Nova Scotia: differenze tra le versioni
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Le fonti non sono concordi nel riportare il numero delle persone presenti sulla nave al momento della partenza. Erano stati imbarcati militari italiani (in numero tra 765 e 769) e tedeschi, prigionieri civili, diversi passeggeri, tra i quali alcune donne (mogli di ufficiali, suore di Sant'Anna, maestre, infermiere<ref>Silvio Masullo, Patria Indipendente [https://www.patriaindipendente.it/longform/nova-scotia-la-tragedia-dimenticata/</ref>) e alcuni importanti professionisti. Tra questi ultimi figuravano il Professor [[Antonio Caridi]], direttore del reparto di maternità dell’ospedale di Massaua e l’alto funzionario, etnologo, [[Giovanni Ellero]]. Erano inoltre presenti 134 soldati sudafricani, oltre a 113/114 membri di equipaggio, per un totale compreso tra 1000 e 1200 persone. La nave trasportava anche 3000 sacchi di posta.<ref>Nova Scotia [https://www.navenovascotia.it/</ref> | Le fonti non sono concordi nel riportare il numero delle persone presenti sulla nave al momento della partenza. Erano stati imbarcati militari italiani (in numero tra 765 e 769) e tedeschi, prigionieri civili, diversi passeggeri, tra i quali alcune donne (mogli di ufficiali, suore di Sant'Anna, maestre, infermiere<ref>Silvio Masullo, Patria Indipendente [https://www.patriaindipendente.it/longform/nova-scotia-la-tragedia-dimenticata/</ref>) e alcuni importanti professionisti. Tra questi ultimi figuravano il Professor [[Antonio Caridi]], direttore del reparto di maternità dell’ospedale di Massaua e l’alto funzionario, etnologo, [[Giovanni Ellero]]. Erano inoltre presenti 134 soldati sudafricani, oltre a 113/114 membri di equipaggio, per un totale compreso tra 1000 e 1200 persone. La nave trasportava anche 3000 sacchi di posta.<ref>Nova Scotia [https://www.navenovascotia.it/</ref> | ||
Tra i soldati italiani, la maggior parte proveniva dagli equipaggi di altre navi che la guerra aveva bloccato a Massaua, come la nave ospedale ''Tevere'', autoaffondata dopo aver riportato gravi danni per la collisione con una mina, la ''Mazzini'', autoaffondata o bombardata nell’aprile del 1941, e il transatlantico ''Colombo'', la più grande delle navi autoaffondate presso l’isola di Dahlak Kebir, davanti al porto di Massaua, poco prima dell’occupazione della città da parte delle forze britanniche. <ref>Lorenzo Colombo, ''Con la pelle appesa a un chiodo In ricordo dei militari e civili italiani scomparsi in mare durante la seconda guerra mondiale'' [https://conlapelleappesaaunchiodo.blogspot.com/2015/06/colombo.html?m=1</ref> I prigionieri civili italiani erano destinati, come i militari, ai campi di concentramento inglesi in Sudafrica, probabilmente nei pressi della città di Durban. Lungo il tronco stradale Durban-Pietermaritzburg esisteva, infatti, un campo di concentramento che ospitava 5000 italiani e 3000 tedeschi. | Tra i soldati italiani, la maggior parte proveniva dagli equipaggi di altre navi che la guerra aveva bloccato a Massaua, come la nave ospedale ''Tevere'', autoaffondata dopo aver riportato gravi danni per la collisione con una mina, la ''Mazzini'', autoaffondata o bombardata nell’aprile del 1941, e il transatlantico ''Colombo'', la più grande delle navi autoaffondate presso l’isola di Dahlak Kebir, davanti al porto di Massaua, poco prima dell’occupazione della città da parte delle forze britanniche.<ref>Lorenzo Colombo, ''Con la pelle appesa a un chiodo In ricordo dei militari e civili italiani scomparsi in mare durante la seconda guerra mondiale'' [https://conlapelleappesaaunchiodo.blogspot.com/2015/06/colombo.html?m=1</ref> I prigionieri civili italiani erano destinati, come i militari, ai campi di concentramento inglesi in Sudafrica, probabilmente nei pressi della città di Durban. Lungo il tronco stradale Durban-Pietermaritzburg esisteva, infatti, un campo di concentramento che ospitava 5000 italiani e 3000 tedeschi. | ||
Il 19 novembre, secondo le testimonianze dei sopravvissuti, la Nova Scotia fece scalo ad Aden, nello [[Yemen]], dove venne fatto sbarcare un soldato colpito da appendicite. <ref> Testimonianze [https://www.navenovascotia.it/testimonianze/. Il fortunato prigioniero sbarcato prima della tragedia si chiamava Sergio Galliussi (Valeria Isacchini ''L'onda gridava forte. Il caso del Nova Scotia e di altro fuoco amico su civili italiani'', Mursia, 2008, p. 140). </ref> | Il 19 novembre, secondo le testimonianze dei sopravvissuti, la Nova Scotia fece scalo ad Aden, nello [[Yemen]], dove venne fatto sbarcare un soldato colpito da appendicite.<ref> Testimonianze [https://www.navenovascotia.it/testimonianze/. Il fortunato prigioniero sbarcato prima della tragedia si chiamava Sergio Galliussi (Valeria Isacchini ''L'onda gridava forte. Il caso del Nova Scotia e di altro fuoco amico su civili italiani'', Mursia, 2008, p. 140).</ref> | ||
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Dopo 9 giorni di navigazione, superato il canale del [[Mozambico]], la nave si ritrovò nuovamente sull’Oceano Indiano, al largo della costa del Natal. | Dopo 9 giorni di navigazione, superato il canale del [[Mozambico]], la nave si ritrovò nuovamente sull’Oceano Indiano, al largo della costa del Natal. | ||
La mattina della tragedia procedeva a zig zag perché in quelle acque era stata segnalata la presenza di sommergibili tedeschi. L’arrivo a Durban, che distava circa 244 km, era previsto per il tramonto. Ma, in un orario che fonti discordanti indicano nelle 7:07<ref>RMS Nova Scotia [https://it.wikipedia.org/wiki/RMS_Nova_Scotia</ref> o nelle 9:12<ref>Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 40. Verosimilmente, la discordanza tra i due orari trova ragione nel fatto che i diversi documenti fanno riferimento a differenti fusi orari: due ore, infatti, sono proprio la differenza di fuso orario tra la Germania e il Sudafrica orientale.</ref>, essa fu avvistata dal sommergibile tedesco U- 177, al comando del capitano di corvetta [[Robert Gysae]]. Questi, ritenendola un cargo mercantile britannico, giunto a una distanza di circa 400 metri, decise di attaccarla dando ordine di lanciare i tre siluri di prora. Uno o due dei siluri <ref>Anche su questo punto nelle testimonianze non si registra concordanza. Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', pp. 69 e 187.</ref> colpirono la nave provocando, con un unico terribile boato, un enorme squarcio sul lato sinistro della nave, sotto il pelo dell’acqua, all’altezza della sala macchine. Scoppiò un incendio, alimentato anche dai barili di petrolio collocati nella stiva. Dalla stiva, l'incendio si propagò velocemente ai boccaporti, ai corridoi, fino ai ponti di prua, disseminando panico, terrore, morte. L’ordine di abbandonare la nave fu dato prestissimo e furono calate in mare alcune grosse zattere. Le manovre affrettate travolsero molti naufraghi, determinandone la morte. La nave, fortemente inclinata, cominciò ad affondare di prua e, di conseguenza, tanti disperati cercarono la salvezza formando grovigli umani sul ponte di poppa. La nave si inabissò in una manciata di minuti. <ref>I fatti [https://www.navenovascotia.it/</ref> | La mattina della tragedia procedeva a zig zag perché in quelle acque era stata segnalata la presenza di sommergibili tedeschi. L’arrivo a Durban, che distava circa 244 km, era previsto per il tramonto. Ma, in un orario che fonti discordanti indicano nelle 7:07<ref>RMS Nova Scotia [https://it.wikipedia.org/wiki/RMS_Nova_Scotia</ref> o nelle 9:12<ref>Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 40. Verosimilmente, la discordanza tra i due orari trova ragione nel fatto che i diversi documenti fanno riferimento a differenti fusi orari: due ore, infatti, sono proprio la differenza di fuso orario tra la Germania e il Sudafrica orientale.</ref>, essa fu avvistata dal sommergibile tedesco U- 177, al comando del capitano di corvetta [[Robert Gysae]]. Questi, ritenendola un cargo mercantile britannico, giunto a una distanza di circa 400 metri, decise di attaccarla dando ordine di lanciare i tre siluri di prora. Uno o due dei siluri<ref>Anche su questo punto nelle testimonianze non si registra concordanza. Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', pp. 69 e 187.</ref> colpirono la nave provocando, con un unico terribile boato, un enorme squarcio sul lato sinistro della nave, sotto il pelo dell’acqua, all’altezza della sala macchine. Scoppiò un incendio, alimentato anche dai barili di petrolio collocati nella stiva. Dalla stiva, l'incendio si propagò velocemente ai boccaporti, ai corridoi, fino ai ponti di prua, disseminando panico, terrore, morte. L’ordine di abbandonare la nave fu dato prestissimo e furono calate in mare alcune grosse zattere. Le manovre affrettate travolsero molti naufraghi, determinandone la morte. La nave, fortemente inclinata, cominciò ad affondare di prua e, di conseguenza, tanti disperati cercarono la salvezza formando grovigli umani sul ponte di poppa. La nave si inabissò in una manciata di minuti.<ref>I fatti [https://www.navenovascotia.it/</ref> | ||
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== Il ruolo dell'U-Boat 177 == | == Il ruolo dell'U-Boat 177 == | ||
Poco dopo, il comandante Gysae diede l’ordine di emergere e, stando alle sue dichiarazioni, dalla moltitudine di cadaveri, orrendamente mutilati e ustionati, di naufraghi che si dibattevano tra i flutti oleosi di nafta, o che erano ammassati sulle zattere, o aggrappati ai più disparati relitti, si rese conto con stupore di non aver colpito un mercantile, ma una nave passeggeri. Lo stupore divenne sgomento quando dai naufraghi si levò il grido “Italia! Italia!”, mentre qualcuno di loro tentava di intonare “La donna è mobile..” e qualcun altro urlava parole in tedesco. Dal sottomarino vennero lanciate delle gomene e furono tratti in salvo due naufraghi. <ref>Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'' p. 19. Secondo le fonti furono due i naufraghi tratti in salvo dall’U-177. Si tratterebbe degli italiani Gennaro Palomba e Filippo Matarrese . Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 228. </ref> L’ufficiale tedesco ebbe così la conferma che la nave trasportava prevalentemente alleati italiani e perfino soldati tedeschi. Secondo l’opinione di un sopravvissuto, da quel momento il comportamento del capitano fu “più dell’uomo che del soldato”. <ref>Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 75. L'affermazione era del sopravvissuto romagnolo Oliviero Freschi, il quale, per tanto tempo cercò di mettersi in contatto con il capitano Gysae, nel frattempo divenuto ammiraglio, e lo rintracciò dopo 20 anni; ne divenne amico e nel 1967 lo ospitò nel suo albergo a Milano Marittima: Cesare Alfieri, dal Mai Taclì N. 4-1990 ''IL NAUFRAGO E L’AMMIRAGLIO''.</ref> Contravvenendo all'ordine “Triton Null”, detto anche “ordine Laconia”, che vietava i soccorsi <ref>Si trattava dell’ordine emesso dal comandante Dönitz in seguito alla vicenda della nave inglese Laconia, unità adibita al trasporto truppe silurata nell’Oceano Atlantico dall’ U-Boot tedesco 156. Altri due sommergibili tedeschi ed uno italiano conversero nel luogo del disastro per trarre in salvo i superstiti - anche in quel caso vi erano molti italiani - ma vennero bombardati dall'aviazione statunitense nonostante i numerosi messaggi, inviati per segnalare il salvataggio, e la presenza della croce rossa sul ponte. In seguito a questo incidente il vertice della Marina tedesca ordinò ai comandanti di U-Boot di "non prestare soccorso ai naufraghi delle navi affondate", per non rischiare di perdere unità di guerra, sebbene tale comportamento costituisse una violazione dell'art. 22 sugli Accordi Navali di Londra del 1935 e 1936. Tale ordine fu, infatti, uno dei capi d’accusa contro Karl Dönitz nel processo di Norimberga. ''Affondamento del Laconia'' [https://it.wikipedia.org/wiki/Affondamento_del_Laconia </ref>, Gysae cercò di mettersi in contatto con Berlino, riuscendoci solo nel pomeriggio, e trasmise al comandante delle forze sottomarine tedesche [[Karl Dönitz]] un messaggio nel quale annunciava l'affondamento dell'incrociatore ausiliario Nova Scotia con oltre 1.000 internati italiani provenienti da Massaua. Dichiarava di aver preso a bordo due sopravvissuti, mentre altri 400 circa si trovavano su barche o zattere trasportate via dal vento. Nella sua risposta Dönitz ordinò di continuare ad operare, senza ulteriori tentativi di salvataggio in quanto la guerra veniva prima di tutto. <ref>ubootwaffe.net Kriegsmarine and U-Boat history [https://web.archive.org/web/20051031172211/http:/www.ubootwaffe.net/ops/ships.cgi?boat=177;nr=5 </ref> | Poco dopo, il comandante Gysae diede l’ordine di emergere e, stando alle sue dichiarazioni, dalla moltitudine di cadaveri, orrendamente mutilati e ustionati, di naufraghi che si dibattevano tra i flutti oleosi di nafta, o che erano ammassati sulle zattere, o aggrappati ai più disparati relitti, si rese conto con stupore di non aver colpito un mercantile, ma una nave passeggeri. Lo stupore divenne sgomento quando dai naufraghi si levò il grido “Italia! Italia!”, mentre qualcuno di loro tentava di intonare “La donna è mobile..” e qualcun altro urlava parole in tedesco. Dal sottomarino vennero lanciate delle gomene e furono tratti in salvo due naufraghi.<ref>Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'' p. 19. Secondo le fonti furono due i naufraghi tratti in salvo dall’U-177. Si tratterebbe degli italiani Gennaro Palomba e Filippo Matarrese . Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 228.</ref> L’ufficiale tedesco ebbe così la conferma che la nave trasportava prevalentemente alleati italiani e perfino soldati tedeschi. Secondo l’opinione di un sopravvissuto, da quel momento il comportamento del capitano fu “più dell’uomo che del soldato”.<ref>Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 75. L'affermazione era del sopravvissuto romagnolo Oliviero Freschi, il quale, per tanto tempo cercò di mettersi in contatto con il capitano Gysae, nel frattempo divenuto ammiraglio, e lo rintracciò dopo 20 anni; ne divenne amico e nel 1967 lo ospitò nel suo albergo a Milano Marittima: Cesare Alfieri, dal Mai Taclì N. 4-1990 ''IL NAUFRAGO E L’AMMIRAGLIO''.</ref> Contravvenendo all'ordine “Triton Null”, detto anche “ordine Laconia”, che vietava i soccorsi<ref>Si trattava dell’ordine emesso dal comandante Dönitz in seguito alla vicenda della nave inglese Laconia, unità adibita al trasporto truppe silurata nell’Oceano Atlantico dall’ U-Boot tedesco 156. Altri due sommergibili tedeschi ed uno italiano conversero nel luogo del disastro per trarre in salvo i superstiti - anche in quel caso vi erano molti italiani - ma vennero bombardati dall'aviazione statunitense nonostante i numerosi messaggi, inviati per segnalare il salvataggio, e la presenza della croce rossa sul ponte. In seguito a questo incidente il vertice della Marina tedesca ordinò ai comandanti di U-Boot di "non prestare soccorso ai naufraghi delle navi affondate", per non rischiare di perdere unità di guerra, sebbene tale comportamento costituisse una violazione dell'art. 22 sugli Accordi Navali di Londra del 1935 e 1936. Tale ordine fu, infatti, uno dei capi d’accusa contro Karl Dönitz nel processo di Norimberga. ''Affondamento del Laconia'' [https://it.wikipedia.org/wiki/Affondamento_del_Laconia</ref>, Gysae cercò di mettersi in contatto con Berlino, riuscendoci solo nel pomeriggio, e trasmise al comandante delle forze sottomarine tedesche [[Karl Dönitz]] un messaggio nel quale annunciava l'affondamento dell'incrociatore ausiliario Nova Scotia con oltre 1.000 internati italiani provenienti da Massaua. Dichiarava di aver preso a bordo due sopravvissuti, mentre altri 400 circa si trovavano su barche o zattere trasportate via dal vento. Nella sua risposta Dönitz ordinò di continuare ad operare, senza ulteriori tentativi di salvataggio in quanto la guerra veniva prima di tutto.<ref>ubootwaffe.net Kriegsmarine and U-Boat history [https://web.archive.org/web/20051031172211/http:/www.ubootwaffe.net/ops/ships.cgi?boat=177;nr=5 </ref> | ||
Intanto, l’U-Boot 177 aveva lanciato un SOS diretto a tutte le marine neutrali. <ref>RMS Nova Scotia [https://it.wikipedia.org/wiki/RMS_Nova_Scotia</ref> | Intanto, l’U-Boot 177 aveva lanciato un SOS diretto a tutte le marine neutrali.<ref>RMS Nova Scotia [https://it.wikipedia.org/wiki/RMS_Nova_Scotia</ref> | ||
Nel frattempo, da Berlino fu trasmesso un SOS cifrato all’Ambasciata tedesca a Madrid e, da questa, all’Ambasciata tedesca a Lisbona. Quest'ultima, a sua volta, informò il neutrale Governo portoghese, affinché richiedesse soccorso dal porto di Lourenço Marques (oggi [[Maputo]]), capitale del Mozambico, colonia portoghese in Africa orientale, che risultava il più vicino al luogo della tragedia. | Nel frattempo, da Berlino fu trasmesso un SOS cifrato all’Ambasciata tedesca a Madrid e, da questa, all’Ambasciata tedesca a Lisbona. Quest'ultima, a sua volta, informò il neutrale Governo portoghese, affinché richiedesse soccorso dal porto di Lourenço Marques (oggi [[Maputo]]), capitale del Mozambico, colonia portoghese in Africa orientale, che risultava il più vicino al luogo della tragedia. | ||
Nel primo mattino del 29 novembre, il comandante Gysae fu raggiunto da un messaggio proveniente dal BdU, il Comando Sommergibili, con il quale veniva comunicata la partenza dei soccorsi. Gysae, con soddisfazione, ne informò immediatamente l’equipaggio. <ref>Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque</ref> | Nel primo mattino del 29 novembre, il comandante Gysae fu raggiunto da un messaggio proveniente dal BdU, il Comando Sommergibili, con il quale veniva comunicata la partenza dei soccorsi. Gysae, con soddisfazione, ne informò immediatamente l’equipaggio.<ref>Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque</ref> | ||
Ciononostante, l’errore del comandante Gysae era successivo, e di soli due mesi, all’analogo errore commesso dal suo collega, capitano di corvetta [[Werner Hartenstein]], ai danni del mercantile britannico [[Laconia]], al largo delle coste dell’Africa Occidentale, nei pressi dell’isola dell’Ascensione.<ref>Affondamento del Laconia [https://it.wikipedia.org/wiki/Affondamento_del_Laconia</ref> | Ciononostante, l’errore del comandante Gysae era successivo, e di soli due mesi, all’analogo errore commesso dal suo collega, capitano di corvetta [[Werner Hartenstein]], ai danni del mercantile britannico [[Laconia]], al largo delle coste dell’Africa Occidentale, nei pressi dell’isola dell’Ascensione.<ref>Affondamento del Laconia [https://it.wikipedia.org/wiki/Affondamento_del_Laconia</ref> | ||
Ed è stato ipotizzato che il capitano Gysae sia andato determinatamente a caccia della Nova Scotia, ritenendola carica di soldati nemici sulla base di informazioni errate ricevute dal servizio di spionaggio filonazista in Sudafrica. <ref>Valeria Isacchini, ''L’onda gridava forte'', p. 204.</ref> | Ed è stato ipotizzato che il capitano Gysae sia andato determinatamente a caccia della Nova Scotia, ritenendola carica di soldati nemici sulla base di informazioni errate ricevute dal servizio di spionaggio filonazista in Sudafrica.<ref>Valeria Isacchini, ''L’onda gridava forte'', p. 204.</ref> | ||
== L'incrociatore Afonso de Albuquerque == | == L'incrociatore Afonso de Albuquerque == | ||
L’ordine di salpare per portare soccorso raggiunse l’Afonso de Albuquerque, un ''aviso'' di I classe <ref> “come venivano chiamate fin dal XIX secolo le navi portoghesi da guerra destinate ad essere utilizzate per controllo e pattugliamento nelle colonie. Gli avisos coloniali, trovandosi a dover operare spesso isolati, in territori lontani dalla madrepatria, pur somigliando a cacciatorpediniere per tonnellaggio, avevano una maggiore autonomia. Inoltre, essendo destinati ad operare prevalentemente in climi tropicali, avevano particolari condizioni di climatizzazione e possibilità di refrigerare gli alimenti” Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque/</ref>, cioè un incrociatore leggero, ben armato, capace di raggiungere la velocità di 21 nodi, adibito anche a nave-scuola. | L’ordine di salpare per portare soccorso raggiunse l’Afonso de Albuquerque, un ''aviso'' di I classe<ref> “come venivano chiamate fin dal XIX secolo le navi portoghesi da guerra destinate ad essere utilizzate per controllo e pattugliamento nelle colonie. Gli avisos coloniali, trovandosi a dover operare spesso isolati, in territori lontani dalla madrepatria, pur somigliando a cacciatorpediniere per tonnellaggio, avevano una maggiore autonomia. Inoltre, essendo destinati ad operare prevalentemente in climi tropicali, avevano particolari condizioni di climatizzazione e possibilità di refrigerare gli alimenti” Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque/</ref>, cioè un incrociatore leggero, ben armato, capace di raggiungere la velocità di 21 nodi, adibito anche a nave-scuola. | ||
L’ Albuquerque, partito da Lisbona il 2 ottobre, era arrivato in Mozambico il 27 novembre ed era ormeggiato nel porto di Lourenço Marques. Giacché in quel porto era prevista una sosta breve, si procedette velocemente ai rifornimenti, circostanza che si rivelò poi provvidenziale. Mentre le stive venivano riempite, il capitano, gli ufficiali e parte dei marinai si erano recati in città. Il capitano [[Josè Augusto Guerreiro De Brito]], ricevuto il messaggio, interruppe la sua cena e, tornato precipitosamente a bordo tentò, senza riuscirci, di radunare tutto l’equipaggio. Diede ordine di salpare alle 2:30 del mattino del 29 novembre. | L’ Albuquerque, partito da Lisbona il 2 ottobre, era arrivato in Mozambico il 27 novembre ed era ormeggiato nel porto di Lourenço Marques. Giacché in quel porto era prevista una sosta breve, si procedette velocemente ai rifornimenti, circostanza che si rivelò poi provvidenziale. Mentre le stive venivano riempite, il capitano, gli ufficiali e parte dei marinai si erano recati in città. Il capitano [[Josè Augusto Guerreiro De Brito]], ricevuto il messaggio, interruppe la sua cena e, tornato precipitosamente a bordo tentò, senza riuscirci, di radunare tutto l’equipaggio. Diede ordine di salpare alle 2:30 del mattino del 29 novembre. | ||
Secondo le indicazioni ricevute da Berlino, al salvataggio avrebbe dovuto partecipare, come nave appoggio, un altro ''aviso'', il Gonçalves Zarco, che era ancorato allo stesso molo dell’Albuquerque. A causa delle cattive condizioni del mare, il comandante De Brito non poté mantenere i contatti radio con lo Zarco, che non fu in grado di raggiungere la zona dove operava l’Albuquerque, ma che riuscì comunque a recuperare qualche disperso. <ref>Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque/</ref> | Secondo le indicazioni ricevute da Berlino, al salvataggio avrebbe dovuto partecipare, come nave appoggio, un altro ''aviso'', il Gonçalves Zarco, che era ancorato allo stesso molo dell’Albuquerque. A causa delle cattive condizioni del mare, il comandante De Brito non poté mantenere i contatti radio con lo Zarco, che non fu in grado di raggiungere la zona dove operava l’Albuquerque, ma che riuscì comunque a recuperare qualche disperso.<ref>Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque/</ref> | ||
Esperto di correnti marine, il comandante prevedeva di non trovare alcunché alle coordinate indicate, così tracciò una rotta ideale, parallela alla costa, che, partendo dal luogo del naufragio, procedeva verso sud-ovest. Iniziò poi su quella rotta un andirivieni di perlustrazione a serpentina. Il capitano fornì la posizione anche ad una nave da guerra britannica, che proseguì la sua rotta senza contribuire alle operazioni di soccorso della nave connazionale. <ref> Nova Scotia [https://www.navenovascotia.it/</ref> | Esperto di correnti marine, il comandante prevedeva di non trovare alcunché alle coordinate indicate, così tracciò una rotta ideale, parallela alla costa, che, partendo dal luogo del naufragio, procedeva verso sud-ovest. Iniziò poi su quella rotta un andirivieni di perlustrazione a serpentina. Il capitano fornì la posizione anche ad una nave da guerra britannica, che proseguì la sua rotta senza contribuire alle operazioni di soccorso della nave connazionale.<ref> Nova Scotia [https://www.navenovascotia.it/</ref> | ||
Alle 13:12 del 30 novembre vi furono i primi avvistamenti. Erano passate circa 60 ore dal naufragio: in quel periodo i naufraghi erano stati esposti alle ondate, al freddo, alla sete, alle ferite tormentose e alle bruciature da nafta, ma anche agli squali “pinna bianca” che infestano quelle acque. A questi si aggiungevano, nel ricordo dei sopravvissuti, i pesciolini voraci che si attaccavano a tutto il corpo e le meduse. | Alle 13:12 del 30 novembre vi furono i primi avvistamenti. Erano passate circa 60 ore dal naufragio: in quel periodo i naufraghi erano stati esposti alle ondate, al freddo, alla sete, alle ferite tormentose e alle bruciature da nafta, ma anche agli squali “pinna bianca” che infestano quelle acque. A questi si aggiungevano, nel ricordo dei sopravvissuti, i pesciolini voraci che si attaccavano a tutto il corpo e le meduse. | ||
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= I superstiti. Le testimonianze = | = I superstiti. Le testimonianze = | ||
L’intervento dell’Albuquerque sottrasse alla morte centoottantatré vite umane. <ref>Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque/ Secondo altre fonti, i naufraghi salvati sarebbero stati 181. Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 7.</ref> | L’intervento dell’Albuquerque sottrasse alla morte centoottantatré vite umane.<ref>Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque/ Secondo altre fonti, i naufraghi salvati sarebbero stati 181. Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 7.</ref> | ||
A Zinkwazi, su una delle spiagge della costa del Natal, approdò, sui resti di una zattera, un altro naufrago, miracolosamente vivo. <ref>Secondo alcune fonti il nome del naufrago era Saverio Fonzetti, sergente maggiore della Regia Marina Italiana https://www.navenovascotia.it/superstiti-italiani/. Secondo Valeria Isacchini, ''L'onda gridava forte'' p. 198, si tratterebbe invece di Saverio Ponzetti. </ref> | A Zinkwazi, su una delle spiagge della costa del Natal, approdò, sui resti di una zattera, un altro naufrago, miracolosamente vivo.<ref>Secondo alcune fonti il nome del naufrago era Saverio Fonzetti, sergente maggiore della Regia Marina Italiana https://www.navenovascotia.it/superstiti-italiani/. Secondo Valeria Isacchini, ''L'onda gridava forte'' p. 198, si tratterebbe invece di Saverio Ponzetti.</ref> | ||
Oltre al soldato fatto sbarcare ad Aden per essere curato, era scampato al disastro un gruppo di ufficiali italiani, i quali, dopo essere stati imbarcati, erano stati fatti scendere per motivi “diplomatico-militar-burocratici”, non potendosi trovare, a bordo, una collocazione adeguata per loro, che evitasse la promiscuità con gli ufficiali inglesi e africani. <ref> Valeria Isacchini, ''L’onda gridava forte'', Mursia, 2008, p. 104.</ref> | Oltre al soldato fatto sbarcare ad Aden per essere curato, era scampato al disastro un gruppo di ufficiali italiani, i quali, dopo essere stati imbarcati, erano stati fatti scendere per motivi “diplomatico-militar-burocratici”, non potendosi trovare, a bordo, una collocazione adeguata per loro, che evitasse la promiscuità con gli ufficiali inglesi e africani.<ref> Valeria Isacchini, ''L’onda gridava forte'', Mursia, 2008, p. 104.</ref> | ||
L’unica superstite tra le donne presenti sulla Nova Scotia fu la signora Alda Lorenzino vedova Ignesti, che viaggiava con la figlia Valcheria, di otto anni, risultata dispersa. Alda era rimasta bloccata in Eritrea dopo la morte del marito, Gastone Ignesti. Un ufficiale inglese, il maggiore Robert Taylor, più tardi divenuto il suo secondo marito, temendo per la loro sicurezza, aveva organizzato il trasferimento delle due donne a Durban. Fu la stessa Alda a raccontare che, mentre | L’unica superstite tra le donne presenti sulla Nova Scotia fu la signora Alda Lorenzino vedova Ignesti, che viaggiava con la figlia Valcheria, di otto anni, risultata dispersa. Alda era rimasta bloccata in Eritrea dopo la morte del marito, Gastone Ignesti. Un ufficiale inglese, il maggiore Robert Taylor, più tardi divenuto il suo secondo marito, temendo per la loro sicurezza, aveva organizzato il trasferimento delle due donne a Durban. Fu la stessa Alda a raccontare che, mentre | ||
la nave bruciava e andava a fondo, un ufficiale britannico, dopo averle ordinato di buttarsi in mare appresso a lui, con un braccio aveva afferrato saldamente Valcheria e, nel generoso tentativo di salvarla, era saltato in mare con la bimba ed era riuscito a sistemarla su una scialuppa. Alda aveva cercato con tutte le sue forze di raggiungere la figlioletta, ma aveva perso tempo nella lotta contro la potenza del risucchio creato dall’inabissarsi del piroscafo, che stava trascinando con sé decine di corpi, ed era solo riuscita a seguire con lo sguardo la scialuppa che andava alla deriva vedendo il puntino rosso della maglia che la bimba quel giorno indossava scomparire lentamente all’orizzonte. <ref>Valeria Isacchini, ''L’onda gridava forte'', p. 159 s. </ref> | la nave bruciava e andava a fondo, un ufficiale britannico, dopo averle ordinato di buttarsi in mare appresso a lui, con un braccio aveva afferrato saldamente Valcheria e, nel generoso tentativo di salvarla, era saltato in mare con la bimba ed era riuscito a sistemarla su una scialuppa. Alda aveva cercato con tutte le sue forze di raggiungere la figlioletta, ma aveva perso tempo nella lotta contro la potenza del risucchio creato dall’inabissarsi del piroscafo, che stava trascinando con sé decine di corpi, ed era solo riuscita a seguire con lo sguardo la scialuppa che andava alla deriva vedendo il puntino rosso della maglia che la bimba quel giorno indossava scomparire lentamente all’orizzonte.<ref>Valeria Isacchini, ''L’onda gridava forte'', p. 159 s.</ref> | ||
Nonostante le pressioni del Comando britannico, il comandante Guerreiro De Brito trattenne a bordo i sopravvissuti bisognosi di cure fino al loro trasferimento negli ospedali di quella città neutrale, e consegnò i più sani alle autorità locali, secondo gli ordini dell’''Almirante major general dell’Armada'' portoghese. Mentre i militari inglesi venivano avviati verso il Sudafrica, altri sopravvissuti sudafricani, in quanto soldati sbarcati in un paese neutrale, avrebbero dovuto essere ospitati presso l'''Assistência Pública'' mozambicana. Tuttavia, data la condizione di povertà ed emarginazione nella quale si sarebbero trovati per tutta la durata della guerra, preferirono riparare nel protettorato britannico dello Swaziland, incluso nel Sudafrica. Ciò fu possibile grazie alla collaborazione delle autorità diplomatiche e mediche del posto. <ref> Valeria Isacchini, ''L'onda gridava forte'', pp. 205-207. </ref> | Nonostante le pressioni del Comando britannico, il comandante Guerreiro De Brito trattenne a bordo i sopravvissuti bisognosi di cure fino al loro trasferimento negli ospedali di quella città neutrale, e consegnò i più sani alle autorità locali, secondo gli ordini dell’''Almirante major general dell’Armada'' portoghese. Mentre i militari inglesi venivano avviati verso il Sudafrica, altri sopravvissuti sudafricani, in quanto soldati sbarcati in un paese neutrale, avrebbero dovuto essere ospitati presso l'''Assistência Pública'' mozambicana. Tuttavia, data la condizione di povertà ed emarginazione nella quale si sarebbero trovati per tutta la durata della guerra, preferirono riparare nel protettorato britannico dello Swaziland, incluso nel Sudafrica. Ciò fu possibile grazie alla collaborazione delle autorità diplomatiche e mediche del posto.<ref> Valeria Isacchini, ''L'onda gridava forte'', pp. 205-207.</ref> | ||
I superstiti italiani furono efficacemente sostenuti ed aiutati dal Regio Consolato italiano in Mozambico per ottenere, non senza difficoltà, il rimpatrio. Molti altri, invece, preferirono rimanere in Mozambico, dove trovarono possibilità di integrazione e di lavoro. <ref>L’elenco dei superstiti italiani tratti in salvo a Lourenço Marques dall’Albuquerque è contenuto nel volume ''Gli italiani nel Mozambico portoghese'' (1830-1975), Augusto Massari, L’Harmattan Italia, Torino, 2005 ed è riportato nel sito www.navenovascotia.it ideato da Fiorenzo Zampieri e Antonio Zampieri in memoria del nonno materno Gino Caldiron, scomparso nel naufragio della Nova Scotia.</ref> I due naufraghi italiani accolti a bordo del sottomarino U-177 vi rimasero fino alla fine della missione e furono sbarcati, poi, a Bordeaux, base dei sommergibili atlantici dell’Asse, da dove fecero rientro in Italia. | I superstiti italiani furono efficacemente sostenuti ed aiutati dal Regio Consolato italiano in Mozambico per ottenere, non senza difficoltà, il rimpatrio. Molti altri, invece, preferirono rimanere in Mozambico, dove trovarono possibilità di integrazione e di lavoro.<ref>L’elenco dei superstiti italiani tratti in salvo a Lourenço Marques dall’Albuquerque è contenuto nel volume ''Gli italiani nel Mozambico portoghese'' (1830-1975), Augusto Massari, L’Harmattan Italia, Torino, 2005 ed è riportato nel sito www.navenovascotia.it ideato da Fiorenzo Zampieri e Antonio Zampieri in memoria del nonno materno Gino Caldiron, scomparso nel naufragio della Nova Scotia.</ref> I due naufraghi italiani accolti a bordo del sottomarino U-177 vi rimasero fino alla fine della missione e furono sbarcati, poi, a Bordeaux, base dei sommergibili atlantici dell’Asse, da dove fecero rientro in Italia. | ||
Le numerose testimonianze dei superstiti, raccolte soprattutto dai loro parenti, ma anche da giornalisti e da scrittori, <ref>Il sito creato dai nipoti di Gino Caldiron ha ricevuto contributi e testimonianze. Inoltre, in particolare, si vedano il volume di Tullio Mascellari, ''28 novembre 1942 - una tragedia in mare Il piroscafo inglese NOVA SCOTIA Inchiesta sull’affondamento'', Edizioni Sarasota, 2008 (la nuova edizione reca il titolo ''L’U 177 del KKpt Robert Gysae affonda la nave inglese Nova Scotia''); il volume di Valeria Isacchini, ''L’onda gridava forte'', ed il romanzo di Chiara Carminati, ''Un pinguino a Trieste'', Bompiani, 2021.</ref> raccontano i dettagli raccapriccianti della triste storia della Nova Scotia. | Le numerose testimonianze dei superstiti, raccolte soprattutto dai loro parenti, ma anche da giornalisti e da scrittori,<ref>Il sito creato dai nipoti di Gino Caldiron ha ricevuto contributi e testimonianze. Inoltre, in particolare, si vedano il volume di Tullio Mascellari, ''28 novembre 1942 - una tragedia in mare Il piroscafo inglese NOVA SCOTIA Inchiesta sull’affondamento'', Edizioni Sarasota, 2008 (la nuova edizione reca il titolo ''L’U 177 del KKpt Robert Gysae affonda la nave inglese Nova Scotia''); il volume di Valeria Isacchini, ''L’onda gridava forte'', ed il romanzo di Chiara Carminati, ''Un pinguino a Trieste'', Bompiani, 2021.</ref> raccontano i dettagli raccapriccianti della triste storia della Nova Scotia. | ||
= Le vittime = | = Le vittime = | ||
Il numero delle vittime del naufragio della Nova Scotia rimane incerto.<ref>Va, tra l’altro, considerato che molti superstiti morirono successivamente al salvataggio per le gravissime ferite o per le malattie sopraggiunte.</ref> Per quanto riguarda i prigionieri italiani, la maggior parte delle testimonianze parla di 652 persone, alle quali occorre aggiungere un numero imprecisato di passeggeri. <ref>Si rileva, ad esempio, che in https://it.wikipedia.org/wiki/RMS_Nova_Scotia | Il numero delle vittime del naufragio della Nova Scotia rimane incerto.<ref>Va, tra l’altro, considerato che molti superstiti morirono successivamente al salvataggio per le gravissime ferite o per le malattie sopraggiunte.</ref> Per quanto riguarda i prigionieri italiani, la maggior parte delle testimonianze parla di 652 persone, alle quali occorre aggiungere un numero imprecisato di passeggeri.<ref>Si rileva, ad esempio, che in https://it.wikipedia.org/wiki/RMS_Nova_Scotia | ||
il nome di Salvatore Brianda (e non Brinda, come talvolta indicato) è riportato erroneamente due volte: una volta tra i prigionieri di guerra e un’altra tra i passeggeri. In realtà, Salvatore Brianda era un prigioniero di guerra, il quale, al momento della caduta di Massaua nelle mani degli Inglesi, era un civile militarizzato, al seguito della Regia Marina Italiana dal 1938 come funzionario amministrativo. I dati citati provengono dalla testimonianza del figlio Giovanni Brianda. </ref> | il nome di Salvatore Brianda (e non Brinda, come talvolta indicato) è riportato erroneamente due volte: una volta tra i prigionieri di guerra e un’altra tra i passeggeri. In realtà, Salvatore Brianda era un prigioniero di guerra, il quale, al momento della caduta di Massaua nelle mani degli Inglesi, era un civile militarizzato, al seguito della Regia Marina Italiana dal 1938 come funzionario amministrativo. I dati citati provengono dalla testimonianza del figlio Giovanni Brianda.</ref> | ||
Oltre al capitano Alfred Hender, persero la vita tutti i membri del comando della nave e 96 membri dell’equipaggio, 10 artiglieri navali, 8 militari, 88 soldati sudafricani. | Oltre al capitano Alfred Hender, persero la vita tutti i membri del comando della nave e 96 membri dell’equipaggio, 10 artiglieri navali, 8 militari, 88 soldati sudafricani. | ||
Tra i particolari più terribili, secondo le ricostruzioni, più di un quarto delle vittime fu divorato dai pescicani. Un sopravvissuto ricorda: “al calar delle tenebre i pescicani avevano circondato la nostra zattera e ne vedevamo distintamente le pinne. Si udivano in lontananza le urla strazianti di coloro che venivano attaccati”. <ref> Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 113. </ref> | Tra i particolari più terribili, secondo le ricostruzioni, più di un quarto delle vittime fu divorato dai pescicani. Un sopravvissuto ricorda: “al calar delle tenebre i pescicani avevano circondato la nostra zattera e ne vedevamo distintamente le pinne. Si udivano in lontananza le urla strazianti di coloro che venivano attaccati”.<ref> Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 113.</ref> | ||
Sempre a Zinkwazi, il mare restituì brandelli di corpi straziati di 120 o più vittime, non si sa se tutte italiane perché non identificabili a causa delle mutilazioni provocate dagli squali e dalla permanenza in mare. La località, a circa 70 Km a nord di Durban, è tuttora chiamata dalla popolazione locale Itys Bay ('la baia italiana'). | Sempre a Zinkwazi, il mare restituì brandelli di corpi straziati di 120 o più vittime, non si sa se tutte italiane perché non identificabili a causa delle mutilazioni provocate dagli squali e dalla permanenza in mare. La località, a circa 70 Km a nord di Durban, è tuttora chiamata dalla popolazione locale Itys Bay ('la baia italiana'). | ||
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Nel luglio del 2008 i resti delle vittime furono traslati dal cimitero di Hillary, a Pietermaritzburg, sul terreno retrostante la chiesetta votiva dedicata alla Madonna delle Grazie, la cui costruzione ebbe inizio il 2 febbraio del 1943. La chiesa, realizzata con pochi mezzi ma con maestria dai soldati italiani presenti nel campo, al termine delle ostilità fu chiusa e col tempo andò in rovina. Venne nuovamente restaurata nel 1962 e riconsacrata nel 1963. | Nel luglio del 2008 i resti delle vittime furono traslati dal cimitero di Hillary, a Pietermaritzburg, sul terreno retrostante la chiesetta votiva dedicata alla Madonna delle Grazie, la cui costruzione ebbe inizio il 2 febbraio del 1943. La chiesa, realizzata con pochi mezzi ma con maestria dai soldati italiani presenti nel campo, al termine delle ostilità fu chiusa e col tempo andò in rovina. Venne nuovamente restaurata nel 1962 e riconsacrata nel 1963. | ||
Attualmente, nella chiesetta ogni anno viene ancora celebrata una Messa in italiano, ma il monumento necessita di finanziamenti per la sua manutenzione e gestione ed è possibile che il South African Monument Council decida di metterlo all’asta. <ref>Lorenzo Della Martina, Consigliere CGIE, Comites Durban. Comunicazione Inform - N. 51 - 14 marzo 2003 [http://comunicazioneinform.it/archivio/art/art_03/03n051a2.htm</ref> | Attualmente, nella chiesetta ogni anno viene ancora celebrata una Messa in italiano, ma il monumento necessita di finanziamenti per la sua manutenzione e gestione ed è possibile che il South African Monument Council decida di metterlo all’asta.<ref>Lorenzo Della Martina, Consigliere CGIE, Comites Durban. Comunicazione Inform - N. 51 - 14 marzo 2003 [http://comunicazioneinform.it/archivio/art/art_03/03n051a2.htm</ref> | ||
Nella città di Adi Quala, nel sud dell’Eritrea, sorge una chiesa dedicata a Santa Rita da Cascia, nel cui interno, su lapidi applicate alle pareti, è inciso l’elenco delle vittime dell’affondamento della Nova Scotia. | Nella città di Adi Quala, nel sud dell’Eritrea, sorge una chiesa dedicata a Santa Rita da Cascia, nel cui interno, su lapidi applicate alle pareti, è inciso l’elenco delle vittime dell’affondamento della Nova Scotia. | ||
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== Il ricordo del Presidente Mattarella == | == Il ricordo del Presidente Mattarella == | ||
Dalle fonti ufficiali nulla trapelò, nell’immediatezza dell’accaduto, di quella vicenda, che fu sottoposta a censura di guerra. <ref> Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 39. </ref> | Dalle fonti ufficiali nulla trapelò, nell’immediatezza dell’accaduto, di quella vicenda, che fu sottoposta a censura di guerra.<ref> Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 39.</ref> | ||
In Italia, solo nel 1953, nel n.5 del settimanale romano “Tempo”, comparve un servizio che squarciò il velo del segreto di Stato. Molto più tardi, il 25 novembre e il 16 dicembre del 1962, “La Domenica del Corriere” pubblicò dei servizi corredati di testimonianze e di illustrazioni suggestive e spaventose. Notizie sparse comparvero, più avanti, su giornali minori di diffusione locale. In Eritrea, il periodico bimestrale “Mai Taclì” diede notizie sulla tragedia della Nova Scotia per diversi anni, a partire dal 1982, contribuendo alla ricostruzione dei fatti. | In Italia, solo nel 1953, nel n.5 del settimanale romano “Tempo”, comparve un servizio che squarciò il velo del segreto di Stato. Molto più tardi, il 25 novembre e il 16 dicembre del 1962, “La Domenica del Corriere” pubblicò dei servizi corredati di testimonianze e di illustrazioni suggestive e spaventose. Notizie sparse comparvero, più avanti, su giornali minori di diffusione locale. In Eritrea, il periodico bimestrale “Mai Taclì” diede notizie sulla tragedia della Nova Scotia per diversi anni, a partire dal 1982, contribuendo alla ricostruzione dei fatti. | ||
Nel 2012, presso l'Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia, si tenne una conferenza con la partecipazione degli scrittori Valeria Isacchini e Tullio Mascellari, registrata in un filmato. <ref>Il video della conferenza https://www.youtube.com/watch?v=Fc0kY1kNXlI </ref> E più avanti (24 marzo 2015) si occupò dell’argomento anche ''La Gazzetta del Sudafrica''.<ref> La Gazzetta del Sudafrica [https://www.lagazzettadelsudafrica.net/la-tragedia-della-nova-scotia.html</ref> | Nel 2012, presso l'Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia, si tenne una conferenza con la partecipazione degli scrittori Valeria Isacchini e Tullio Mascellari, registrata in un filmato.<ref>Il video della conferenza https://www.youtube.com/watch?v=Fc0kY1kNXlI </ref> E più avanti (24 marzo 2015) si occupò dell’argomento anche ''La Gazzetta del Sudafrica''.<ref> La Gazzetta del Sudafrica [https://www.lagazzettadelsudafrica.net/la-tragedia-della-nova-scotia.html</ref> | ||
Un grande risalto è stato dato alla vicenda nel luglio del 2022, in occasione di un viaggio di Stato in Mozambico dal Presidente della Repubblica italiana [[Sergio Mattarella]] che citò la tragedia in un discorso: | Un grande risalto è stato dato alla vicenda nel luglio del 2022, in occasione di un viaggio di Stato in Mozambico dal Presidente della Repubblica italiana [[Sergio Mattarella]] che citò la tragedia in un discorso: | ||
“''Se l’Italia non dimentica il soccorso e l’accoglienza che i mozambicani offrirono ai superstiti del piroscafo Nova Scotia - affondato durante il secondo conflitto mondiale, al largo delle coste del Mozambico, mentre trasportava diverse centinaia di prigionieri di guerra italiani e di civili destinati ai campi di internamento in Sud Africa - va sottolineato che il nostro legame si è ulteriormente consolidato, sin dagli anni della decolonizzazione, grazie alle iniziative di cooperazione di cui sono state protagoniste tante realtà italiane – dalle università ai numerosi Comuni e alle Organizzazioni Non Governative - che con il loro impegno hanno reso concreta la vicinanza dell’Italia e della sua società civile al Mozambico.''" <ref> Mattarella [https://www.navenovascotia.it/mattarella/ </ref><ref>Avvenire. ''Maputo. Mattarella in Mozambico: la pace indivisibile nel mondo'' [https://www.avvenire.it/mondo/pagine/mattarella-in-mozambico-sant-egidio-trattato-pace</ref> | “''Se l’Italia non dimentica il soccorso e l’accoglienza che i mozambicani offrirono ai superstiti del piroscafo Nova Scotia - affondato durante il secondo conflitto mondiale, al largo delle coste del Mozambico, mentre trasportava diverse centinaia di prigionieri di guerra italiani e di civili destinati ai campi di internamento in Sud Africa - va sottolineato che il nostro legame si è ulteriormente consolidato, sin dagli anni della decolonizzazione, grazie alle iniziative di cooperazione di cui sono state protagoniste tante realtà italiane – dalle università ai numerosi Comuni e alle Organizzazioni Non Governative - che con il loro impegno hanno reso concreta la vicinanza dell’Italia e della sua società civile al Mozambico.''"<ref> Mattarella [https://www.navenovascotia.it/mattarella/ </ref><ref>Avvenire. ''Maputo. Mattarella in Mozambico: la pace indivisibile nel mondo'' [https://www.avvenire.it/mondo/pagine/mattarella-in-mozambico-sant-egidio-trattato-pace</ref> | ||
Tuttavia, il ricordo non ha suscitato l’entusiasmo e l’approvazione della stampa, la quale non ha risparmiato le critiche per la tardività della rimembranza ed ha espresso sconcerto, dato “il lunghissimo periodo di oblio [...] per l’ipocrisia insita nel momento e nell’occasione colta per il ricordo”. <ref> Mattarella [https://www.navenovascotia.it/mattarella/ </ref> | Tuttavia, il ricordo non ha suscitato l’entusiasmo e l’approvazione della stampa, la quale non ha risparmiato le critiche per la tardività della rimembranza ed ha espresso sconcerto, dato “il lunghissimo periodo di oblio [...] per l’ipocrisia insita nel momento e nell’occasione colta per il ricordo”.<ref> Mattarella [https://www.navenovascotia.it/mattarella/ </ref> | ||
Il riferimento alla disinteressata amicizia dimostrata dal Mozambico all’Italia, in occasione di quella tragedia, è stato giudicato inopportuno. Esso, infatti, è stato usato strumentalmente allo scopo di introdurre la richiesta di cooperazione dovuta alla necessità di ottenere nuovi partner energetici. Nonostante questo aspetto ritenuto irriguardoso nei confronti delle vittime, la stampa italiana ha comunque sottolineato il risultato positivo del discorso presidenziale, che è stato capace di riportare l’attenzione sulla vicenda. <ref> Mattarella [https://www.navenovascotia.it/mattarella/ </ref> | Il riferimento alla disinteressata amicizia dimostrata dal Mozambico all’Italia, in occasione di quella tragedia, è stato giudicato inopportuno. Esso, infatti, è stato usato strumentalmente allo scopo di introdurre la richiesta di cooperazione dovuta alla necessità di ottenere nuovi partner energetici. Nonostante questo aspetto ritenuto irriguardoso nei confronti delle vittime, la stampa italiana ha comunque sottolineato il risultato positivo del discorso presidenziale, che è stato capace di riportare l’attenzione sulla vicenda.<ref> Mattarella [https://www.navenovascotia.it/mattarella/ </ref> | ||
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La nave Nova Scotia giace sul fondo dell’Oceano Indiano e la sua posizione esatta è stata mantenuta segreta per evitare il saccheggio da parte di cacciatori di tesori o danni causati da altre attività umane. Esistono informazioni su alcuni tentativi di recuperare il relitto nel corso degli anni. Tuttavia, a causa della sua profondità e delle difficili condizioni marine, questi sforzi non hanno avuto successo. | La nave Nova Scotia giace sul fondo dell’Oceano Indiano e la sua posizione esatta è stata mantenuta segreta per evitare il saccheggio da parte di cacciatori di tesori o danni causati da altre attività umane. Esistono informazioni su alcuni tentativi di recuperare il relitto nel corso degli anni. Tuttavia, a causa della sua profondità e delle difficili condizioni marine, questi sforzi non hanno avuto successo. | ||
Uno dei tentativi più noti è stato fatto nel 2001 mediante una esplorazione subacquea alla profondità di circa 2700 metri. Durante la spedizione sono state effettuate fotografie e raccolti dati per documentare lo stato del piroscafo e la sua posizione esatta. Tuttavia, il recupero fisico non è stato possibile a causa delle difficoltà tecniche e logistiche e per ora continua ad essere escluso. <ref> I mezzi navali protagonisti [https://www.navenovascotia.it/i-mezzi-navali-protagonisti/ </ref> | Uno dei tentativi più noti è stato fatto nel 2001 mediante una esplorazione subacquea alla profondità di circa 2700 metri. Durante la spedizione sono state effettuate fotografie e raccolti dati per documentare lo stato del piroscafo e la sua posizione esatta. Tuttavia, il recupero fisico non è stato possibile a causa delle difficoltà tecniche e logistiche e per ora continua ad essere escluso.<ref> I mezzi navali protagonisti [https://www.navenovascotia.it/i-mezzi-navali-protagonisti/ </ref> | ||
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Versione delle 11:25, 16 gen 2025
Il Nova Scotia è stato un piroscafo britannico silurato e affondato il 28 novembre del 1942 dal sommergibile tedesco U-177. La sciagura avvenne durante la Seconda guerra mondiale, al largo della costa del Natal, nell’Oceano Indiano. Salpato da Massaua, il Nova Scotia era diretto a Durban, con circa 1200 persone a bordo tra equipaggio, passeggeri, militari inglesi e sudafricani, e prigionieri di guerra italiani e tedeschi destinati ai campi di concentramento inglesi in Sudafrica.[1]
Il piroscafo
Il piroscafo, costruito nel 1926 dalla Vickers Ltd nel cantiere di Barrow in Furness[2] per il trasporto di passeggeri e di merci, era identificato con la prestigiosa sigla RMS, Royal Mail Ship, usata dalle imbarcazioni che trasportano la posta per conto della Royal Mail, la più importante azienda postale britannica. Battente bandiera britannica, fu varato nel 1926. Di proprietà della Johnston Warren Lines Ltd, aveva le seguenti caratteristiche:
- lunghezza: 123,8 metri
- larghezza: 16,9 metri
- pescaggio: 9,7 metri
- peso: 6796 tonnellate
- propulsione: vapore monoelica a quadrupla espansione
- velocità di servizio: 14,5 nodi
- 105 cabine, con la possibilità di ospitare altri 80 passeggeri in terza classe
In servizio sulla rotta Liverpool-Halifax fino al 1940, nel gennaio del 1941 venne requisito dal Ministero dei trasporti bellici del Regno Unito e, successivamente, adibito a trasporto di prigionieri di guerra e di truppe da e verso l’Africa Orientale Italiana.
Al momento del siluramento, il piroscafo non usufruiva di alcuna protezione, sia navale che aerea, ed era provvisto di scarse misure di sicurezza, con un unico cannone montato a poppa e due mitragliere anti-aerei sul ponte.[3] Alcuni giorni prima dell'ultimo viaggio, la nave si trovava alla fonda nel porto di Massaua per imbarcare prigionieri catturati in Eritrea e in Etiopia. La data di partenza non è indicata univocamente dalle fonti, ma viene collocata tra il 14 e il 16 di novembre.
Il giorno dell'affondamento il Nova Scotia, al comando del capitano Alfred Hender,[4] procedeva alla velocità di circa 14,5 nodi in direzione Port Elisabeth, con scalo a Durban.
Contesto
Durante la Seconda guerra mondiale, Massaua, fiorente città portuale eritrea sul Mar Rosso, ospitava molti militari e civili italiani, poiché l’Eritrea era stata la prima colonia italiana già dal 1890 e continuava ad essere il crocevia della colonizzazione nell’Africa orientale. Con l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, il 10 giugno del 1940, divenne la base del Comando Navale dell’Africa Orientale Italiana[5] della Regia Marina Italiana, che si avvaleva della Flotta del Mar Rosso come componente operativa. Durante il conflitto, la Flotta fu la protagonista delle operazioni navali nella A.O.I. contro la Eastern Fleet della Royal Navy britannica, fino alla caduta di Massaua nelle mani degli Inglesi l’8 aprile del 1941.[6]
Passeggeri
Le fonti non sono concordi nel riportare il numero delle persone presenti sulla nave al momento della partenza. Erano stati imbarcati militari italiani (in numero tra 765 e 769) e tedeschi, prigionieri civili, diversi passeggeri, tra i quali alcune donne (mogli di ufficiali, suore di Sant'Anna, maestre, infermiere[7]) e alcuni importanti professionisti. Tra questi ultimi figuravano il Professor Antonio Caridi, direttore del reparto di maternità dell’ospedale di Massaua e l’alto funzionario, etnologo, Giovanni Ellero. Erano inoltre presenti 134 soldati sudafricani, oltre a 113/114 membri di equipaggio, per un totale compreso tra 1000 e 1200 persone. La nave trasportava anche 3000 sacchi di posta.[8]
Tra i soldati italiani, la maggior parte proveniva dagli equipaggi di altre navi che la guerra aveva bloccato a Massaua, come la nave ospedale Tevere, autoaffondata dopo aver riportato gravi danni per la collisione con una mina, la Mazzini, autoaffondata o bombardata nell’aprile del 1941, e il transatlantico Colombo, la più grande delle navi autoaffondate presso l’isola di Dahlak Kebir, davanti al porto di Massaua, poco prima dell’occupazione della città da parte delle forze britanniche.[9] I prigionieri civili italiani erano destinati, come i militari, ai campi di concentramento inglesi in Sudafrica, probabilmente nei pressi della città di Durban. Lungo il tronco stradale Durban-Pietermaritzburg esisteva, infatti, un campo di concentramento che ospitava 5000 italiani e 3000 tedeschi.
Il 19 novembre, secondo le testimonianze dei sopravvissuti, la Nova Scotia fece scalo ad Aden, nello Yemen, dove venne fatto sbarcare un soldato colpito da appendicite.[10]
Affondamento
Dopo 9 giorni di navigazione, superato il canale del Mozambico, la nave si ritrovò nuovamente sull’Oceano Indiano, al largo della costa del Natal.
La mattina della tragedia procedeva a zig zag perché in quelle acque era stata segnalata la presenza di sommergibili tedeschi. L’arrivo a Durban, che distava circa 244 km, era previsto per il tramonto. Ma, in un orario che fonti discordanti indicano nelle 7:07[11] o nelle 9:12[12], essa fu avvistata dal sommergibile tedesco U- 177, al comando del capitano di corvetta Robert Gysae. Questi, ritenendola un cargo mercantile britannico, giunto a una distanza di circa 400 metri, decise di attaccarla dando ordine di lanciare i tre siluri di prora. Uno o due dei siluri[13] colpirono la nave provocando, con un unico terribile boato, un enorme squarcio sul lato sinistro della nave, sotto il pelo dell’acqua, all’altezza della sala macchine. Scoppiò un incendio, alimentato anche dai barili di petrolio collocati nella stiva. Dalla stiva, l'incendio si propagò velocemente ai boccaporti, ai corridoi, fino ai ponti di prua, disseminando panico, terrore, morte. L’ordine di abbandonare la nave fu dato prestissimo e furono calate in mare alcune grosse zattere. Le manovre affrettate travolsero molti naufraghi, determinandone la morte. La nave, fortemente inclinata, cominciò ad affondare di prua e, di conseguenza, tanti disperati cercarono la salvezza formando grovigli umani sul ponte di poppa. La nave si inabissò in una manciata di minuti.[14]
Soccorsi
Il ruolo dell'U-Boat 177
Poco dopo, il comandante Gysae diede l’ordine di emergere e, stando alle sue dichiarazioni, dalla moltitudine di cadaveri, orrendamente mutilati e ustionati, di naufraghi che si dibattevano tra i flutti oleosi di nafta, o che erano ammassati sulle zattere, o aggrappati ai più disparati relitti, si rese conto con stupore di non aver colpito un mercantile, ma una nave passeggeri. Lo stupore divenne sgomento quando dai naufraghi si levò il grido “Italia! Italia!”, mentre qualcuno di loro tentava di intonare “La donna è mobile..” e qualcun altro urlava parole in tedesco. Dal sottomarino vennero lanciate delle gomene e furono tratti in salvo due naufraghi.[15] L’ufficiale tedesco ebbe così la conferma che la nave trasportava prevalentemente alleati italiani e perfino soldati tedeschi. Secondo l’opinione di un sopravvissuto, da quel momento il comportamento del capitano fu “più dell’uomo che del soldato”.[16] Contravvenendo all'ordine “Triton Null”, detto anche “ordine Laconia”, che vietava i soccorsi[17], Gysae cercò di mettersi in contatto con Berlino, riuscendoci solo nel pomeriggio, e trasmise al comandante delle forze sottomarine tedesche Karl Dönitz un messaggio nel quale annunciava l'affondamento dell'incrociatore ausiliario Nova Scotia con oltre 1.000 internati italiani provenienti da Massaua. Dichiarava di aver preso a bordo due sopravvissuti, mentre altri 400 circa si trovavano su barche o zattere trasportate via dal vento. Nella sua risposta Dönitz ordinò di continuare ad operare, senza ulteriori tentativi di salvataggio in quanto la guerra veniva prima di tutto.[18]
Intanto, l’U-Boot 177 aveva lanciato un SOS diretto a tutte le marine neutrali.[19]
Nel frattempo, da Berlino fu trasmesso un SOS cifrato all’Ambasciata tedesca a Madrid e, da questa, all’Ambasciata tedesca a Lisbona. Quest'ultima, a sua volta, informò il neutrale Governo portoghese, affinché richiedesse soccorso dal porto di Lourenço Marques (oggi Maputo), capitale del Mozambico, colonia portoghese in Africa orientale, che risultava il più vicino al luogo della tragedia.
Nel primo mattino del 29 novembre, il comandante Gysae fu raggiunto da un messaggio proveniente dal BdU, il Comando Sommergibili, con il quale veniva comunicata la partenza dei soccorsi. Gysae, con soddisfazione, ne informò immediatamente l’equipaggio.[20]
Ciononostante, l’errore del comandante Gysae era successivo, e di soli due mesi, all’analogo errore commesso dal suo collega, capitano di corvetta Werner Hartenstein, ai danni del mercantile britannico Laconia, al largo delle coste dell’Africa Occidentale, nei pressi dell’isola dell’Ascensione.[21] Ed è stato ipotizzato che il capitano Gysae sia andato determinatamente a caccia della Nova Scotia, ritenendola carica di soldati nemici sulla base di informazioni errate ricevute dal servizio di spionaggio filonazista in Sudafrica.[22]
L'incrociatore Afonso de Albuquerque
L’ordine di salpare per portare soccorso raggiunse l’Afonso de Albuquerque, un aviso di I classe[23], cioè un incrociatore leggero, ben armato, capace di raggiungere la velocità di 21 nodi, adibito anche a nave-scuola.
L’ Albuquerque, partito da Lisbona il 2 ottobre, era arrivato in Mozambico il 27 novembre ed era ormeggiato nel porto di Lourenço Marques. Giacché in quel porto era prevista una sosta breve, si procedette velocemente ai rifornimenti, circostanza che si rivelò poi provvidenziale. Mentre le stive venivano riempite, il capitano, gli ufficiali e parte dei marinai si erano recati in città. Il capitano Josè Augusto Guerreiro De Brito, ricevuto il messaggio, interruppe la sua cena e, tornato precipitosamente a bordo tentò, senza riuscirci, di radunare tutto l’equipaggio. Diede ordine di salpare alle 2:30 del mattino del 29 novembre.
Secondo le indicazioni ricevute da Berlino, al salvataggio avrebbe dovuto partecipare, come nave appoggio, un altro aviso, il Gonçalves Zarco, che era ancorato allo stesso molo dell’Albuquerque. A causa delle cattive condizioni del mare, il comandante De Brito non poté mantenere i contatti radio con lo Zarco, che non fu in grado di raggiungere la zona dove operava l’Albuquerque, ma che riuscì comunque a recuperare qualche disperso.[24]
Esperto di correnti marine, il comandante prevedeva di non trovare alcunché alle coordinate indicate, così tracciò una rotta ideale, parallela alla costa, che, partendo dal luogo del naufragio, procedeva verso sud-ovest. Iniziò poi su quella rotta un andirivieni di perlustrazione a serpentina. Il capitano fornì la posizione anche ad una nave da guerra britannica, che proseguì la sua rotta senza contribuire alle operazioni di soccorso della nave connazionale.[25]
Alle 13:12 del 30 novembre vi furono i primi avvistamenti. Erano passate circa 60 ore dal naufragio: in quel periodo i naufraghi erano stati esposti alle ondate, al freddo, alla sete, alle ferite tormentose e alle bruciature da nafta, ma anche agli squali “pinna bianca” che infestano quelle acque. A questi si aggiungevano, nel ricordo dei sopravvissuti, i pesciolini voraci che si attaccavano a tutto il corpo e le meduse.
Verosimilmente, fu proprio la presenza dei feroci predatori ad indurre il capitano Guerreiro De Brito a dare la precedenza al salvataggio dei naufraghi sparsi, i più esposti agli attacchi ed anche all’annegamento. Ma furono poi recuperate anche molte zattere stracariche, su una delle quali era stata issata una bandiera di fortuna, azzurra, che ne aveva rappresentato la salvezza perché ne aveva consentito l’avvistamento.
Dopo ore di salvataggi, mentre le condizioni del mare divenivano sempre più avverse, il capitano si trovò di fronte a una nuova scelta: fare rientro a Lourenço Marques, nel tentativo di salvare i superstiti (molti dei quali, orrendamente mutilati, tra la vita e la morte) per farli ricoverare in ospedale, o continuare a pattugliare la zona nella speranza di trovare altri naufraghi vivi.
Alle 16:15 del 30 novembre il comandante diede ordine di fare rientro in porto.
Mentre l’Albuquerque faceva rotta verso Lourenço Marques, che era territorio neutrale, un cacciatorpediniere inglese accostò a sinistra, e intimò all’incrociatore portoghese di fare rotta verso Durban. Il comandante Guerreiro De Brito, forte delle regole del diritto internazionale marittimo, respinse l’ordine con determinazione e, continuando a navigare, sistemò tutti gli uomini ai posti di combattimento, inducendo la nave britannica a desistere.
L’Albuquerque raggiunse il porto alle dieci di mattina del 1° dicembre 1942.
Intanto, la piccola equipe sanitaria aveva operato freneticamente, come d’altra parte l’intero equipaggio, fino allo stremo delle forze.
I superstiti. Le testimonianze
L’intervento dell’Albuquerque sottrasse alla morte centoottantatré vite umane.[26]
A Zinkwazi, su una delle spiagge della costa del Natal, approdò, sui resti di una zattera, un altro naufrago, miracolosamente vivo.[27]
Oltre al soldato fatto sbarcare ad Aden per essere curato, era scampato al disastro un gruppo di ufficiali italiani, i quali, dopo essere stati imbarcati, erano stati fatti scendere per motivi “diplomatico-militar-burocratici”, non potendosi trovare, a bordo, una collocazione adeguata per loro, che evitasse la promiscuità con gli ufficiali inglesi e africani.[28]
L’unica superstite tra le donne presenti sulla Nova Scotia fu la signora Alda Lorenzino vedova Ignesti, che viaggiava con la figlia Valcheria, di otto anni, risultata dispersa. Alda era rimasta bloccata in Eritrea dopo la morte del marito, Gastone Ignesti. Un ufficiale inglese, il maggiore Robert Taylor, più tardi divenuto il suo secondo marito, temendo per la loro sicurezza, aveva organizzato il trasferimento delle due donne a Durban. Fu la stessa Alda a raccontare che, mentre la nave bruciava e andava a fondo, un ufficiale britannico, dopo averle ordinato di buttarsi in mare appresso a lui, con un braccio aveva afferrato saldamente Valcheria e, nel generoso tentativo di salvarla, era saltato in mare con la bimba ed era riuscito a sistemarla su una scialuppa. Alda aveva cercato con tutte le sue forze di raggiungere la figlioletta, ma aveva perso tempo nella lotta contro la potenza del risucchio creato dall’inabissarsi del piroscafo, che stava trascinando con sé decine di corpi, ed era solo riuscita a seguire con lo sguardo la scialuppa che andava alla deriva vedendo il puntino rosso della maglia che la bimba quel giorno indossava scomparire lentamente all’orizzonte.[29]
Nonostante le pressioni del Comando britannico, il comandante Guerreiro De Brito trattenne a bordo i sopravvissuti bisognosi di cure fino al loro trasferimento negli ospedali di quella città neutrale, e consegnò i più sani alle autorità locali, secondo gli ordini dell’Almirante major general dell’Armada portoghese. Mentre i militari inglesi venivano avviati verso il Sudafrica, altri sopravvissuti sudafricani, in quanto soldati sbarcati in un paese neutrale, avrebbero dovuto essere ospitati presso l'Assistência Pública mozambicana. Tuttavia, data la condizione di povertà ed emarginazione nella quale si sarebbero trovati per tutta la durata della guerra, preferirono riparare nel protettorato britannico dello Swaziland, incluso nel Sudafrica. Ciò fu possibile grazie alla collaborazione delle autorità diplomatiche e mediche del posto.[30]
I superstiti italiani furono efficacemente sostenuti ed aiutati dal Regio Consolato italiano in Mozambico per ottenere, non senza difficoltà, il rimpatrio. Molti altri, invece, preferirono rimanere in Mozambico, dove trovarono possibilità di integrazione e di lavoro.[31] I due naufraghi italiani accolti a bordo del sottomarino U-177 vi rimasero fino alla fine della missione e furono sbarcati, poi, a Bordeaux, base dei sommergibili atlantici dell’Asse, da dove fecero rientro in Italia.
Le numerose testimonianze dei superstiti, raccolte soprattutto dai loro parenti, ma anche da giornalisti e da scrittori,[32] raccontano i dettagli raccapriccianti della triste storia della Nova Scotia.
Le vittime
Il numero delle vittime del naufragio della Nova Scotia rimane incerto.[33] Per quanto riguarda i prigionieri italiani, la maggior parte delle testimonianze parla di 652 persone, alle quali occorre aggiungere un numero imprecisato di passeggeri.[34]
Oltre al capitano Alfred Hender, persero la vita tutti i membri del comando della nave e 96 membri dell’equipaggio, 10 artiglieri navali, 8 militari, 88 soldati sudafricani.
Tra i particolari più terribili, secondo le ricostruzioni, più di un quarto delle vittime fu divorato dai pescicani. Un sopravvissuto ricorda: “al calar delle tenebre i pescicani avevano circondato la nostra zattera e ne vedevamo distintamente le pinne. Si udivano in lontananza le urla strazianti di coloro che venivano attaccati”.[35]
Sempre a Zinkwazi, il mare restituì brandelli di corpi straziati di 120 o più vittime, non si sa se tutte italiane perché non identificabili a causa delle mutilazioni provocate dagli squali e dalla permanenza in mare. La località, a circa 70 Km a nord di Durban, è tuttora chiamata dalla popolazione locale Itys Bay ('la baia italiana').
I corpi furono ricomposti pietosamente da volontari coordinati da Denis Hurley, un giovane sacerdote cattolico che svolgeva il suo ministero in quella località.[36] Raccolti dentro contenitori sigillati con targhe numerate e, nei limiti del possibile, nominative, furono deposti in tre fosse comuni nel cimitero militare per i prigionieri di guerra di Hillary, a Durban. Assieme a loro furono sepolti i corpi dei superstiti deceduti successivamente in Sudafrica. I resti di altri sopravvissuti, deceduti e seppelliti in luoghi diversi, nel tempo sono stati riesumati per essere riuniti nella nuova tomba comune di Hillary. Alcuni oggetti, ritrovati con le salme, si trovano presso il museo di Zonderwater, il grande campo di concentramento della città di Durban.[37]
In questo luogo, dove ogni anno vengono commemorati i caduti italiani in Sudafrica durante la Seconda guerra mondiale, viene sempre ricordata la sciagura della Nova Scotia, e in memoria delle vittime è stata innalzata, sulla grossa tomba circolare all’estremità del cimitero, una stele marmorea donata dai superstiti, allora rifugiati in Mozambico, e raffigurante una colonna spezzata che sorge dai flutti.
Nel luglio del 2008 i resti delle vittime furono traslati dal cimitero di Hillary, a Pietermaritzburg, sul terreno retrostante la chiesetta votiva dedicata alla Madonna delle Grazie, la cui costruzione ebbe inizio il 2 febbraio del 1943. La chiesa, realizzata con pochi mezzi ma con maestria dai soldati italiani presenti nel campo, al termine delle ostilità fu chiusa e col tempo andò in rovina. Venne nuovamente restaurata nel 1962 e riconsacrata nel 1963.
Attualmente, nella chiesetta ogni anno viene ancora celebrata una Messa in italiano, ma il monumento necessita di finanziamenti per la sua manutenzione e gestione ed è possibile che il South African Monument Council decida di metterlo all’asta.[38]
Nella città di Adi Quala, nel sud dell’Eritrea, sorge una chiesa dedicata a Santa Rita da Cascia, nel cui interno, su lapidi applicate alle pareti, è inciso l’elenco delle vittime dell’affondamento della Nova Scotia.
Un uguale elenco si trova inciso su lapidi marmoree apposte sulla facciata del Municipio della città di La Maddalena, nell’omonima isola della Sardegna, a quei tempi sede di Ammiragliato, da cui proveniva il contingente sardo della Regia Marina Italiana destinato a Massaua.
Il 28 novembre del 2012, in occasione del settantesimo anniversario della tragedia, a Ostia è stato inaugurato il “Giardino vittime del Nova Scotia”.
Le cronache.
Il ricordo del Presidente Mattarella
Dalle fonti ufficiali nulla trapelò, nell’immediatezza dell’accaduto, di quella vicenda, che fu sottoposta a censura di guerra.[39]
In Italia, solo nel 1953, nel n.5 del settimanale romano “Tempo”, comparve un servizio che squarciò il velo del segreto di Stato. Molto più tardi, il 25 novembre e il 16 dicembre del 1962, “La Domenica del Corriere” pubblicò dei servizi corredati di testimonianze e di illustrazioni suggestive e spaventose. Notizie sparse comparvero, più avanti, su giornali minori di diffusione locale. In Eritrea, il periodico bimestrale “Mai Taclì” diede notizie sulla tragedia della Nova Scotia per diversi anni, a partire dal 1982, contribuendo alla ricostruzione dei fatti.
Nel 2012, presso l'Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia, si tenne una conferenza con la partecipazione degli scrittori Valeria Isacchini e Tullio Mascellari, registrata in un filmato.[40] E più avanti (24 marzo 2015) si occupò dell’argomento anche La Gazzetta del Sudafrica.[41]
Un grande risalto è stato dato alla vicenda nel luglio del 2022, in occasione di un viaggio di Stato in Mozambico dal Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella che citò la tragedia in un discorso:
“Se l’Italia non dimentica il soccorso e l’accoglienza che i mozambicani offrirono ai superstiti del piroscafo Nova Scotia - affondato durante il secondo conflitto mondiale, al largo delle coste del Mozambico, mentre trasportava diverse centinaia di prigionieri di guerra italiani e di civili destinati ai campi di internamento in Sud Africa - va sottolineato che il nostro legame si è ulteriormente consolidato, sin dagli anni della decolonizzazione, grazie alle iniziative di cooperazione di cui sono state protagoniste tante realtà italiane – dalle università ai numerosi Comuni e alle Organizzazioni Non Governative - che con il loro impegno hanno reso concreta la vicinanza dell’Italia e della sua società civile al Mozambico."[42][43]
Tuttavia, il ricordo non ha suscitato l’entusiasmo e l’approvazione della stampa, la quale non ha risparmiato le critiche per la tardività della rimembranza ed ha espresso sconcerto, dato “il lunghissimo periodo di oblio [...] per l’ipocrisia insita nel momento e nell’occasione colta per il ricordo”.[44]
Il riferimento alla disinteressata amicizia dimostrata dal Mozambico all’Italia, in occasione di quella tragedia, è stato giudicato inopportuno. Esso, infatti, è stato usato strumentalmente allo scopo di introdurre la richiesta di cooperazione dovuta alla necessità di ottenere nuovi partner energetici. Nonostante questo aspetto ritenuto irriguardoso nei confronti delle vittime, la stampa italiana ha comunque sottolineato il risultato positivo del discorso presidenziale, che è stato capace di riportare l’attenzione sulla vicenda.[45]
Il relitto
La nave Nova Scotia giace sul fondo dell’Oceano Indiano e la sua posizione esatta è stata mantenuta segreta per evitare il saccheggio da parte di cacciatori di tesori o danni causati da altre attività umane. Esistono informazioni su alcuni tentativi di recuperare il relitto nel corso degli anni. Tuttavia, a causa della sua profondità e delle difficili condizioni marine, questi sforzi non hanno avuto successo.
Uno dei tentativi più noti è stato fatto nel 2001 mediante una esplorazione subacquea alla profondità di circa 2700 metri. Durante la spedizione sono state effettuate fotografie e raccolti dati per documentare lo stato del piroscafo e la sua posizione esatta. Tuttavia, il recupero fisico non è stato possibile a causa delle difficoltà tecniche e logistiche e per ora continua ad essere escluso.[46]
Note
- ↑ Nova Scotia [https://www.navenovascotia.it/
- ↑ RMS Nova Scotia [https://it.wikipedia.org/wiki/RMS_Nova_Scotia
- ↑ Morte al largo di Durban [https://www.navenovascotia.it/dal-mai-tacli/
- ↑ I mezzi navali protagonisti [https://www.navenovascotia.it/i-mezzi-navali-protagonisti/
- ↑ Era così denominata l’unione delle colonie italiane nel Corno d’Africa, proclamata da Benito Mussolini dopo l’annessione dell’Etiopia.
- ↑ Memorie in cammino [https://www.memorieincammino.it/luoghi/massaua-eritrea/
- ↑ Silvio Masullo, Patria Indipendente [https://www.patriaindipendente.it/longform/nova-scotia-la-tragedia-dimenticata/
- ↑ Nova Scotia [https://www.navenovascotia.it/
- ↑ Lorenzo Colombo, Con la pelle appesa a un chiodo In ricordo dei militari e civili italiani scomparsi in mare durante la seconda guerra mondiale [https://conlapelleappesaaunchiodo.blogspot.com/2015/06/colombo.html?m=1
- ↑ Testimonianze [https://www.navenovascotia.it/testimonianze/. Il fortunato prigioniero sbarcato prima della tragedia si chiamava Sergio Galliussi (Valeria Isacchini L'onda gridava forte. Il caso del Nova Scotia e di altro fuoco amico su civili italiani, Mursia, 2008, p. 140).
- ↑ RMS Nova Scotia [https://it.wikipedia.org/wiki/RMS_Nova_Scotia
- ↑ Zampieri, L’affondamento del “Nova Scotia”, p. 40. Verosimilmente, la discordanza tra i due orari trova ragione nel fatto che i diversi documenti fanno riferimento a differenti fusi orari: due ore, infatti, sono proprio la differenza di fuso orario tra la Germania e il Sudafrica orientale.
- ↑ Anche su questo punto nelle testimonianze non si registra concordanza. Zampieri, L’affondamento del “Nova Scotia”, pp. 69 e 187.
- ↑ I fatti [https://www.navenovascotia.it/
- ↑ Zampieri, L’affondamento del “Nova Scotia” p. 19. Secondo le fonti furono due i naufraghi tratti in salvo dall’U-177. Si tratterebbe degli italiani Gennaro Palomba e Filippo Matarrese . Zampieri, L’affondamento del “Nova Scotia”, p. 228.
- ↑ Zampieri, L’affondamento del “Nova Scotia”, p. 75. L'affermazione era del sopravvissuto romagnolo Oliviero Freschi, il quale, per tanto tempo cercò di mettersi in contatto con il capitano Gysae, nel frattempo divenuto ammiraglio, e lo rintracciò dopo 20 anni; ne divenne amico e nel 1967 lo ospitò nel suo albergo a Milano Marittima: Cesare Alfieri, dal Mai Taclì N. 4-1990 IL NAUFRAGO E L’AMMIRAGLIO.
- ↑ Si trattava dell’ordine emesso dal comandante Dönitz in seguito alla vicenda della nave inglese Laconia, unità adibita al trasporto truppe silurata nell’Oceano Atlantico dall’ U-Boot tedesco 156. Altri due sommergibili tedeschi ed uno italiano conversero nel luogo del disastro per trarre in salvo i superstiti - anche in quel caso vi erano molti italiani - ma vennero bombardati dall'aviazione statunitense nonostante i numerosi messaggi, inviati per segnalare il salvataggio, e la presenza della croce rossa sul ponte. In seguito a questo incidente il vertice della Marina tedesca ordinò ai comandanti di U-Boot di "non prestare soccorso ai naufraghi delle navi affondate", per non rischiare di perdere unità di guerra, sebbene tale comportamento costituisse una violazione dell'art. 22 sugli Accordi Navali di Londra del 1935 e 1936. Tale ordine fu, infatti, uno dei capi d’accusa contro Karl Dönitz nel processo di Norimberga. Affondamento del Laconia [https://it.wikipedia.org/wiki/Affondamento_del_Laconia
- ↑ ubootwaffe.net Kriegsmarine and U-Boat history [https://web.archive.org/web/20051031172211/http:/www.ubootwaffe.net/ops/ships.cgi?boat=177;nr=5
- ↑ RMS Nova Scotia [https://it.wikipedia.org/wiki/RMS_Nova_Scotia
- ↑ Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque
- ↑ Affondamento del Laconia [https://it.wikipedia.org/wiki/Affondamento_del_Laconia
- ↑ Valeria Isacchini, L’onda gridava forte, p. 204.
- ↑ “come venivano chiamate fin dal XIX secolo le navi portoghesi da guerra destinate ad essere utilizzate per controllo e pattugliamento nelle colonie. Gli avisos coloniali, trovandosi a dover operare spesso isolati, in territori lontani dalla madrepatria, pur somigliando a cacciatorpediniere per tonnellaggio, avevano una maggiore autonomia. Inoltre, essendo destinati ad operare prevalentemente in climi tropicali, avevano particolari condizioni di climatizzazione e possibilità di refrigerare gli alimenti” Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque/
- ↑ Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque/
- ↑ Nova Scotia [https://www.navenovascotia.it/
- ↑ Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque/ Secondo altre fonti, i naufraghi salvati sarebbero stati 181. Zampieri, L’affondamento del “Nova Scotia”, p. 7.
- ↑ Secondo alcune fonti il nome del naufrago era Saverio Fonzetti, sergente maggiore della Regia Marina Italiana https://www.navenovascotia.it/superstiti-italiani/. Secondo Valeria Isacchini, L'onda gridava forte p. 198, si tratterebbe invece di Saverio Ponzetti.
- ↑ Valeria Isacchini, L’onda gridava forte, Mursia, 2008, p. 104.
- ↑ Valeria Isacchini, L’onda gridava forte, p. 159 s.
- ↑ Valeria Isacchini, L'onda gridava forte, pp. 205-207.
- ↑ L’elenco dei superstiti italiani tratti in salvo a Lourenço Marques dall’Albuquerque è contenuto nel volume Gli italiani nel Mozambico portoghese (1830-1975), Augusto Massari, L’Harmattan Italia, Torino, 2005 ed è riportato nel sito www.navenovascotia.it ideato da Fiorenzo Zampieri e Antonio Zampieri in memoria del nonno materno Gino Caldiron, scomparso nel naufragio della Nova Scotia.
- ↑ Il sito creato dai nipoti di Gino Caldiron ha ricevuto contributi e testimonianze. Inoltre, in particolare, si vedano il volume di Tullio Mascellari, 28 novembre 1942 - una tragedia in mare Il piroscafo inglese NOVA SCOTIA Inchiesta sull’affondamento, Edizioni Sarasota, 2008 (la nuova edizione reca il titolo L’U 177 del KKpt Robert Gysae affonda la nave inglese Nova Scotia); il volume di Valeria Isacchini, L’onda gridava forte, ed il romanzo di Chiara Carminati, Un pinguino a Trieste, Bompiani, 2021.
- ↑ Va, tra l’altro, considerato che molti superstiti morirono successivamente al salvataggio per le gravissime ferite o per le malattie sopraggiunte.
- ↑ Si rileva, ad esempio, che in https://it.wikipedia.org/wiki/RMS_Nova_Scotia il nome di Salvatore Brianda (e non Brinda, come talvolta indicato) è riportato erroneamente due volte: una volta tra i prigionieri di guerra e un’altra tra i passeggeri. In realtà, Salvatore Brianda era un prigioniero di guerra, il quale, al momento della caduta di Massaua nelle mani degli Inglesi, era un civile militarizzato, al seguito della Regia Marina Italiana dal 1938 come funzionario amministrativo. I dati citati provengono dalla testimonianza del figlio Giovanni Brianda.
- ↑ Zampieri, L’affondamento del “Nova Scotia”, p. 113.
- ↑ Valeria Isacchini, L'onda gridava forte, p. 199.
- ↑ Zampieri, L’affondamento del “Nova Scotia”, pp. 10-11.
- ↑ Lorenzo Della Martina, Consigliere CGIE, Comites Durban. Comunicazione Inform - N. 51 - 14 marzo 2003 [http://comunicazioneinform.it/archivio/art/art_03/03n051a2.htm
- ↑ Zampieri, L’affondamento del “Nova Scotia”, p. 39.
- ↑ Il video della conferenza https://www.youtube.com/watch?v=Fc0kY1kNXlI
- ↑ La Gazzetta del Sudafrica [https://www.lagazzettadelsudafrica.net/la-tragedia-della-nova-scotia.html
- ↑ Mattarella [https://www.navenovascotia.it/mattarella/
- ↑ Avvenire. Maputo. Mattarella in Mozambico: la pace indivisibile nel mondo [https://www.avvenire.it/mondo/pagine/mattarella-in-mozambico-sant-egidio-trattato-pace
- ↑ Mattarella [https://www.navenovascotia.it/mattarella/
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- ↑ I mezzi navali protagonisti [https://www.navenovascotia.it/i-mezzi-navali-protagonisti/
Bibliografia
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- Antonio e Fiorenzo Zampieri, L'ULTIMO GIORNO DEL NOVA SCOTIA La tragedia dimenticata (28 novembre 1942). Sito web
- Antonio Zampieri, Convegno Nova Scotia Isacchini Mascellari, in: Antonio Zampieri (a cura di), Canale youtube. Video convegno
- Augusto Massari. Gli italiani nel Mozambico portoghese (1830-1975), Torino, L’Harmattan Italia, 2005.
- Fiorenzo Zampieri. L’AFFONDAMENTO DEL “NOVA SCOTIA” DOSSIER, seconda edizione. Il dossier
- Istituto Alcide Cervi, curatore del sito internet memorieincammino.it Testimonianze, documenti, immagini di un'Italia in trasformazione (1922-1945). Sito web
- La Gazzetta del Sud Africa, La tragedia nella Nova Scotia nel 1942: 655 prigionieri italiani persero la vita, in: Ciro Migliore (a cura di), periodico online La Gazzetta del Sud Africa, Città del Capo. Articolo
- Lorenzo Colombo, curatore del blog Con la pelle appesa a un chiodo In ricordo dei militari e civili italiani scomparsi in mare durante la seconda guerra mondiale. Articolo del blog
- Lorenzo Della Martina, Consigliere CGIE, Comites Durban, Sud Africa - L’omaggio del CGIE ai Caduti italiani nel Cimitero Militare di Hillary, in: INFORM - N. 51 - 14 marzo 2003. Articolo
- Malaparte, in: Associazione Culturale Betasom XI Gruppo Sommergibili Atlantici (a cura di), Forum Online Associazione Culturale Betasom XI Gruppo Sommergibili Atlantici. Intervento Malaparte
- Silvio Masullo, Nova Scotia, la tragedia dimenticata, in: Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (a cura di), Periodico online Patria Indipendente, Roma. Articolo Nova Scotia
- Tullio Mascellari. 28 novembre 1942 - una tragedia in mare Il piroscafo inglese NOVA SCOTIA Inchiesta sull’affondamento, Edizioni Sarasota, 2008.
- ubootwaffe.net Kriegsmarine and U-Boat history. Sito web
- Valeria Isacchini. L'onda gridava forte. Il caso del Nova Scotia e di altro fuoco amico su civili italiani, Mursia, 2008.
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- Wikipedia, RMS Nova Scotia. Voce RMS Nova Scotia
- Wikipedia, Royal Mail Ship. Voce Royal Mail Ship