Pompeo Mazzocchi: differenze tra le versioni
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Pompeo Mazzocchi, vissuto fra Ottocento e Novecento, fu un imprenditore determinato e un viaggiatore instancabile. Durante la crisi della sericoltura nel bresciano, dovuta alla malattia dei bachi da seta, fece numerosi viaggi in Estremo Oriente, procurandosi materiali e competenze per il rilancio di una delle più produttive e ricche attività del territorio. | Pompeo Mazzocchi, vissuto fra Ottocento e Novecento, fu un imprenditore determinato e un viaggiatore instancabile. Durante la crisi della sericoltura nel bresciano, dovuta alla malattia dei bachi da seta, fece numerosi viaggi in Estremo Oriente, procurandosi materiali e competenze per il rilancio di una delle più produttive e ricche attività del territorio. | ||
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Versione delle 16:06, 31 ago 2025
Pompeo Mazzocchi, vissuto fra Ottocento e Novecento, fu un imprenditore determinato e un viaggiatore instancabile. Durante la crisi della sericoltura nel bresciano, dovuta alla malattia dei bachi da seta, fece numerosi viaggi in Estremo Oriente, procurandosi materiali e competenze per il rilancio di una delle più produttive e ricche attività del territorio.
Vita
Viaggi
Il primo viaggio in Europa di Pompeo Mazzocchi, con il fratello Gabriele, fu una sorta viaggio studio, in Francia e in Inghilterra, per studiare le lingue. Apprese anche una nuova mentalità, maturata nell’ambiente cosmopolita di Parigi e Londra. Poco dopo il suo rientro, iniziò la lunga serie dei viaggi alla ricerca dei semi-baco. In Anatolia, sperimentò l’arretratezza del paese, la diffidenza dei mercanti, l’ostilità dei turchi che vedevano ogni straniero come un portatore di malocchio. Andò in Dalmazia, Montenegro e Spagna. In Bulgaria e Romania dormì all’aperto per evitare le locande infestate. Nel 1864 partì per il Giappone: via mare da Genova ad Alessandria d’Egitto, in ferrovia fino al Cairo, poiché il canale di Suez non era ancora aperto, infine la traversata del Mar Rosso, dell’Oceano Indiano e del Mar Cinese fino a Shangai. Proseguì fino a Tientsin e Pechino. Durante il viaggio, ammirò la bellezza dell’arte, i palazzi e i templi, il fascino delle tradizioni. Osservò le forti contraddizioni della società cinese, la povertà delle popolazioni e il lusso della corte imperiale. Fu consapevole della tensione fra cinesi e stranieri, affrontò il rischio di aggressioni e l’ostilità verso i cristiani. Nella capitale si consultò con alcuni sacerdoti, punto di riferimento per gli europei, e ottenne informazioni sulla modesta qualità dei semi cinesi. Tornò quindi a Shangai e si imbarcò per il Giappone, destinazione Nagasaki e Hakodate, l’odierna Hokkaido. Il Giappone si era aperto al mondo da appena una decina di anni. Fino al 1953, il regime del “sakoku” , “paese chiuso”, conservato dallo shogun della famiglia Tokugawa, aveva tenuto il Giappone in uno stato di isolamento, con la sola eccezione del porto di Nagasaki, in cui potevano commerciare solo mercanti cinesi e olandesi. Il trattato di Kanagawa con gli Stati Uniti, del 1854, aveva permesso l’apertura dei porti di Shimoda e Hakodate, consentendo il commercio occidentale seppure con limitazioni e controlli. Mazzocchi fu affascinato dal Giappone, per la bellezza del paesaggio, il decoro, la gentilezza e la dignità della gente. “… è impossibile vedere paese più bello, dico la verità, dopo il nostro paese il sito che preferirei sarebbe il Giappone. È un paese incantevole …in China il governo è nulla, qui il governo è tutto, fa tutto, sa tutto. Il Giapponese non si ubriaca, ha pochi bisogni, un po’ di riso, un po’ di pesce, si lava il corpo tutti i giorni…le case son tutte di legno con pareti di carta…” Per il viaggio successivo Mazzocchi partì su incarico delle istituzioni bresciane. La spedizione fu accuratamente pianificata. Fu chiesta la copertura diplomatica di Francia e Inghilterra che avevano rappresentanti in Giappone. Si ottennero aperture di credito in Cina e Giappone a favore dei viaggiatori. Anche i viaggi successivi si svolsero via mare, ad eccezione del tratto ferroviario dal Cairo a Suez, finché non fu aperto il canale nel 1829. Per nove volte, Mazzocchi tornò in patria dagli Stati Uniti. Nel suo diario descrisse la ferrovia transcontinentale da New York a San Francisco, la bachicoltura dei Mormoni, i pellirosse, le cascate del Niagara. Fece quindi nove volte il giro del mondo. Nel 1873 e 1874 viaggiò da Bombay a Calcutta, procurandosi semi nel Bengala. I viaggi di Pompeo Mazzocchi si svolsero dal 1856 al 1880. Nel 1881, cinquantenne, si sposò e si dedicò alla famiglia e all’azienda.
Ruolo nell'industria della seta
“L’ombra del gelso è l’ombra d’oro”. Il proverbio dell’Ottocento testimonia l’importanza della bachicoltura nella pianura e nelle zone pedemontane lombarde. Dall’inizio del secolo, moltissime famiglie contadine si dedicarono, oltre alla coltivazione dei campi, anche all’allevamento del baco. Questa attività stagionale era una risorsa importante per il miglioramento delle loro condizioni di vita. Veniva anche eseguita la prima parte della lavorazione della seta, la “trattura”: i bozzoli venivano posti in acqua bollente, il filo dipanato e avvolto in matasse di seta grezza. Un impegno per tutta la famiglia, compresi i minori tra i cinque ai dodici anni, per dodici o quindici ore al giorno. Pompeo Mazzocchi visse nella realtà di una azienda agricola bene avviata, sia pure con difficoltà e debiti, e divenne un profondo conoscitore della bachicoltura. Nel 1850 la pebrina, malattia dei bachi, iniziò a diffondersi negli allevamenti. Scienziati e tecnici avanzarono diverse ipotesi, senza trovare la causa del contagio, inutili i rimedi suggeriti. Unica possibile soluzione, approvvigionarsi di semi-baco sani. Pompeo Mazzocchi affrontò il problema a più riprese, viaggiò in Europa, dove riuscì a trovare materiale adatto, anche se in modeste quantità, che consentirono di continuare la produzione. Successivamente andò in Estremo Oriente e studiò il mercato del baco da seta in ogni paese visitato. In Giappone, riuscì a pianificare l’importazione in Italia di ingenti quantità di uova di baco, a determinare le modalità di spedizione e, soprattutto, a creare solidi legami commerciali per gli anni a venire. Il suo lavoro diede un decisivo contributo alla tutela e alla ripresa dell’industria serica. Pompeo Mazzocchi fu modello e ispirazione per una ristretta categoria di professionisti, i semai, alle cui capacità venivano affidate la scelta, l’acquisto e la spedizione dei semi di baco. Non erano del tutto indipendenti, generalmente legati ad associazioni o aziende. Dal loro lavoro dipendeva la sopravvivenza di centinaia di aziende e famiglie. Erano quindi richieste ai semai, oltre alla competenza e l’onestà, anche coraggio e disponibilità a viaggiare per mesi in territori ostili a rischio della propria vita, spirito imprenditoriale, capacità di creare legami commerciali e di gestire la parte di conservazione e trasporto a destinazione. La malattia della pebrina, causata da un microrganismo – Nosema Bombycis – è tuttora incurabile ma può essere prevenuta solo tramite il metodo Pasteur, il controllo microscopico ancora utilizzato ai giorni nostri.
Note
Bibliografia
Caterina Saldi Barisani, Pompeo Mazzocchi: la vita e i viaggi, Brescia, Fondazione Civiltà Bresciana, 1999. Claudio Zanier (a cura di), Il Diario di Pompeo Mazzocchi 1829-1915, Roccafranca (BS), La Compagnia della Stampa, 2003.