers Ltd nel cantiere di Barrow in Furness per il trasporto di passeggeri e di merci e identificato con la prestigiosa sigla RMS, Royal Mail Ship (2), il piroscafo Nova Scotia, battente bandiera britannica, fu varato a Liverpool nel 1926. Di proprietà della Johnston Warren Lines Ltd, 123,8 metri di lunghezza, 16,9 metri di larghezza, 9,7 metri di pescaggio, 6796 tonnellate, propulsione a vapore monoelica, a quadrupla espansione, velocità di servizio 14,5 nodi, fu originariamente attrezzato per la sistemazione di 105 passeggeri in cabina e 80 in terza classe. In servizio sulla rotta Liverpool-Halifax fino al 1940, nel gennaio del 1941 venne requisito dal Ministero dei trasporti bellici della Gran Bretagna e adibito a trasporto di prigionieri di guerra e di truppe, da e verso l’Africa Orientale Italiana. | Costruito nel 1926 dalla Vickers Ltd nel cantiere di Barrow in Furness per il trasporto di passeggeri e di merci e identificato con la prestigiosa sigla RMS, Royal Mail Ship (2), il piroscafo Nova Scotia, battente bandiera britannica, fu varato a Liverpool nel 1926. Di proprietà della Johnston Warren Lines Ltd, 123,8 metri di lunghezza, 16,9 metri di larghezza, 9,7 metri di pescaggio, 6796 tonnellate, propulsione a vapore monoelica, a quadrupla espansione, velocità di servizio 14,5 nodi, fu originariamente attrezzato per la sistemazione di 105 passeggeri in cabina e 80 in terza classe. In servizio sulla rotta Liverpool-Halifax fino al 1940, nel gennaio del 1941 venne requisito dal Ministero dei trasporti bellici della [[Gran Bretagna]] e adibito a trasporto di prigionieri di guerra e di truppe, da e verso l’Africa Orientale Italiana. | ||
Secondo le fonti storiche, il piroscafo non usufruiva di alcuna protezione, sia navale che aerea, ed era dotato di scarse misure di sicurezza, con un unico cannone montato a poppa e due mitragliere anti-aerei sul ponte (3). | Secondo le fonti storiche, il piroscafo non usufruiva di alcuna protezione, sia navale che aerea, ed era dotato di scarse misure di sicurezza, con un unico cannone montato a poppa e due mitragliere anti-aerei sul ponte (3). | ||
| Riga 22: | Riga 22: | ||
== Il ruolo dell'U-Boat 177 == | == Il ruolo dell'U-Boat 177 == | ||
Poco dopo, il comandante Gysae diede l’ordine di emergere e, stando alle sue dichiarazioni, dalla moltitudine di cadaveri, orrendamente mutilati e ustionati, di naufraghi che si dibattevano tra i flutti oleosi di nafta, o che erano ammassati sulle zattere, o aggrappati ai più disparati relitti, si rese conto con stupore di non aver colpito un mercantile, ma una nave passeggeri. Lo stupore divenne sgomento quando dai naufraghi si levò il grido “Italia! Italia!”, mentre qualcuno di loro tentava di intonare “La donna è mobile..”e qualcun altro urlava parole in tedesco. Dal sottomarino vennero lanciate delle gomene e furono tratti in salvo due naufraghi <ref>Zampieri, "L’AFFONDAMENTO DEL “NOVA SCOTIA”", p. .</ref>. L’ufficiale tedesco ebbe così la conferma che la nave trasportava prevalentemente alleati italiani e perfino soldati tedeschi. Secondo l’opinione di un sopravvissuto, da quel momento il comportamento del Capitano fu “più dell’uomo che del soldato” (18). Contravvenendo al “Triton Null”, detto anche “ordine Laconia”, che vietava i soccorsi (19), Gysae cercò di mettersi in contatto con Berlino, riuscendoci solo nel pomeriggio, e trasmise al comandante delle forze sottomarine tedesche Karl Dönitz il seguente messaggio (tradotto letteralmente): “Affondò, l'incrociatore ausiliario Nova Scotia con oltre 1.000 internati italiani ex Maasaura. Due sopravvissuti presi a bordo. Ancora circa 400 su barche o zattere. Allontanati a causa dell'aria". Nella sua risposta Dönitz ordinò: "Continuate ad operare. La guerra viene prima di tutto. Nessun tentativo di salvataggio" (20). | Poco dopo, il comandante [[Robert_Gysae|Gysae]] diede l’ordine di emergere e, stando alle sue dichiarazioni, dalla moltitudine di cadaveri, orrendamente mutilati e ustionati, di naufraghi che si dibattevano tra i flutti oleosi di nafta, o che erano ammassati sulle zattere, o aggrappati ai più disparati relitti, si rese conto con stupore di non aver colpito un mercantile, ma una nave passeggeri. Lo stupore divenne sgomento quando dai naufraghi si levò il grido “Italia! Italia!”, mentre qualcuno di loro tentava di intonare “La donna è mobile..”e qualcun altro urlava parole in tedesco. Dal sottomarino vennero lanciate delle gomene e furono tratti in salvo due naufraghi <ref>Zampieri, "L’AFFONDAMENTO DEL “NOVA SCOTIA”", p. .</ref>. L’ufficiale tedesco ebbe così la conferma che la nave trasportava prevalentemente alleati italiani e perfino soldati tedeschi. Secondo l’opinione di un sopravvissuto, da quel momento il comportamento del Capitano fu “più dell’uomo che del soldato” (18). Contravvenendo al “Triton Null”, detto anche “ordine Laconia”, che vietava i soccorsi (19), Gysae cercò di mettersi in contatto con Berlino, riuscendoci solo nel pomeriggio, e trasmise al comandante delle forze sottomarine tedesche Karl Dönitz il seguente messaggio (tradotto letteralmente): “Affondò, l'incrociatore ausiliario Nova Scotia con oltre 1.000 internati italiani ex Maasaura. Due sopravvissuti presi a bordo. Ancora circa 400 su barche o zattere. Allontanati a causa dell'aria". Nella sua risposta Dönitz ordinò: "Continuate ad operare. La guerra viene prima di tutto. Nessun tentativo di salvataggio" (20). | ||
Intanto, l’U-Boot 177 aveva lanciato un SOS diretto a tutte le marine neutrali (21). | Intanto, l’U-Boot 177 aveva lanciato un SOS diretto a tutte le marine neutrali (21). | ||
| Riga 50: | Riga 50: | ||
= Bibliografia = | = Bibliografia = | ||
* Fiorenzo Zampieri, ''L’AFFONDAMENTO DEL “NOVA SCOTIA”'', DOSSIER 2a edizione, pp. | * [https://s4f4f07a9f7a7bbfd.jimcontent,.com, Fiorenzo Zampieri, ''L’AFFONDAMENTO DEL “NOVA SCOTIA”'', DOSSIER 2a edizione, pp]. | ||
Versione delle 17:58, 11 dic 2024
Nova Scotia è il nome del piroscafo britannico silurato ed affondato, verosimilmente per errore, dal sommergibile tedesco U-177, durante la seconda guerra mondiale, al largo della costa del Natal, affacciata sulle acque dell’Oceano Indiano, mentre era diretto a Durban, con circa 1200 persone a bordo tra equipaggio, passeggeri, militari inglesi e sudafricani, e prigionieri di guerra italiani e tedeschi da trasferire nei campi di concentramento inglesi in Sudafrica. Il 28 novembre del 1942 rimase coinvolto, con il suo carico di vite umane, in una tragedia poco nota, perché sottoposta a censura di guerra, ed anche presto dimenticata, ma eccezionalmente atroce ed assurda. Si ritiene che questa vicenda sia stata la più cruenta tra quelle registrate negli archivi delle sciagure del mare [1].
Il piroscafo
Costruito nel 1926 dalla Vickers Ltd nel cantiere di Barrow in Furness per il trasporto di passeggeri e di merci e identificato con la prestigiosa sigla RMS, Royal Mail Ship (2), il piroscafo Nova Scotia, battente bandiera britannica, fu varato a Liverpool nel 1926. Di proprietà della Johnston Warren Lines Ltd, 123,8 metri di lunghezza, 16,9 metri di larghezza, 9,7 metri di pescaggio, 6796 tonnellate, propulsione a vapore monoelica, a quadrupla espansione, velocità di servizio 14,5 nodi, fu originariamente attrezzato per la sistemazione di 105 passeggeri in cabina e 80 in terza classe. In servizio sulla rotta Liverpool-Halifax fino al 1940, nel gennaio del 1941 venne requisito dal Ministero dei trasporti bellici della Gran Bretagna e adibito a trasporto di prigionieri di guerra e di truppe, da e verso l’Africa Orientale Italiana.
Secondo le fonti storiche, il piroscafo non usufruiva di alcuna protezione, sia navale che aerea, ed era dotato di scarse misure di sicurezza, con un unico cannone montato a poppa e due mitragliere anti-aerei sul ponte (3).
La data di partenza dal porto di Massaua non è indicata univocamente dalle fonti, ma viene collocata tra il 14 ed il 16 di novembre.
Nel giorno fatidico, sabato 28 novembre 1942, la nave, al comando del capitano Alfred Hender (4) procedeva alla velocità di circa 14,5 nodi in direzione Port Elisabeth, con scalo a Durban.
L'antefatto
I passeggeri
L'affondamento
I soccorsi
Il ruolo dell'U-Boat 177
Poco dopo, il comandante Gysae diede l’ordine di emergere e, stando alle sue dichiarazioni, dalla moltitudine di cadaveri, orrendamente mutilati e ustionati, di naufraghi che si dibattevano tra i flutti oleosi di nafta, o che erano ammassati sulle zattere, o aggrappati ai più disparati relitti, si rese conto con stupore di non aver colpito un mercantile, ma una nave passeggeri. Lo stupore divenne sgomento quando dai naufraghi si levò il grido “Italia! Italia!”, mentre qualcuno di loro tentava di intonare “La donna è mobile..”e qualcun altro urlava parole in tedesco. Dal sottomarino vennero lanciate delle gomene e furono tratti in salvo due naufraghi [2]. L’ufficiale tedesco ebbe così la conferma che la nave trasportava prevalentemente alleati italiani e perfino soldati tedeschi. Secondo l’opinione di un sopravvissuto, da quel momento il comportamento del Capitano fu “più dell’uomo che del soldato” (18). Contravvenendo al “Triton Null”, detto anche “ordine Laconia”, che vietava i soccorsi (19), Gysae cercò di mettersi in contatto con Berlino, riuscendoci solo nel pomeriggio, e trasmise al comandante delle forze sottomarine tedesche Karl Dönitz il seguente messaggio (tradotto letteralmente): “Affondò, l'incrociatore ausiliario Nova Scotia con oltre 1.000 internati italiani ex Maasaura. Due sopravvissuti presi a bordo. Ancora circa 400 su barche o zattere. Allontanati a causa dell'aria". Nella sua risposta Dönitz ordinò: "Continuate ad operare. La guerra viene prima di tutto. Nessun tentativo di salvataggio" (20).
Intanto, l’U-Boot 177 aveva lanciato un SOS diretto a tutte le marine neutrali (21).
Tuttavia, da Berlino fu trasmesso un SOS cifrato ALL’Ambasciata tedesca a Madrid e, da questa, all’Ambasciata tedesca a Lisbona, la quale, a sua volta, informò il neutrale Governo portoghese, affinché richiedesse soccorso dal porto di Lourenço Marques (oggi Maputo), capitale del Mozambico, colonia portoghese in Africa orientale, che risultava la più vicina al luogo della tragedia.
Nel primo mattino del 29 novembre, il comandante Gysae fu raggiunto da un messaggio proveniente dal BdU, il Comando Sommergibili, con il quale veniva comunicata la partenza dei soccorsi. Gysae, con soddisfazione, ne informò immediatamente l’equipaggio (22).
Ciononostante, non possono essere taciuti lo sconcerto e le perplessità derivanti dalla circostanza che l’errore del comandante Gysae fosse successivo, e di soli due mesi, all’analogo, tragico e notissimo errore commesso dal suo collega, capitano di corvetta Werner Hartenstein, ai danni del mercantile britannico Laconia, al largo delle coste dell’Africa Occidentale, nei pressi dell’isola dell’Ascensione (v.nota 19).
E si può ipotizzare che il Capitano Gysae sia andato determinatamente a caccia della Nova Scotia, ritenendola carica di soldati nemici sulla base di informazioni errate ricevute dal servizio di spionaggio filonazista in Sudafrica.