Dante Alighieri: differenze tra le versioni
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Dante Alighieri (nato a Firenze nel maggio del 1265, morto a Ravenna nel settembre del 1312) è stato uno scrittore, poeta e politico italiano. | Dante Alighieri (nato a Firenze nel maggio del 1265, morto a Ravenna nel settembre del 1312) è stato uno scrittore, poeta e politico italiano. Noto principalmente per la sua ''Divina Commedia'', riconosciuta come uno dei maggiori capolavori letterari in italiano, ha scritto anche trattati di teoria politica e lingua. | ||
Noto principalmente per la sua ''Divina Commedia'', riconosciuta | |||
== Famiglia == | == Famiglia == | ||
Alcune informazioni sulla famiglia Alighieri vengono fornite da Dante | Alcune informazioni sulla famiglia Alighieri vengono fornite da Dante nel canto XV del ''Paradiso''. Lì, Dante fa parlare il trisavolo Cacciaguida che rivela di essere vissuto al tempo dell’imperatore Corrado III e di essere stato ordinato cavaliere da quest’ultimo in occasione della seconda crociata, tra il 1146 e il 1148, alla quale partecipò e morì. In una società come quella fiorentina del XIII secolo era di grande importanza poter vantare la presenza di un cavaliere in famiglia.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 28-29.</ref> | ||
In una società come quella fiorentina del XIII secolo | |||
Nello stesso passo del Paradiso, Dante informa sull’esistenza di un figlio di Cacciaguida dal quale la famiglia prese nome: Alaghieri, il bisnonno di Dante. Alaghieri viene citato anche in due diversi documenti notarili del tempo: il primo lo vede impegnato in una trattativa con la chiesa di S. Martino assieme a un’altra famiglia magnatizia del vicinato, decisamente più importante, i Donati; l’altro riguarda un atto pubblico del comune al quale presenziò come garante dell’accordo. Da questi documenti emerge che era quantomeno un personaggio di rilievo nella società fiorentina. | |||
L’unico figlio di Alaghieri | L’unico figlio di Alaghieri conosciuto è Bellincione, il nonno di Dante. Bellincione fu molto presente nella vita politica del comune: partecipò alle riunioni, probabilmente come dirigente dell’arte delle corporazioni mercantili e artigiane e presenziò ad atti comunali di rilievo. Gran parte dei documenti in cui è menzionato proviene da un notaio di Prato, città dove probabilmente Bellincione aveva terre ed interessi economici. In ogni caso, la sua principale attività, alla quale introdusse anche i figli, fu quella di prestatore di denaro. La partecipazione di Bellincione al governo cittadino, durante il regime del Primo Popolo dal quale erano escluse le grandi famiglie nobiliari di Firenze, lo colloca tra i cittadini più facoltosi di Firenze ma ben lontano dalla nobiltà. | ||
Un figlio di Bellincione, Alighiero, compare con i fratelli e il padre in una serie di atti notarili che riguardavano la vendita di terreni e prestiti, con interessi elevati, ad altri gentiluomini. È necessario fare una precisazione sul lavoro di prestatore di denaro: infatti, al tempo era condannabile come usura, ma di fatto era socialmente accettato se la trattativa avveniva tra uomini di un certo livello sociale. | |||
Alighiero morì | Un ulteriore indizio della fama degli Alighieri è il fatto che dal 1260 detenevano un cognome, cosa assai rara per il tempo; infatti, lo zio di Dante Burnetto è citato nel ''Libro di Montaperti'' come “Burnettus Bellincionis Alaghieri”. Comunque a Montaperti Burnetto combatté soltanto come fante e non come cavaliere come la totalità dell’élite fiorentina.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 31-45 e Pellegrini, ''Dante Alighieri'', pp. 26-29.</ref> | ||
Alighiero probabilmente morì quando Dante aveva tra gli 8 e i 14 anni; ciò contribuirebbe a spiegare la totale assenza di riferimenti al padre nelle opere di Dante. La madre invece, monna Bella, potrebbe aver fatto parte della famiglia degli Abati ma l’attribuzione è quanto meno incerta.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 50-51.</ref> | |||
== La vita a Firenze == | == La vita a Firenze == | ||
Dante nacque nel 1265 a Firenze, che in quel momento era governata dai ghibellini. Evidentemente Bellincione e i figli non erano così esposti politicamente da essere allontanati come invece fu lo zio Geri del Bello. I due fratelli di Dante erano | Dante nacque nel 1265 a Firenze, che in quel momento era governata dai ghibellini. Evidentemente Bellincione e i figli non erano così esposti politicamente da essere allontanati come invece fu lo zio Geri del Bello. I due fratelli di Dante erano Tana e Francesco; quest’ultimo nacque da un secondo matrimonio di Alighiero con una tale Lapa Cialuffi. Boccaccio riferisce poi di una seconda sorella di cui si è perso il nome ma che, secondo lui, fece un figlio che somigliava particolarmente al poeta. Dante e la sua famiglia vissero nella parrocchia di S. Martino del Vescovo, insieme ad altre note famiglie fiorentine, tra cui i Donati. | ||
In quel periodo, Firenze era divisa in sei porzioni dai sesti, unità principalmente amministrative sulle quali si basava il sistema elettivo; in queste circoscrizioni erano scelti sia funzionari comunali che militari. Gli Alighieri si trovavano nel sesto di Porta San Piero, abitato oltre ,che dai sopracitati Donati, anche dai Cerchi: le due famiglie guideranno le fazioni guelfe avverse dei Bianchi e dei Neri. | |||
Nello stesso sesto abitavano inoltre i Portinari. Particolarmente di spicco nella vita politica cittadina era Folco Portinari padre di Beatrice, la bambina di cui Dante bambino si innamorò. Il primo incontro tra i due lo racconta proprio | Nello stesso sesto abitavano inoltre i Portinari. Particolarmente di spicco nella vita politica cittadina era Folco Portinari padre di Beatrice, la bambina di cui Dante bambino si innamorò. Il primo incontro tra i due lo racconta proprio Dante nella ''Vita Nova'', ma lo approfondisce Boccaccio nel suo ''Trattatello''. I due si sarebbero incontrati ad una festa e Dante sarebbe rimasto folgorato dalla bellezza della bambina, che lo colpì, secondo la sua testimonianza, per un abitino rosso. I due si incontrarono di nuovo diversi anni più tardi e in quell’occasione Beatrice ormai diciassettenne e sposata riconobbe e salutò Dante. Per il poeta fu questo un momento fondamentale, non solo perché finalmente ricevette considerazione dalla donna amata, ma soprattutto perché decise di descrivere in versi il sentimento che provava. Il risultato fu un componimento: ''A ciascun’alma presa'', che inviò ad altri letterati della città. | ||
Questo era un gioco abbastanza comune tra gli intellettuali di un certo rango: qualcuno inviava le proprie rime e gli altri dovevano rispondere. I temi erano disparati: si parlava della vita, dell’amore e non mancavano gli insulti, di cui proprio Dante con il suo amico Forese Donati | Questo era un gioco abbastanza comune tra gli intellettuali di un certo rango: qualcuno inviava le proprie rime e gli altri dovevano rispondere. I temi erano disparati: si parlava della vita, dell’amore e non mancavano gli insulti, di cui proprio Dante dà una prova con il suo amico Forese Donati. Proprio grazie a questi contatti il poeta entrò in un ambiente sociale che era il più alto di Firenze. Così conobbe l’amico, che lui definisce migliore, Guido Cavalcanti, ma anche Manetto Portinari (fratello di Beatrice) e il già citato Forese Donati. | ||
Determinante per la vita di Dante fu sicuramente la morte di Beatrice, avvenuta nel 1290 all’età di venticinque anni.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 62-82</ref> | Determinante per la vita di Dante fu sicuramente la morte di Beatrice, avvenuta nel 1290 all’età di venticinque anni.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 62-82.</ref> | ||
== Gli studi == | == Gli studi == | ||
Non è facile ricostruire i momenti formativi di Dante. Sicuramente frequentò le scuole disponibili a tutti i bambini del suo rango. Nella sua parrocchia è attestato un certo Romano, maestro di giovani, che con tutta probabilità insegnò a leggere, scrivere e le basi del latino | Non è facile ricostruire i momenti formativi di Dante. Sicuramente frequentò le scuole disponibili a tutti i bambini del suo rango. Nella sua parrocchia è attestato un certo Romano, maestro di giovani, che con tutta probabilità insegnò a Dante a leggere, scrivere e le basi del latino. Intorno ai 10 anni d’età l’istruzione subiva una divaricazione: la gran parte dei bambini proseguiva il percorso concentrandosi sull’abilità di far di conto, per permettere uno sbocco in ambito mercantile, mentre una minoranza decideva di continuare lo studio del latino. È certo, che, se ne ebbe la possibilità, il giovane Dante scelse questo secondo percorso. | ||
In questo momento della formazione di Dante va inserito il celebre maestro Brunetto Latini, incontrato dal poeta nel XV canto | In questo momento della formazione di Dante va inserito il celebre maestro Brunetto Latini, incontrato dal poeta nel XV canto dell’''Inferno''. Dal suo insegnamento Dante probabilmente ottenne un affinamento delle capacità di comunicazione, dal parlare in pubblico (fondamentale per la vita politica) allo scrivere bene. Questa è l’interpretazione più verosimile tenendo conto delle parole di Dante nel canto sopracitato, «M’insegnavate come l’uom s’etterna», e del ruolo ricoperto da Brunetto Latini nella Firenze della metà del XIII secolo. | ||
Dante ventenne si recò a Bologna intorno al 1287 | Dante ventenne si recò a Bologna intorno al 1287. Lì con tutta probabilità frequentò qualche corso universitario relativo alle arti e assistette alle orazioni di diversi intellettuali, alle quali forse si riferisce nel ''Convivio'' con «le disputazioni dei filosofanti». In ogni caso a Bologna si formò sotto il punto di vista retorico e filosofico, tanto che, tornato a Firenze, potrebbe aver frequentato «le scuole delli religiosi» per migliorare il suo latino e la conoscenza dei grandi classici come Cicerone, Boezio e l’amato Aristotele.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 84-94 e Pellegrini, ''Dante Alighieri'', pp. 36-40; 52-55.</ref> | ||
== Politica == | == Politica == | ||
=== Il primo biennio (1295-1296) === | === Il primo biennio (1295-1296) === | ||
Dante iniziò a partecipare alla vita politica di Firenze intorno ai trent’anni. Non si può | Dante iniziò a partecipare alla vita politica di Firenze intorno ai trent’anni. Non si può parlare di una vera e propria carriera politica, in quanto a quel tempo le cariche erano di breve durata e aperte a gran parte della popolazione. In ogni caso la prima attestazione di un intervento di Dante nei consigli cittadini è databile al 1295, nel consiglio generale del comune, che contava 300 membri. La situazione a Firenze era critica: i magnati o Grandi, esclusi dal governo, rivendicavano il loro potere con dimostrazioni di forza militare che portavano la città sull’orlo della guerra civile. | ||
È riconoscibile in Dante la tipica figura del regime popolare al tempo al potere | È riconoscibile in Dante la tipica figura del regime popolare al tempo al potere. Rappresentava infatti il ceto dei popolani facoltosi, ostili rispetto alla dittatura del popolo minuto e ben disposti ad ammorbidire le leggi del regime in favore dei nobili, a patto che questi abbandonassero gli usi violenti di cui erano spesso protagonisti. L’adesione a questo ideale gli costò anche l’astio dell’amico Guido Cavalcanti, fervido difensore del potere delle famiglie magnatizie di cui faceva parte. | ||
L’adesione a questo ideale gli costò anche l’astio dell’amico Guido Cavalcanti, fervido difensore del potere delle famiglie magnatizie di cui faceva parte. | |||
Sempre | Sempre nel 1295 Dante è citato tra i 36 membri del consiglio speciale del capitano del popolo, in carica dal novembre del 1295 all’aprile del 1296. Nel frattempo, ricoprì il ruolo di sapiente nel consiglio delle Capitudini delle dodici arti, per discutere le modalità di elezione dei successivi priori. | ||
Infine, nel giugno del 1296 appare tra i membri del consiglio dei Cento, per approvare alcune spese straordinarie. Particolarità di questo consiglio è il grande potere che deteneva, poiché maneggiava le finanze comunali; quindi, i membri di questo gruppo dovevano essere, oltre che i migliori contribuenti, anche i più fidati.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 117-134.</ref> | Infine, nel giugno del 1296 appare tra i membri del consiglio dei Cento, per approvare alcune spese straordinarie. Particolarità di questo consiglio è il grande potere che deteneva, poiché maneggiava le finanze comunali; quindi, i membri di questo gruppo dovevano essere, oltre che i migliori contribuenti, anche i più fidati.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 117-134.</ref> | ||
=== Il secondo biennio (1300-1301) === | === Il secondo biennio (1300-1301) === | ||
Le informazioni sulla vita politica fiorentina tra il 1296 e il 1300 sono pressoché nulle. In ogni caso, è da escludere che Dante si sia astenuto dall’attività presso i consigli in questo periodo, nonostante | Le informazioni sulla vita politica fiorentina tra il 1296 e il 1300 sono pressoché nulle. In ogni caso, è da escludere che Dante si sia astenuto dall’attività presso i consigli in questo periodo, nonostante non ne sia rimasta traccia. | ||
La situazione a Firenze era velocemente peggiorata e le grandi famiglie guelfe si erano divise in due schieramenti | La situazione a Firenze era velocemente peggiorata e le grandi famiglie guelfe si erano divise in due schieramenti: i Bianchi, capitanati dai Cerchi, e i Neri, guidati da Corso Donati. Dante è collocabile più vicino ai Cerchi anche se si dichiarò pubblicamente imparziale. La posizione del poeta in effetti era decisamente particolare, in quanto visse il periodo cruciale di questa lotta da priore. Papa Bonifacio VIII guardava con preoccupazione i fermenti di Firenze, perché il partito guelfo di una città così importante doveva rimanere coeso; per questo il pontefice inviò il cardinale Matteo d’Acquasparta per ristabilire la tranquillità. Contemporaneamente all’arrivo del cardinale, entrarono in carica i nuovi priori con mandato dal 15 giugno al 14 agosto; tra questi c’era anche Dante. | ||
La tensione che attraversava Firenze era vista dai Grandi come l’occasione per rovesciare finalmente il governo del popolo e tornare al potere. Ci furono diverse aggressioni, e i priori furono costretti a mandare in esilio diversi esponenti delle grandi famiglie intorno ai Cerchi e ai Donati. Tra gli esiliati, voluti quindi anche da Dante, c’era l’amico Guido Cavalcanti che trovò la morte proprio poco dopo l’esilio. | |||
Le decisioni dei priori a seguito di questo fatto fecero aumentare le critiche verso Dante e il suo operato, ritenuto tendenzialmente di parte Bianca e non imparziale come si dichiarava. Un fondo di verità in queste affermazioni doveva esserci: infatti, alla fine del bimestre di carica dei priori, vennero rielette unicamente personalità vicine ai Cerchi. | Le decisioni dei priori a seguito di questo fatto fecero aumentare le critiche verso Dante e il suo operato, ritenuto tendenzialmente di parte Bianca e non imparziale come si dichiarava. Un fondo di verità in queste affermazioni doveva esserci: infatti, alla fine del bimestre di carica dei priori, vennero rielette unicamente personalità vicine ai Cerchi. | ||
Dante | Dante nel giugno del 1301 fu nuovamente attivo nelle riunioni del Consiglio dei cento, dove, per ben due volte, si oppose alla richiesta del papa di mandare cavalieri in supporto delle truppe pontificie nella guerra contro i conti Aldobrandeschi in Maremma. L’opposizione al papa della parte Bianca in città era evidente, e Dante sicuramente si espose molto in questo conflitto. Questo comportamento non era tollerabile e Bonifacio VIII chiese l’intervento in città di Carlo di Valois, fratello del re di Francia, che entrò a Firenze il primo novembre del 1301, rovesciando il governo e lasciandolo in mano ai Neri. | ||
Lì lo | Proprio in quel momento Dante era a Roma, inviato in ambasciata per evitare questo tragico epilogo. Lì lo raggiunse la notizia dell’intervento di Carlo e più tardi, nel gennaio del 1302, della sua condanna all’esilio. Nel marzo dello stesso anno la condanna all'esilio fu tramutata in condanna a morte.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 135-151 e Pellegrini, ''Dante Alighieri'', pp. 64-71.</ref> | ||
== L’esilio == | == L’esilio == | ||
=== Dante tra i ribelli === | === Dante tra i ribelli === | ||
La condanna comminata a Dante fu il risultato di una grande quantità di processi che si aprirono con false accuse e sbrigative condanne contro tutti gli avversari politici della Firenze nera. | La condanna comminata a Dante fu il risultato di una grande quantità di processi che si aprirono con false accuse e sbrigative condanne contro tutti gli avversari politici della Firenze nera. | ||
Nei primi mesi del 1302 gli esiliati furono circa 600 e fra loro si trova Dante, che comunque fu oggetto di particolare attenzione: infatti, fu processato dal podestà imposto dai neri insieme ad altri cinque priori della Firenze bianca. Degno di nota è che tra questi imputati solo Dante fu considerato particolarmente pericoloso, a riprova della grande influenza che in quel periodo avrebbe esercitato sulle faccende cittadine. | |||
A quel punto divenne evidente l’impossibilità di un rientro in città per Dante, che, tornato dal viaggio a Roma, raggiunse presto gli altri fuoriusciti a Gargonza. | |||
In breve tempo, guelfi bianchi e ghibellini esiliati si riunirono e progettarono assieme di rientrare in città con la forza. Nel 1303 diedero battaglia in diversi territori fiorentini, assaltando castelli e poderi. I risultati non furono però quelli sperati e i fiorentini guidati da Fulcieri da Calboli li dispersero senza grande fatica. | |||
Un nuovo tentativo di ingresso violento in città fu preparato dai Bianchi e dai ghibellini chiedendo aiuto in tutta la regione. Tuttavia, la spedizione si | Agli inizi dell’anno seguente, il nuovo papa Benedetto XI, decisamente meno implicato nello scontro rispetto al suo predecessore, tentò la via della pacificazione inviando un altro cardinale in città. La mossa sembrò funzionare quando, grazie all’intermediario, si celebrò nell’aprile del 1304 la fine delle violenze tra le parti. Che la pace fosse poco solida fu però chiaro rapidamente: il clima in città si fece di nuovo teso e la minaccia di nuovi scontri fece fuggire ad Arezzo i rappresentanti dei bianchi. | ||
Un nuovo tentativo di ingresso violento in città fu preparato dai Bianchi e dai ghibellini chiedendo aiuto in tutta la regione. Tuttavia, la spedizione si risolse in una sconfitta disastrosa nella battaglia della Lastra (luglio 1304), che chiuse definitivamente le speranze di un immediato ritorno a Firenze. La partecipazione di Dante alle attività dei ribelli è attestata e di rilievo: figura infatti, tra i maggiori rappresentanti della parte bianca. Tuttavia la sua presenza negli scontri armati sopracitati è dubbia. Lui stesso dichiara nel XVII canto del ''Paradiso'' di aver lasciato in quel periodo il partito dei ribelli per far parte per sé stesso<ref>Ripreso il v. 69 canto XVII del ''Paradiso''.</ref>.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 172-183 e Pellegrini, ''Dante Alighieri'', pp. 73-80.</ref> | |||
=== Verona === | === Verona === | ||
Dopo la rottura con i Bianchi, Dante si spostò a Verona, dove governava Alboino della Scala. Gli Scaligeri | Dopo la rottura con i Bianchi, Dante si spostò a Verona, dove governava Alboino della Scala. Gli Scaligeri erano una famiglia fedele all’imperatore; era quindi rivale della parte guelfa che fino a pochi mesi prima Dante aveva sostenuto. Tuttavia, nella situazione in cui si trovava, “peregrino, quasi mendicando”, Dante era evidentemente disposto ad accettare l’ospitalità di chiunque. | ||
Dante era una figura interessante per una corte, poiché le sue abilità comunicative potevano essere sfruttate bene per fini diplomatici o per l’ordinaria cancelleria. A testimonianza della sua fama da letterato sono rilevanti i sonetti umoristici che si scambiò con Cecco Angiolieri, che lo canzonava per la sua condizione economica del momento, prova del fatto che, anche in un ambiente nuovo, aveva gli occhi addosso degli altri letterati. | |||
Le notizie sul soggiorno veronese sono poche | Le notizie sul soggiorno veronese sono poche: non si sa esattamente in che momento Dante si allontanò dai ribelli per spostarsi a Verona, né tantomeno se quello fosse il primo viaggio verso la città lombarda. Un'altra versione dei fatti, sostenuta principalmente da alcuni storici quattrocenteschi, è che dapprima, agli inizi del 1303, Dante era stato inviato a Verona in cerca di sostegno militare per la causa nianca e ghibellina; e soltanto dopo la rottura col partito dei bianchi, prima della battaglia della Lastra come forse suggeriscono i versi 55-66 del XVII canto del ''Paradiso'', sia tornato da esule alla corte scaligera. | ||
Quanto duri la permanenza a Verona è incerto: Boccaccio suggerisce che fece almeno altre due tappe nello stesso periodo, 1304-1306, a Padova e probabilmente per un tempo più lungo a Bologna.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 184-195 e Pellegrini, ''Dante Alighieri'', pp. 103-112.</ref> | |||
Quanto duri la permanenza a Verona è incerto: Boccaccio suggerisce che Dante fece almeno altre due tappe nello stesso periodo, 1304-1306, a Padova e probabilmente per un tempo più lungo a Bologna.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 184-195 e Pellegrini, ''Dante Alighieri'', pp. 103-112.</ref> | |||
=== Toscana === | === Toscana === | ||
Boccaccio fornisce le tappe del successivo itinerario tra le corti montane della Toscana, dicendo che dopo il 1306 Dante trovò rifugio presso il marchese Moroello Malaspina in Lunigiana, il conte Salvatico nel Casentino, e Uguccione della Faggiola nei territori attualmente a cavallo tra Toscana e Marche. | |||
Nell’ottobre del 1306 fu sicuramente ospitato dai Malaspina in Lunigiana; lo rivela il fatto che fu impiegato come diplomatico per risolvere | Nell’ottobre del Dante 1306 fu sicuramente ospitato dai Malaspina in Lunigiana; lo rivela il fatto che fu impiegato come diplomatico per risolvere un conflitto con il vescovo di Luni. Moroello Malaspina era un fedele alleato del governo dei Neri a Firenze, e capitano delle truppe che avevano preso la bianca Pistoia l’anno prima. Non c'è da stupirsi se Dante si trovasse presso di lui in servizio; infatti a questo periodo dell’esilio è, quasi all’unanimità, collocato il pentimento di Dante, e il tentativo, assumendosi le sue colpe, di rientrare a Firenze da uomo libero perdonato dei suoi errori.<ref>Riguardo al Dante pentito: Barbero, ''Dante'', pp. 196-205.</ref> | ||
Dopo aver lasciato la corte dei Malaspina | Dopo aver lasciato la corte dei Malaspina Dante si recò dai conti Guidi nel Casentino. Fu ospite del conte Guido Salvatico, strettamente legato al regime dei Neri: ciò riconferma la volontà di Dante di cercare appoggi per poter tornare in patria. | ||
Infine, Dante visse, per un breve periodo, presso il conte Uguccione della Faggiola. | Infine, Dante visse, per un breve periodo, presso il conte Uguccione della Faggiola. | ||
Rimane possibile una permanenza a Lucca, grazie | Rimane possibile una permanenza a Lucca, principalmente grazie a due indizi. Il primo è un riferimento interno alla Commedia (in particolare nel canto XXIV del ''Purgatorio'') dove il poeta lucchese Bonagiunta Orbicciani predice a Dante un piacevole incontro amoroso che gli farà apprezzare la città toscana. Il secondo, di più difficile interpretazione, è un documento notarile del 1308, dove è certificata la presenza in città di Giovanni, figlio di Dante. In ogni caso la sua permanenza potrebbe essere durata al massimo fino al marzo del 1309 quando un editto del comune tornò a vietare con vigore l’ingresso nella città ai fuoriusciti fiorentini, già vietato in precedenza. | ||
Sia il Boccaccio che Giovanni Villani sostengono che Dante si possa essere recato a Parigi, probabilmente dopo i soggiorni toscani, sino al 1310 | Sia il Boccaccio che Giovanni Villani sostengono che Dante si possa essere recato a Parigi, probabilmente dopo i soggiorni toscani, sino al 1310, tornando in Italia in occasione dell’arrivo di Enrico VII nella penisola. Sempre gli stessi dicono che a Parigi Dante studiò filosofia e teologia e “mostrò l’altezza del suo ingegno”, probabilmente riferendosi al fatto che tenne lezioni o disputazioni con altri intellettuali.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 206-224 e Pellegrini, ''Dante Alighieri'', pp. 119-130.</ref> | ||
== Enrico VII == | == Enrico VII == | ||
A seguito dell’ingresso in Italia di Enrico VII, diretto a Roma per l’incoronazione imperiale, Dante scrisse diverse lettere in preparazione all’arrivo dell’imperatore: | A seguito dell’ingresso in Italia di Enrico VII, diretto a Roma per l’incoronazione imperiale, Dante scrisse diverse lettere in preparazione all’arrivo dell’imperatore: | ||
*Nell’autunno del 1310 pubblicò l'Epistola V diretta a tutti i governanti della penisola, chiedendo loro di riconoscere l’autorità di Enrico VII e sottomettersi ad essa. | *Nell’autunno del 1310 pubblicò l'''Epistola V'' diretta a tutti i governanti della penisola, chiedendo loro di riconoscere l’autorità di Enrico VII e sottomettersi ad essa. | ||
*Nel marzo del 1311 un'altra lettera indirizzata unicamente a Firenze accusava “gli scelleratissimi” Neri di opporsi all’imperatore. Nel momento in cui | *Nel marzo del 1311 un'altra lettera indirizzata unicamente a Firenze accusava “gli scelleratissimi” Neri di opporsi all’imperatore. Nel momento in cui scriveva, Dante si trovava ancora una volta in Toscana ospite dei conti Guidi nel Casentino. | ||
*Nell’aprile dello stesso anno | *Nell’aprile dello stesso anno pubblicò un'altra lettera direttamente per l’imperatore, che veniva invitato a non perdere tempo con le ribellioni nel nord, perché tutto il dissenso verso di lui aveva un'unica origine, Firenze. | ||
Dopo le guerre al Nord, nel marzo del 1312, infatti, Enrico VII si spostò a Genova e poi a Pisa. È verosimile ipotizzare che Dante si fosse posto al suo seguito in questo momento, ma è anche certo che un incontro tra i due si era già verificato, probabilmente in occasione dell’incoronazione di Enrico VII come Re d’Italia, tenutasi a Milano. Sul soggiorno a Pisa la fonte principale è un giovanissimo Petrarca che con il padre (amico esule di Dante) fu in città proprio durante quel periodo. | |||
Le speranze di Dante verso la nuova guida si infransero a Buonconvento, vicino a Siena, dove Enrico VII, ammalato da tempo, morì nel 1313.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 225-241 e Pellegrini, ''Dante Alighieri'', pp. 141-154.</ref> | |||
Le speranze di Dante verso la nuova guida si infransero a Buonconvento | |||
== Gli ultimi anni == | == Gli ultimi anni == | ||
La morte dell’imperatore fu un duro colpo per Dante, che secondo Boccaccio si recò direttamente a Ravenna, anche se oggi questa ipotesi è esclusa da diversi fattori. Nonostante la penuria di informazioni l’ipotesi più probabile è che Dante abbia passato un consistente periodo nuovamente alla corte di Verona, stavolta presso Cangrande, ultima speranza e guida per tutti i ghibellini della penisola. Il soggiorno si dovette aggirare intorno ai quattro anni, fino al 1318/19: una permanenza di tale entità giustifica le parole d’amicizia e ammirazione che emergono dalla cantica del Paradiso per il signore di Verona. | La morte dell’imperatore fu un duro colpo per Dante, che secondo Boccaccio si recò direttamente a Ravenna, anche se oggi questa ipotesi è esclusa da diversi fattori. Nonostante la penuria di informazioni l’ipotesi più probabile è che Dante abbia passato un consistente periodo nuovamente alla corte di Verona, stavolta presso Cangrande, ultima speranza e guida per tutti i ghibellini della penisola. Il soggiorno si dovette aggirare intorno ai quattro anni, fino al 1318/19: una permanenza di tale entità giustifica le parole d’amicizia e ammirazione che emergono dalla cantica del Paradiso per il signore di Verona. | ||
Per qualche motivo dopo anni | Per qualche motivo, dopo diversi anni alla corte veronese Dante sentì la necessità di ripartire: è possibile che volesse evitare di assumere la reputazione di parassita di corte, che spesso ricadeva sugli ospiti che vivevano troppo a lungo in città. La possibilità di un dissidio con gli Scala è da escludersi: ne è la riprova lo strettissimo rapporto che gli stessi figli di Dante ebbero con la città, ricoprendo anche cariche di un certo livello.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 242-256 e Pellegrini, ''Dante Alighieri'', pp. 161-178.</ref> | ||
Intorno al 1319/1320, il poeta si recò a Ravenna ospite di Guido Novello da Polenta. A Ravenna Dante | Intorno al 1319/1320, il poeta si recò a Ravenna ospite di Guido Novello da Polenta. A Ravenna Dante godette di buona fama e frequentò medici e notai delle migliori famiglie della città che spesso si facevano vanto di averlo come amico. Nel 1321 Guido Novello lo incaricò di una missione diplomatica verso Venezia, e questo permette di azzardare l’ipotesi che, anche durante l’ultimo soggiorno, Dante continuasse ad offrire i suoi servigi, come aveva fatto nelle precedenti corti. Quello con tutta probabilità fu l’ultimo viaggio: infatti, il poeta morì nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321.<ref>Barbero, ''Dante'', pp. 257-271 e Pellegrini, ''Dante Alighieri'', pp. 201-210.</ref> | ||
= Note = | = Note = | ||
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Dante Alighieri (nato a Firenze nel maggio del 1265, morto a Ravenna nel settembre del 1312) è stato uno scrittore, poeta e politico italiano. Noto principalmente per la sua Divina Commedia, riconosciuta come uno dei maggiori capolavori letterari in italiano, ha scritto anche trattati di teoria politica e lingua.
Famiglia[modifica]
Alcune informazioni sulla famiglia Alighieri vengono fornite da Dante nel canto XV del Paradiso. Lì, Dante fa parlare il trisavolo Cacciaguida che rivela di essere vissuto al tempo dell’imperatore Corrado III e di essere stato ordinato cavaliere da quest’ultimo in occasione della seconda crociata, tra il 1146 e il 1148, alla quale partecipò e morì. In una società come quella fiorentina del XIII secolo era di grande importanza poter vantare la presenza di un cavaliere in famiglia.[1]
Nello stesso passo del Paradiso, Dante informa sull’esistenza di un figlio di Cacciaguida dal quale la famiglia prese nome: Alaghieri, il bisnonno di Dante. Alaghieri viene citato anche in due diversi documenti notarili del tempo: il primo lo vede impegnato in una trattativa con la chiesa di S. Martino assieme a un’altra famiglia magnatizia del vicinato, decisamente più importante, i Donati; l’altro riguarda un atto pubblico del comune al quale presenziò come garante dell’accordo. Da questi documenti emerge che era quantomeno un personaggio di rilievo nella società fiorentina.
L’unico figlio di Alaghieri conosciuto è Bellincione, il nonno di Dante. Bellincione fu molto presente nella vita politica del comune: partecipò alle riunioni, probabilmente come dirigente dell’arte delle corporazioni mercantili e artigiane e presenziò ad atti comunali di rilievo. Gran parte dei documenti in cui è menzionato proviene da un notaio di Prato, città dove probabilmente Bellincione aveva terre ed interessi economici. In ogni caso, la sua principale attività, alla quale introdusse anche i figli, fu quella di prestatore di denaro. La partecipazione di Bellincione al governo cittadino, durante il regime del Primo Popolo dal quale erano escluse le grandi famiglie nobiliari di Firenze, lo colloca tra i cittadini più facoltosi di Firenze ma ben lontano dalla nobiltà.
Un figlio di Bellincione, Alighiero, compare con i fratelli e il padre in una serie di atti notarili che riguardavano la vendita di terreni e prestiti, con interessi elevati, ad altri gentiluomini. È necessario fare una precisazione sul lavoro di prestatore di denaro: infatti, al tempo era condannabile come usura, ma di fatto era socialmente accettato se la trattativa avveniva tra uomini di un certo livello sociale.
Un ulteriore indizio della fama degli Alighieri è il fatto che dal 1260 detenevano un cognome, cosa assai rara per il tempo; infatti, lo zio di Dante Burnetto è citato nel Libro di Montaperti come “Burnettus Bellincionis Alaghieri”. Comunque a Montaperti Burnetto combatté soltanto come fante e non come cavaliere come la totalità dell’élite fiorentina.[2]
Alighiero probabilmente morì quando Dante aveva tra gli 8 e i 14 anni; ciò contribuirebbe a spiegare la totale assenza di riferimenti al padre nelle opere di Dante. La madre invece, monna Bella, potrebbe aver fatto parte della famiglia degli Abati ma l’attribuzione è quanto meno incerta.[3]
La vita a Firenze[modifica]
Dante nacque nel 1265 a Firenze, che in quel momento era governata dai ghibellini. Evidentemente Bellincione e i figli non erano così esposti politicamente da essere allontanati come invece fu lo zio Geri del Bello. I due fratelli di Dante erano Tana e Francesco; quest’ultimo nacque da un secondo matrimonio di Alighiero con una tale Lapa Cialuffi. Boccaccio riferisce poi di una seconda sorella di cui si è perso il nome ma che, secondo lui, fece un figlio che somigliava particolarmente al poeta. Dante e la sua famiglia vissero nella parrocchia di S. Martino del Vescovo, insieme ad altre note famiglie fiorentine, tra cui i Donati.
In quel periodo, Firenze era divisa in sei porzioni dai sesti, unità principalmente amministrative sulle quali si basava il sistema elettivo; in queste circoscrizioni erano scelti sia funzionari comunali che militari. Gli Alighieri si trovavano nel sesto di Porta San Piero, abitato oltre ,che dai sopracitati Donati, anche dai Cerchi: le due famiglie guideranno le fazioni guelfe avverse dei Bianchi e dei Neri.
Nello stesso sesto abitavano inoltre i Portinari. Particolarmente di spicco nella vita politica cittadina era Folco Portinari padre di Beatrice, la bambina di cui Dante bambino si innamorò. Il primo incontro tra i due lo racconta proprio Dante nella Vita Nova, ma lo approfondisce Boccaccio nel suo Trattatello. I due si sarebbero incontrati ad una festa e Dante sarebbe rimasto folgorato dalla bellezza della bambina, che lo colpì, secondo la sua testimonianza, per un abitino rosso. I due si incontrarono di nuovo diversi anni più tardi e in quell’occasione Beatrice ormai diciassettenne e sposata riconobbe e salutò Dante. Per il poeta fu questo un momento fondamentale, non solo perché finalmente ricevette considerazione dalla donna amata, ma soprattutto perché decise di descrivere in versi il sentimento che provava. Il risultato fu un componimento: A ciascun’alma presa, che inviò ad altri letterati della città.
Questo era un gioco abbastanza comune tra gli intellettuali di un certo rango: qualcuno inviava le proprie rime e gli altri dovevano rispondere. I temi erano disparati: si parlava della vita, dell’amore e non mancavano gli insulti, di cui proprio Dante dà una prova con il suo amico Forese Donati. Proprio grazie a questi contatti il poeta entrò in un ambiente sociale che era il più alto di Firenze. Così conobbe l’amico, che lui definisce migliore, Guido Cavalcanti, ma anche Manetto Portinari (fratello di Beatrice) e il già citato Forese Donati.
Determinante per la vita di Dante fu sicuramente la morte di Beatrice, avvenuta nel 1290 all’età di venticinque anni.[4]
Gli studi[modifica]
Non è facile ricostruire i momenti formativi di Dante. Sicuramente frequentò le scuole disponibili a tutti i bambini del suo rango. Nella sua parrocchia è attestato un certo Romano, maestro di giovani, che con tutta probabilità insegnò a Dante a leggere, scrivere e le basi del latino. Intorno ai 10 anni d’età l’istruzione subiva una divaricazione: la gran parte dei bambini proseguiva il percorso concentrandosi sull’abilità di far di conto, per permettere uno sbocco in ambito mercantile, mentre una minoranza decideva di continuare lo studio del latino. È certo, che, se ne ebbe la possibilità, il giovane Dante scelse questo secondo percorso.
In questo momento della formazione di Dante va inserito il celebre maestro Brunetto Latini, incontrato dal poeta nel XV canto dell’Inferno. Dal suo insegnamento Dante probabilmente ottenne un affinamento delle capacità di comunicazione, dal parlare in pubblico (fondamentale per la vita politica) allo scrivere bene. Questa è l’interpretazione più verosimile tenendo conto delle parole di Dante nel canto sopracitato, «M’insegnavate come l’uom s’etterna», e del ruolo ricoperto da Brunetto Latini nella Firenze della metà del XIII secolo.
Dante ventenne si recò a Bologna intorno al 1287. Lì con tutta probabilità frequentò qualche corso universitario relativo alle arti e assistette alle orazioni di diversi intellettuali, alle quali forse si riferisce nel Convivio con «le disputazioni dei filosofanti». In ogni caso a Bologna si formò sotto il punto di vista retorico e filosofico, tanto che, tornato a Firenze, potrebbe aver frequentato «le scuole delli religiosi» per migliorare il suo latino e la conoscenza dei grandi classici come Cicerone, Boezio e l’amato Aristotele.[5]
Politica[modifica]
Il primo biennio (1295-1296)[modifica]
Dante iniziò a partecipare alla vita politica di Firenze intorno ai trent’anni. Non si può parlare di una vera e propria carriera politica, in quanto a quel tempo le cariche erano di breve durata e aperte a gran parte della popolazione. In ogni caso la prima attestazione di un intervento di Dante nei consigli cittadini è databile al 1295, nel consiglio generale del comune, che contava 300 membri. La situazione a Firenze era critica: i magnati o Grandi, esclusi dal governo, rivendicavano il loro potere con dimostrazioni di forza militare che portavano la città sull’orlo della guerra civile.
È riconoscibile in Dante la tipica figura del regime popolare al tempo al potere. Rappresentava infatti il ceto dei popolani facoltosi, ostili rispetto alla dittatura del popolo minuto e ben disposti ad ammorbidire le leggi del regime in favore dei nobili, a patto che questi abbandonassero gli usi violenti di cui erano spesso protagonisti. L’adesione a questo ideale gli costò anche l’astio dell’amico Guido Cavalcanti, fervido difensore del potere delle famiglie magnatizie di cui faceva parte.
Sempre nel 1295 Dante è citato tra i 36 membri del consiglio speciale del capitano del popolo, in carica dal novembre del 1295 all’aprile del 1296. Nel frattempo, ricoprì il ruolo di sapiente nel consiglio delle Capitudini delle dodici arti, per discutere le modalità di elezione dei successivi priori.
Infine, nel giugno del 1296 appare tra i membri del consiglio dei Cento, per approvare alcune spese straordinarie. Particolarità di questo consiglio è il grande potere che deteneva, poiché maneggiava le finanze comunali; quindi, i membri di questo gruppo dovevano essere, oltre che i migliori contribuenti, anche i più fidati.[6]
Il secondo biennio (1300-1301)[modifica]
Le informazioni sulla vita politica fiorentina tra il 1296 e il 1300 sono pressoché nulle. In ogni caso, è da escludere che Dante si sia astenuto dall’attività presso i consigli in questo periodo, nonostante non ne sia rimasta traccia.
La situazione a Firenze era velocemente peggiorata e le grandi famiglie guelfe si erano divise in due schieramenti: i Bianchi, capitanati dai Cerchi, e i Neri, guidati da Corso Donati. Dante è collocabile più vicino ai Cerchi anche se si dichiarò pubblicamente imparziale. La posizione del poeta in effetti era decisamente particolare, in quanto visse il periodo cruciale di questa lotta da priore. Papa Bonifacio VIII guardava con preoccupazione i fermenti di Firenze, perché il partito guelfo di una città così importante doveva rimanere coeso; per questo il pontefice inviò il cardinale Matteo d’Acquasparta per ristabilire la tranquillità. Contemporaneamente all’arrivo del cardinale, entrarono in carica i nuovi priori con mandato dal 15 giugno al 14 agosto; tra questi c’era anche Dante.
La tensione che attraversava Firenze era vista dai Grandi come l’occasione per rovesciare finalmente il governo del popolo e tornare al potere. Ci furono diverse aggressioni, e i priori furono costretti a mandare in esilio diversi esponenti delle grandi famiglie intorno ai Cerchi e ai Donati. Tra gli esiliati, voluti quindi anche da Dante, c’era l’amico Guido Cavalcanti che trovò la morte proprio poco dopo l’esilio.
Le decisioni dei priori a seguito di questo fatto fecero aumentare le critiche verso Dante e il suo operato, ritenuto tendenzialmente di parte Bianca e non imparziale come si dichiarava. Un fondo di verità in queste affermazioni doveva esserci: infatti, alla fine del bimestre di carica dei priori, vennero rielette unicamente personalità vicine ai Cerchi.
Dante nel giugno del 1301 fu nuovamente attivo nelle riunioni del Consiglio dei cento, dove, per ben due volte, si oppose alla richiesta del papa di mandare cavalieri in supporto delle truppe pontificie nella guerra contro i conti Aldobrandeschi in Maremma. L’opposizione al papa della parte Bianca in città era evidente, e Dante sicuramente si espose molto in questo conflitto. Questo comportamento non era tollerabile e Bonifacio VIII chiese l’intervento in città di Carlo di Valois, fratello del re di Francia, che entrò a Firenze il primo novembre del 1301, rovesciando il governo e lasciandolo in mano ai Neri.
Proprio in quel momento Dante era a Roma, inviato in ambasciata per evitare questo tragico epilogo. Lì lo raggiunse la notizia dell’intervento di Carlo e più tardi, nel gennaio del 1302, della sua condanna all’esilio. Nel marzo dello stesso anno la condanna all'esilio fu tramutata in condanna a morte.[7]
L’esilio[modifica]
Dante tra i ribelli[modifica]
La condanna comminata a Dante fu il risultato di una grande quantità di processi che si aprirono con false accuse e sbrigative condanne contro tutti gli avversari politici della Firenze nera.
Nei primi mesi del 1302 gli esiliati furono circa 600 e fra loro si trova Dante, che comunque fu oggetto di particolare attenzione: infatti, fu processato dal podestà imposto dai neri insieme ad altri cinque priori della Firenze bianca. Degno di nota è che tra questi imputati solo Dante fu considerato particolarmente pericoloso, a riprova della grande influenza che in quel periodo avrebbe esercitato sulle faccende cittadine.
A quel punto divenne evidente l’impossibilità di un rientro in città per Dante, che, tornato dal viaggio a Roma, raggiunse presto gli altri fuoriusciti a Gargonza.
In breve tempo, guelfi bianchi e ghibellini esiliati si riunirono e progettarono assieme di rientrare in città con la forza. Nel 1303 diedero battaglia in diversi territori fiorentini, assaltando castelli e poderi. I risultati non furono però quelli sperati e i fiorentini guidati da Fulcieri da Calboli li dispersero senza grande fatica.
Agli inizi dell’anno seguente, il nuovo papa Benedetto XI, decisamente meno implicato nello scontro rispetto al suo predecessore, tentò la via della pacificazione inviando un altro cardinale in città. La mossa sembrò funzionare quando, grazie all’intermediario, si celebrò nell’aprile del 1304 la fine delle violenze tra le parti. Che la pace fosse poco solida fu però chiaro rapidamente: il clima in città si fece di nuovo teso e la minaccia di nuovi scontri fece fuggire ad Arezzo i rappresentanti dei bianchi.
Un nuovo tentativo di ingresso violento in città fu preparato dai Bianchi e dai ghibellini chiedendo aiuto in tutta la regione. Tuttavia, la spedizione si risolse in una sconfitta disastrosa nella battaglia della Lastra (luglio 1304), che chiuse definitivamente le speranze di un immediato ritorno a Firenze. La partecipazione di Dante alle attività dei ribelli è attestata e di rilievo: figura infatti, tra i maggiori rappresentanti della parte bianca. Tuttavia la sua presenza negli scontri armati sopracitati è dubbia. Lui stesso dichiara nel XVII canto del Paradiso di aver lasciato in quel periodo il partito dei ribelli per far parte per sé stesso[8].[9]
Verona[modifica]
Dopo la rottura con i Bianchi, Dante si spostò a Verona, dove governava Alboino della Scala. Gli Scaligeri erano una famiglia fedele all’imperatore; era quindi rivale della parte guelfa che fino a pochi mesi prima Dante aveva sostenuto. Tuttavia, nella situazione in cui si trovava, “peregrino, quasi mendicando”, Dante era evidentemente disposto ad accettare l’ospitalità di chiunque.
Dante era una figura interessante per una corte, poiché le sue abilità comunicative potevano essere sfruttate bene per fini diplomatici o per l’ordinaria cancelleria. A testimonianza della sua fama da letterato sono rilevanti i sonetti umoristici che si scambiò con Cecco Angiolieri, che lo canzonava per la sua condizione economica del momento, prova del fatto che, anche in un ambiente nuovo, aveva gli occhi addosso degli altri letterati.
Le notizie sul soggiorno veronese sono poche: non si sa esattamente in che momento Dante si allontanò dai ribelli per spostarsi a Verona, né tantomeno se quello fosse il primo viaggio verso la città lombarda. Un'altra versione dei fatti, sostenuta principalmente da alcuni storici quattrocenteschi, è che dapprima, agli inizi del 1303, Dante era stato inviato a Verona in cerca di sostegno militare per la causa nianca e ghibellina; e soltanto dopo la rottura col partito dei bianchi, prima della battaglia della Lastra come forse suggeriscono i versi 55-66 del XVII canto del Paradiso, sia tornato da esule alla corte scaligera.
Quanto duri la permanenza a Verona è incerto: Boccaccio suggerisce che Dante fece almeno altre due tappe nello stesso periodo, 1304-1306, a Padova e probabilmente per un tempo più lungo a Bologna.[10]
Toscana[modifica]
Boccaccio fornisce le tappe del successivo itinerario tra le corti montane della Toscana, dicendo che dopo il 1306 Dante trovò rifugio presso il marchese Moroello Malaspina in Lunigiana, il conte Salvatico nel Casentino, e Uguccione della Faggiola nei territori attualmente a cavallo tra Toscana e Marche.
Nell’ottobre del Dante 1306 fu sicuramente ospitato dai Malaspina in Lunigiana; lo rivela il fatto che fu impiegato come diplomatico per risolvere un conflitto con il vescovo di Luni. Moroello Malaspina era un fedele alleato del governo dei Neri a Firenze, e capitano delle truppe che avevano preso la bianca Pistoia l’anno prima. Non c'è da stupirsi se Dante si trovasse presso di lui in servizio; infatti a questo periodo dell’esilio è, quasi all’unanimità, collocato il pentimento di Dante, e il tentativo, assumendosi le sue colpe, di rientrare a Firenze da uomo libero perdonato dei suoi errori.[11]
Dopo aver lasciato la corte dei Malaspina Dante si recò dai conti Guidi nel Casentino. Fu ospite del conte Guido Salvatico, strettamente legato al regime dei Neri: ciò riconferma la volontà di Dante di cercare appoggi per poter tornare in patria.
Infine, Dante visse, per un breve periodo, presso il conte Uguccione della Faggiola.
Rimane possibile una permanenza a Lucca, principalmente grazie a due indizi. Il primo è un riferimento interno alla Commedia (in particolare nel canto XXIV del Purgatorio) dove il poeta lucchese Bonagiunta Orbicciani predice a Dante un piacevole incontro amoroso che gli farà apprezzare la città toscana. Il secondo, di più difficile interpretazione, è un documento notarile del 1308, dove è certificata la presenza in città di Giovanni, figlio di Dante. In ogni caso la sua permanenza potrebbe essere durata al massimo fino al marzo del 1309 quando un editto del comune tornò a vietare con vigore l’ingresso nella città ai fuoriusciti fiorentini, già vietato in precedenza.
Sia il Boccaccio che Giovanni Villani sostengono che Dante si possa essere recato a Parigi, probabilmente dopo i soggiorni toscani, sino al 1310, tornando in Italia in occasione dell’arrivo di Enrico VII nella penisola. Sempre gli stessi dicono che a Parigi Dante studiò filosofia e teologia e “mostrò l’altezza del suo ingegno”, probabilmente riferendosi al fatto che tenne lezioni o disputazioni con altri intellettuali.[12]
Enrico VII[modifica]
A seguito dell’ingresso in Italia di Enrico VII, diretto a Roma per l’incoronazione imperiale, Dante scrisse diverse lettere in preparazione all’arrivo dell’imperatore:
- Nell’autunno del 1310 pubblicò l'Epistola V diretta a tutti i governanti della penisola, chiedendo loro di riconoscere l’autorità di Enrico VII e sottomettersi ad essa.
- Nel marzo del 1311 un'altra lettera indirizzata unicamente a Firenze accusava “gli scelleratissimi” Neri di opporsi all’imperatore. Nel momento in cui scriveva, Dante si trovava ancora una volta in Toscana ospite dei conti Guidi nel Casentino.
- Nell’aprile dello stesso anno pubblicò un'altra lettera direttamente per l’imperatore, che veniva invitato a non perdere tempo con le ribellioni nel nord, perché tutto il dissenso verso di lui aveva un'unica origine, Firenze.
Dopo le guerre al Nord, nel marzo del 1312, infatti, Enrico VII si spostò a Genova e poi a Pisa. È verosimile ipotizzare che Dante si fosse posto al suo seguito in questo momento, ma è anche certo che un incontro tra i due si era già verificato, probabilmente in occasione dell’incoronazione di Enrico VII come Re d’Italia, tenutasi a Milano. Sul soggiorno a Pisa la fonte principale è un giovanissimo Petrarca che con il padre (amico esule di Dante) fu in città proprio durante quel periodo.
Le speranze di Dante verso la nuova guida si infransero a Buonconvento, vicino a Siena, dove Enrico VII, ammalato da tempo, morì nel 1313.[13]
Gli ultimi anni[modifica]
La morte dell’imperatore fu un duro colpo per Dante, che secondo Boccaccio si recò direttamente a Ravenna, anche se oggi questa ipotesi è esclusa da diversi fattori. Nonostante la penuria di informazioni l’ipotesi più probabile è che Dante abbia passato un consistente periodo nuovamente alla corte di Verona, stavolta presso Cangrande, ultima speranza e guida per tutti i ghibellini della penisola. Il soggiorno si dovette aggirare intorno ai quattro anni, fino al 1318/19: una permanenza di tale entità giustifica le parole d’amicizia e ammirazione che emergono dalla cantica del Paradiso per il signore di Verona.
Per qualche motivo, dopo diversi anni alla corte veronese Dante sentì la necessità di ripartire: è possibile che volesse evitare di assumere la reputazione di parassita di corte, che spesso ricadeva sugli ospiti che vivevano troppo a lungo in città. La possibilità di un dissidio con gli Scala è da escludersi: ne è la riprova lo strettissimo rapporto che gli stessi figli di Dante ebbero con la città, ricoprendo anche cariche di un certo livello.[14]
Intorno al 1319/1320, il poeta si recò a Ravenna ospite di Guido Novello da Polenta. A Ravenna Dante godette di buona fama e frequentò medici e notai delle migliori famiglie della città che spesso si facevano vanto di averlo come amico. Nel 1321 Guido Novello lo incaricò di una missione diplomatica verso Venezia, e questo permette di azzardare l’ipotesi che, anche durante l’ultimo soggiorno, Dante continuasse ad offrire i suoi servigi, come aveva fatto nelle precedenti corti. Quello con tutta probabilità fu l’ultimo viaggio: infatti, il poeta morì nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321.[15]
Note[modifica]
- ↑ Barbero, Dante, pp. 28-29.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 31-45 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 26-29.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 50-51.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 62-82.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 84-94 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 36-40; 52-55.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 117-134.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 135-151 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 64-71.
- ↑ Ripreso il v. 69 canto XVII del Paradiso.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 172-183 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 73-80.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 184-195 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 103-112.
- ↑ Riguardo al Dante pentito: Barbero, Dante, pp. 196-205.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 206-224 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 119-130.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 225-241 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 141-154.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 242-256 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 161-178.
- ↑ Barbero, Dante, pp. 257-271 e Pellegrini, Dante Alighieri, pp. 201-210.
Bibliografia[modifica]
- Alessandro Barbero, Dante, Bari, Laterza, 2020.
- Paolo Pellegrini, Dante Alighieri, Torino, Einaudi, 2021.