Storia della psicologia: differenze tra le versioni
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La psicologia è la scienza che si occupa di studiare il comportamento, le relazioni sociali e i processi mentali dell’essere umano. | La psicologia è la scienza che si occupa di studiare il comportamento, le relazioni sociali e i processi mentali dell’essere umano. Il suo obiettivo è la comprensione della mente in tutti i suoi processi, oltre al miglioramento della vita personale degli individui. Si occupa del modo in cui l’essere umano pensa, sente e agisce, sia a livello individuale che di gruppo, e interagisce con l’ambiente. La '''storia della psicologia''' si occupa dello studio di questa disciplina a livello storiografico. | ||
==Definizione della disciplina== | ==Definizione della disciplina== | ||
Da un lato, la psicologia come scienza nasce di recente, con la comparsa del metodo sperimentale; d'altro canto, si possono rintracciare delle "psicologie" o sistemi psicologici anche nella filosofia. | |||
Queste due | Queste due possibilità di definire la psicologia hanno dato vita a due ipotesi storiografiche in netto contrasto, nessuna delle quali prevale fortemente sull'altra<ref name="[1]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', p. 17. </ref>. | ||
==Wilhelm Wundt== | |||
Wilhelm Wundt (1832-1920) è considerato dalla pratica storiografica il padre della psicologia intesa in senso scientifico. Pur esprimendo opinioni eterogenee su questioni di metodo e su cosa dovesse studiare la scienza psicologica, ha contribuito fortemente alla sua genesi e ha fornito spunti di ricerca agli studiosi successivi. | |||
Wundt utilizzò le sue conoscenze in ambito filosofico e medico per formulare nuove prassi: fondò a Lipsia nel 1879 il primo laboratorio di psicologia sperimentale nella storia della scienza, in cui indagava problemi che tipicamente venivano affrontati dalla fisiologia. | |||
L'importanza degli studi di Wundt sta nell'aver dato indipendenza alla psicologia rispetto alle altre scienze, e nell'aver codificato con rigore un metodo sperimentale che accogliesse le esigenze dell'indagine psicologica. | |||
Molte teorie di Wundt non sono più considerate spiegazioni valide da parte della comunità scientifica: ad esempio il cosiddetto «volontarismo», che suddivide in fasi fisse e distinte tra loro ogni processo psichico umano. Ad altre teorie, invece, attingono ancora oggi alcuni sistemi psicologici, come avviene con il «parallelismo psicofisico», secondo cui i processi fisici e mentali dell'essere umano sono paralleli: non si causerebbero necessariamente l'un l'altro, ma a ciascun cambiamento dei primi corrisponderebbe un cambiamento nei secondi. | |||
Come successori prossimi di Wundt, funzionalisti e soprattutto strutturalisti furono fortemente influenzati dalla sua opera: alcuni storiografi considerano Wundt uno strutturalista.<ref name="[2]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 55-58. </ref> | |||
==Strutturalismo== | |||
Lo strutturalismo è un movimento psicologico nato secondo alcuni storiografi con il laboratorio di Wundt a Lipsia; secondo altre fonti, questa corrente è da ricondursi all'operato di un allievo di Wundt in particolare, Edward Bradford Titchener (1867-1927)<ref name="[3]">Gerrig et al., ''Psicologia generale'', p. 9. </ref>, e prende in questo caso il nome di «esistenzialismo titcheneriano» o «introspezionismo», pur conservando per gli storiografi sempre il nome di «strutturalismo». | |||
Molti ricercatori erano infatti stati attratti dall'idea di una psicologia sperimentale e indipendente, approdando così al laboratorio di Lipsia. Tra loro, diversi erano americani o avrebbero successivamente lavorato in America. Per l'appunto Titchener, inglese, giunse nel 1892 negli Stati Uniti. | |||
Titchener tradusse l'opera di Wundt in inglese in maniera volutamente selettiva, nascondendone l'eclettismo e le componenti non sperimentali<ref name="[4]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 59-63. </ref>. | |||
Successivamente, Titchener giunse a un sistema psicologico personale, chiamato per l'appunto «strutturalismo». Questo termine comparve per la prima volta in un articolo di Titchener nel 1898<ref name="[5]">Gerrig et al., ''Psicologia generale'', p. 9. </ref>. | |||
Secondo lo strutturalismo, la psicologia ha come oggetto di studio l'esperienza mediata (concetto già espresso da Wundt), ovvero l'esperienza in quanto condizionata dal soggetto esperiente: un'ora, per il soggetto esperiente, può essere più breve di cinquanta minuti. La mente per gli strutturalisti è l'insieme di tutti i processi mentali nella vita dell'individuo, mentre la coscienza è la mente nel qui e ora. | |||
Per Titchener, l'Io o il Sé non sono oggetto di studio della psicologia scientifica, in quanto non sottoponibili all'indagine sperimentale. | |||
Lo psicologo strutturalista era interessato soprattutto allo studio delle percezioni, delle idee, delle emozioni e dei sentimenti nei loro elementi costitutivi: in particolare, "sensazioni", ovvero stati di coscienza concomitanti alla stimolazione di organi sensoriali periferici; "immagini mentali", ossia ricordi e anticipazioni del futuro; "stati affettivi", cioè elementi costitutivi di emozioni e sentimenti. | |||
Il metodo con cui venivano indagati questi costrutti era l'introspezione, ovvero l'osservazione empirica. Il comportamento rivestiva importanza nella psicologia strutturalista solo nella misura in cui poteva essere interpretato alla luce dell'introspezione. | |||
L'introspezione era praticata in maniera analitica e rigorosa, scomponendo ogni dato cosciente nei suoi elementi più semplici, ossia in quegli elementi che l'introspettore, ovvero l'osservatore di sé stesso, non riusciva a scomporre ulteriormente malgrado un'ostinata analisi dei propri processi mentali. Questa prassi prende il nome di «criterio elementistico» e doveva salvaguardarsi dall'«errore dello stimolo». | |||
Il cosiddetto «errore dello stimolo» costituiva l'attribuzione di significati o valori ai dati analizzati, che dovevano invece essere semplicemente riportati nella loro esistenzialità (da cui l'espressione «esistenzialismo titcheneriano»). | |||
Un esempio che può aiutare a rendere chiaro quanto studiato dagli strutturalisti e il loro metodo è il seguente: di fronte a un tavolo, un individuo sarebbe spesso portato a riportare, di fronte a un esperimento strutturalista, che "vede un tavolo". Lo psicologo introspezionista avrebbe riferito, invece: "Vedo un colore grigio, una luminosità di media intensità...". | |||
Gli sperimentatori introspezionisti erano dunque portati a descrivere solo gli stimoli nella loro componente elementistica, in virtù di un lungo addestramento preliminare. | |||
Titchener continuò a lavorare alla Cornell University come direttore del laboratorio di psicologia sperimentale. Con la sua morte, avvenuta nel 1927, lo strutturalismo smise fondamentalmente di esistere; i suoi allievi, tra cui Edwin G. Boring, padre della moderna storiografia psicologica, continuarono a lavorare negli Stati Uniti, ma senza avere un'influenza profonda sulla psicologia degli anni Trenta<ref name="[6]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 59-63. </ref>. | |||
==Riflessologia e studi di Pavlov== | |||
Ivan Petrovič Pavlov (1849-1936) scoprì il cosiddetto «condizionamento classico»: sebbene fosse inizialmente interessato a esaminare la composizione della saliva, notò che, mettendo in bocca a un cane del cibo, si produce un aumento immediato dei livelli di saliva, come conseguenza di un riflesso automatico, innato, non frutto dell’esperienza passata. | |||
Inoltre, Pavlov capì che il cane può produrre saliva anche in assenza dello stimolo (il cibo), quando vede o sente qualcosa che di solito lo precede, come la vista del recipiente. Questi secondi riflessi, detti «riflessi condizionati», appresi e non innati, incuriosirono Pavlov, che decise di studiarli. | |||
In particolare, scoprì così il condizionamento classico o «pavloviano», che funziona tramite un’associazione ripetuta tra uno stimolo condizionato o appreso (una campanella fatta suonare prima dell’arrivo del cibo, nei suoi esperimenti) e uno stimolo incondizionato (in questo caso il cibo): tale associazione scatena infine una risposta condizionata, cioè l’aumento della salivazione anche senza la presenza del cibo, ma in presenza invece del suono della campanella<ref name="[7]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 75-77. </ref>. | |||
==Scuola storico-culturale== | |||
Il titolo di una conferenza di Lev Vygotskij (1896-1934), ''La coscienza come problema della psicologia del comportamento'', sintetizza uno dei punti chiave di questa scuola: l'interesse per la coscienza come oggetto di studio della psicologia. Quest'idea divenne il manifesto della scuola storico-culturale. Per Vygotskij, la tendenza della scuola pavloviana a concentrarsi sullo schema del condizionamento significava precludersi la possibilità di studiare le attività cognitive superiori, quali pensiero e linguaggio. | |||
Vygotskij si occupò soprattutto di comprendere come e in che misura la psiche venga plasmata da cultura e società, nei bambini e negli adulti. Il suo metodo sovente era costituito da studi longitudinali (in cui cioè seguiva a lungo diversi bambini nella loro maturazione cognitiva ed emotiva). | |||
Fu precursore della tradizione «ecologica», cioè di quelle impostazioni psicologiche attente ai fattori ambientali. Anticipò inoltre l’impostazione della Scuola di Ginevra<ref name="[8]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 81-83. </ref>. | |||
==Psicologia della Gestalt== | |||
La psicologia della Gestalt, chiamata anche «psicologia della forma» è una corrente di pensiero psicologico nata e sviluppatasi in Europa con i lavori di Max Wertheimer (1880-1943), Wolfgang Köhler (1887-1967) e Kurt Koffka (1886-1941)<ref name="[9]">Gerrig et al., ''Psicologia generale'', p. 11. </ref>. | |||
Gli psicologi della Gestalt rifiutavano l’impostazione di Wundt, che aveva l’intento di scomporre ogni fenomeno nei suoi aspetti più semplici e irriducibili. | |||
Sotto l’influsso culturale di filosofi di fine Ottocento, ma anche delle idee di Kant, i gestaltisti ritenevano di dover studiare diversi processi psicologici, come l’apprendimento o la memoria, secondo un’impostazione antielementistica e seguendo la considerazione per la quale la parte di un tutto cambia caratteristiche a seconda del tutto in cui è inserita («il tutto è più della somma delle parti» è una frase ricorrente negli scritti di questi psicologi). | |||
In questo modo, questo sistema psicologico si proponeva di studiare l’esperienza non partendo dal basso, secondo un approccio «bottom-up» che scompone gli elementi, ma invece «top-down», considerando entità globali con una loro organizzazione interna intrinseca<ref name="[10]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 85-87. </ref>. | |||
In seguito all’avvento del nazismo in Germania, molti gestaltisti emigrarono negli Stati Uniti, dove già nel 1913 era nato ufficialmente il comportamentismo. Mentre dunque nel periodo tedesco della Gestalt, approssimativamente cominciato nel 1912 e concluso nel 1935, i gestaltisti consolidarono le loro teorie, nel periodo americano dovettero invece lottare per il riconoscimento di tali teorie. | |||
Tuttavia, nel campo di ricerca della psicologia sociale, le teorie degli psicologi della Gestalt furono ben accettate, con pubblicazioni di autori anche non di origine tedesca. Questo perché le impostazioni teoriche e metodologiche del comportamentismo rendevano complessa la sua implementazione nell’ambito della psicologia sociale, ma anche in quanto la parte della psicologia della Gestalt che trattava personalità, influenze ambientali e motivazione era più pratica e concreta del resto dell’impostazione gestaltica<ref name="[11]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 107-110. </ref>. | |||
==Comportamentismo== | |||
Per più di duemila anni la psicologia è stata intesa in senso etimologico come “studio dell’anima”; anche quando nel Settecento e nell’Ottocento si posero le basi per un suo successivo studio in senso scientifico, essa rimaneva fondamentalmente l’analisi dell’esperienza. | |||
Il comportamentismo ha rappresentato un capovolgimento di paradigma: non solo ha ritenuto di dover studiare il comportamento osservabile, ma ha ridefinito gli ambiti di studio della psicologia (emozione, apprendimento, personalità, etc.) come studiabili in relazione alla loro manifestazione osservabile, presentando sé stesso come l’unico modo di fare scienza psicologica. | |||
Una delle cause di quest’ultimo ribaltamento di paradigma è stata l’aspirazione di dare un’impostazione il più possibile scientifica alla psicologia, per collocarla nelle scienze naturali, e in particolare in quelle biologiche. | |||
Lo scienziato comportamentista è stato così prima scienziato e poi psicologo, facendosi guidare dai risultati delle proprie ricerche invece che da un assunto filosofico proprio dei capiscuola di una o dell’altra corrente di pensiero. A causa di ciò, è difficile individuare con chiarezza gli studiosi più influenti e i momenti chiave di questo approccio psicologico. Il fondatore storico del movimento fu J. B. Watson: il comportamentismo nasce ufficialmente con un suo articolo programmatico del 1913, negli Stati Uniti d'America. | |||
Il movimento comportamentista iniziò a essere conosciuto fuori dagli Stati Uniti, soprattutto in Europa, solo negli anni Cinquanta<ref name="[12]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 111-113. </ref>. | |||
Come scienza, la psicologia si è affermata a livello mondiale nel periodo del comportamentismo. L’eredità delle tesi comportamentiste è essenziale ancora oggi per chi si approccia allo studio della psicologia<ref name="[13]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', p. 135. </ref>. | |||
==Psicanalisi== | |||
Nel 1896 Sigmund Freud utilizza per la prima volta il termine “psicanalisi” in un suo scritto (''L’ereditarietà e l’eziologia della nevrosi''). | |||
Partendo inizialmente dallo studio dei fenomeni psicopatologici, Freud saldò concettualmente questi ultimi ad altri fenomeni, riconducibili invece a un funzionamento psichico normale, estendendo al tempo stesso i suoi propositi di studio a campi quali linguistica, arte e antropologia. | |||
L’interesse nel dare base comune a fenomeni psichici normali e patologici derivò da un tentativo di costruire un modello che spiegasse tali fenomeni in modo unitario. | |||
La psicanalisi può essere intesa in tre modi: | |||
*Come un metodo per esplorare meccanismi psichici alla luce dell’idea che tutti questi siano prevalentemente inconsci; il metodo psico-analitico è volto proprio all'indagine di questi processi. | |||
*Come una tecnica terapeutica avente per riferimento l’impianto metodologico psicanalitico, che intende analizzare le difese e le forme di resistenza poste a essere contro pensieri, desideri e tendenze inconsce dell’individuo, ritenute alla base dei suoi disturbi. | |||
*Come un insieme di osservazioni sistematiche derivanti dalle osservazioni raccolte in sede psicoterapica e applicando l’indagine psicanalitica ad altri campi, che confluiscono in un’impostazione teorica<ref name="[14]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 137-138. </ref>. | |||
Più di un secolo dopo, la psicanalisi sta subendo una crescente marginalizzazione. Secondo Massimo Recalcati, studioso italiano, ciò è dovuto nel complesso ai tempi lunghi su cui si fonda la psicanalisi, a cui si preferisce la tendenza ad agire in modo più diretto; agli effetti degli psicofarmaci, ritenuti uno strumento più potente; al potere di altri generi di terapia psicologica, che offrono soluzioni più rapide alla sofferenza; all'insegnamento universitario, che ha racchiuso in schemi rigidi e insistentemente meticolosi il concetto di formazione; al tema della valutazione e misurazione, centrali nell'atteggiamento intellettuale odierno. | |||
Vi è dunque incertezza sul futuro della psicanalisi<ref name="[15]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 156-158. </ref>. | |||
==Studi di Jean Piaget== | |||
Negli stessi anni in cui si sviluppavano psicanalisi, psicologia della Gestalt e comportamentismo, Jean Piaget (1896-1980), ricercatore svizzero, diede l’avvio a una tradizione di ricerca e a un approccio teorico che avrebbero portato a ripercussioni sulla disciplina psicologica. | |||
Piaget, trasferitosi dopo la tesi di laurea a Parigi, alla Sorbona venne a contatto con Théodore Simon. Quest’ultimo tentava di costruire test per misurare l’intelligenza nei bambini, sulla scia di Binet, nel laboratorio del quale lavorava. | |||
Piaget, non accontentandosi di rilevare le prestazioni dei bambini in sé, cominciò a chiedere loro i motivi delle loro risposte. | |||
Dopo un biennio trascorso a Parigi, Piaget tornò a Ginevra, divenne direttore dell’Istituto Rousseau e dedicò i successivi vent'anni allo studio dei bambini. | |||
Per condurre le proprie ricerche diede vita a un nuovo metodo, il “colloquio clinico”, un misto tra colloquio e osservazione che consisteva nel ricostruire le credenze dei bambini mentre risolvevano un compito, talvolta insieme allo sperimentatore, ponendo loro domande mirate. | |||
Tale metodo presentava potenzialità, ma anche limiti: Piaget era attento a non influire tramite le proprie domande sul resoconto offerto dai bambini, ma tendeva a dare un’interpretazione non ateoretica delle loro risposte e azioni<ref name="[16]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 159-161. </ref>. | |||
Nel corso degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, le teorie di Piaget sono state un punto di riferimento per gli studiosi dello sviluppo<ref name="[17]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', p. 167. </ref>. | |||
==Cognitivismo== | |||
Sebbene negli anni Cinquanta del secolo scorso il comportamentismo fosse la corrente predominante in ambito psicologico, suscitava le polemiche di alcuni studiosi della stessa disciplina. Dal lavoro di alcuni ricercatori comportamentisti come D. O. Hebb, psicologo canadese, si giunse dapprima ad attribuire al sistema nervoso centrale un ruolo di mediazione importante tra stimolo e risposta, seppur inizialmente in linea del tutto teorica; successivamente, questo assunto diede vita a una rottura con le posizioni comportamentiste, anche se diversi autori che oggi riteniamo padri del cognitivismo continuarono a definirsi comportamentisti. | |||
Le teorie cognitiviste nacquero quindi in contrapposizione delle idee predominanti del comportamentismo<ref name="[18]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 171-173. </ref>. Non vi fu una “scuola” cognitivista, e solo alla fine degli anni Sessanta e a inizio anni Settanta si comincerà a parlare di cognitivismo e di psicologia cognitiva<ref name="[19]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', p. 181. </ref>. | |||
== Note == | == Note == | ||
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== Bibliografia == | == Bibliografia == | ||
*Paolo Legrenzi, Storia della psicologia, Bologna, il Mulino, 2019. | *Richard J. Gerrig et al., ''Psicologia generale'', Milano-Torino, Pearson, 2018. | ||
*Paolo Legrenzi, ''Storia della psicologia'', Bologna, il Mulino, 2019. | |||
Versione attuale delle 14:51, 6 set 2025
La psicologia è la scienza che si occupa di studiare il comportamento, le relazioni sociali e i processi mentali dell’essere umano. Il suo obiettivo è la comprensione della mente in tutti i suoi processi, oltre al miglioramento della vita personale degli individui. Si occupa del modo in cui l’essere umano pensa, sente e agisce, sia a livello individuale che di gruppo, e interagisce con l’ambiente. La storia della psicologia si occupa dello studio di questa disciplina a livello storiografico.
Definizione della disciplina[modifica]
Da un lato, la psicologia come scienza nasce di recente, con la comparsa del metodo sperimentale; d'altro canto, si possono rintracciare delle "psicologie" o sistemi psicologici anche nella filosofia.
Queste due possibilità di definire la psicologia hanno dato vita a due ipotesi storiografiche in netto contrasto, nessuna delle quali prevale fortemente sull'altra[1].
Wilhelm Wundt[modifica]
Wilhelm Wundt (1832-1920) è considerato dalla pratica storiografica il padre della psicologia intesa in senso scientifico. Pur esprimendo opinioni eterogenee su questioni di metodo e su cosa dovesse studiare la scienza psicologica, ha contribuito fortemente alla sua genesi e ha fornito spunti di ricerca agli studiosi successivi.
Wundt utilizzò le sue conoscenze in ambito filosofico e medico per formulare nuove prassi: fondò a Lipsia nel 1879 il primo laboratorio di psicologia sperimentale nella storia della scienza, in cui indagava problemi che tipicamente venivano affrontati dalla fisiologia.
L'importanza degli studi di Wundt sta nell'aver dato indipendenza alla psicologia rispetto alle altre scienze, e nell'aver codificato con rigore un metodo sperimentale che accogliesse le esigenze dell'indagine psicologica.
Molte teorie di Wundt non sono più considerate spiegazioni valide da parte della comunità scientifica: ad esempio il cosiddetto «volontarismo», che suddivide in fasi fisse e distinte tra loro ogni processo psichico umano. Ad altre teorie, invece, attingono ancora oggi alcuni sistemi psicologici, come avviene con il «parallelismo psicofisico», secondo cui i processi fisici e mentali dell'essere umano sono paralleli: non si causerebbero necessariamente l'un l'altro, ma a ciascun cambiamento dei primi corrisponderebbe un cambiamento nei secondi.
Come successori prossimi di Wundt, funzionalisti e soprattutto strutturalisti furono fortemente influenzati dalla sua opera: alcuni storiografi considerano Wundt uno strutturalista.[2]
Strutturalismo[modifica]
Lo strutturalismo è un movimento psicologico nato secondo alcuni storiografi con il laboratorio di Wundt a Lipsia; secondo altre fonti, questa corrente è da ricondursi all'operato di un allievo di Wundt in particolare, Edward Bradford Titchener (1867-1927)[3], e prende in questo caso il nome di «esistenzialismo titcheneriano» o «introspezionismo», pur conservando per gli storiografi sempre il nome di «strutturalismo».
Molti ricercatori erano infatti stati attratti dall'idea di una psicologia sperimentale e indipendente, approdando così al laboratorio di Lipsia. Tra loro, diversi erano americani o avrebbero successivamente lavorato in America. Per l'appunto Titchener, inglese, giunse nel 1892 negli Stati Uniti.
Titchener tradusse l'opera di Wundt in inglese in maniera volutamente selettiva, nascondendone l'eclettismo e le componenti non sperimentali[4].
Successivamente, Titchener giunse a un sistema psicologico personale, chiamato per l'appunto «strutturalismo». Questo termine comparve per la prima volta in un articolo di Titchener nel 1898[5].
Secondo lo strutturalismo, la psicologia ha come oggetto di studio l'esperienza mediata (concetto già espresso da Wundt), ovvero l'esperienza in quanto condizionata dal soggetto esperiente: un'ora, per il soggetto esperiente, può essere più breve di cinquanta minuti. La mente per gli strutturalisti è l'insieme di tutti i processi mentali nella vita dell'individuo, mentre la coscienza è la mente nel qui e ora.
Per Titchener, l'Io o il Sé non sono oggetto di studio della psicologia scientifica, in quanto non sottoponibili all'indagine sperimentale.
Lo psicologo strutturalista era interessato soprattutto allo studio delle percezioni, delle idee, delle emozioni e dei sentimenti nei loro elementi costitutivi: in particolare, "sensazioni", ovvero stati di coscienza concomitanti alla stimolazione di organi sensoriali periferici; "immagini mentali", ossia ricordi e anticipazioni del futuro; "stati affettivi", cioè elementi costitutivi di emozioni e sentimenti.
Il metodo con cui venivano indagati questi costrutti era l'introspezione, ovvero l'osservazione empirica. Il comportamento rivestiva importanza nella psicologia strutturalista solo nella misura in cui poteva essere interpretato alla luce dell'introspezione.
L'introspezione era praticata in maniera analitica e rigorosa, scomponendo ogni dato cosciente nei suoi elementi più semplici, ossia in quegli elementi che l'introspettore, ovvero l'osservatore di sé stesso, non riusciva a scomporre ulteriormente malgrado un'ostinata analisi dei propri processi mentali. Questa prassi prende il nome di «criterio elementistico» e doveva salvaguardarsi dall'«errore dello stimolo».
Il cosiddetto «errore dello stimolo» costituiva l'attribuzione di significati o valori ai dati analizzati, che dovevano invece essere semplicemente riportati nella loro esistenzialità (da cui l'espressione «esistenzialismo titcheneriano»).
Un esempio che può aiutare a rendere chiaro quanto studiato dagli strutturalisti e il loro metodo è il seguente: di fronte a un tavolo, un individuo sarebbe spesso portato a riportare, di fronte a un esperimento strutturalista, che "vede un tavolo". Lo psicologo introspezionista avrebbe riferito, invece: "Vedo un colore grigio, una luminosità di media intensità...".
Gli sperimentatori introspezionisti erano dunque portati a descrivere solo gli stimoli nella loro componente elementistica, in virtù di un lungo addestramento preliminare.
Titchener continuò a lavorare alla Cornell University come direttore del laboratorio di psicologia sperimentale. Con la sua morte, avvenuta nel 1927, lo strutturalismo smise fondamentalmente di esistere; i suoi allievi, tra cui Edwin G. Boring, padre della moderna storiografia psicologica, continuarono a lavorare negli Stati Uniti, ma senza avere un'influenza profonda sulla psicologia degli anni Trenta[6].
Riflessologia e studi di Pavlov[modifica]
Ivan Petrovič Pavlov (1849-1936) scoprì il cosiddetto «condizionamento classico»: sebbene fosse inizialmente interessato a esaminare la composizione della saliva, notò che, mettendo in bocca a un cane del cibo, si produce un aumento immediato dei livelli di saliva, come conseguenza di un riflesso automatico, innato, non frutto dell’esperienza passata.
Inoltre, Pavlov capì che il cane può produrre saliva anche in assenza dello stimolo (il cibo), quando vede o sente qualcosa che di solito lo precede, come la vista del recipiente. Questi secondi riflessi, detti «riflessi condizionati», appresi e non innati, incuriosirono Pavlov, che decise di studiarli.
In particolare, scoprì così il condizionamento classico o «pavloviano», che funziona tramite un’associazione ripetuta tra uno stimolo condizionato o appreso (una campanella fatta suonare prima dell’arrivo del cibo, nei suoi esperimenti) e uno stimolo incondizionato (in questo caso il cibo): tale associazione scatena infine una risposta condizionata, cioè l’aumento della salivazione anche senza la presenza del cibo, ma in presenza invece del suono della campanella[7].
Scuola storico-culturale[modifica]
Il titolo di una conferenza di Lev Vygotskij (1896-1934), La coscienza come problema della psicologia del comportamento, sintetizza uno dei punti chiave di questa scuola: l'interesse per la coscienza come oggetto di studio della psicologia. Quest'idea divenne il manifesto della scuola storico-culturale. Per Vygotskij, la tendenza della scuola pavloviana a concentrarsi sullo schema del condizionamento significava precludersi la possibilità di studiare le attività cognitive superiori, quali pensiero e linguaggio.
Vygotskij si occupò soprattutto di comprendere come e in che misura la psiche venga plasmata da cultura e società, nei bambini e negli adulti. Il suo metodo sovente era costituito da studi longitudinali (in cui cioè seguiva a lungo diversi bambini nella loro maturazione cognitiva ed emotiva).
Fu precursore della tradizione «ecologica», cioè di quelle impostazioni psicologiche attente ai fattori ambientali. Anticipò inoltre l’impostazione della Scuola di Ginevra[8].
Psicologia della Gestalt[modifica]
La psicologia della Gestalt, chiamata anche «psicologia della forma» è una corrente di pensiero psicologico nata e sviluppatasi in Europa con i lavori di Max Wertheimer (1880-1943), Wolfgang Köhler (1887-1967) e Kurt Koffka (1886-1941)[9].
Gli psicologi della Gestalt rifiutavano l’impostazione di Wundt, che aveva l’intento di scomporre ogni fenomeno nei suoi aspetti più semplici e irriducibili.
Sotto l’influsso culturale di filosofi di fine Ottocento, ma anche delle idee di Kant, i gestaltisti ritenevano di dover studiare diversi processi psicologici, come l’apprendimento o la memoria, secondo un’impostazione antielementistica e seguendo la considerazione per la quale la parte di un tutto cambia caratteristiche a seconda del tutto in cui è inserita («il tutto è più della somma delle parti» è una frase ricorrente negli scritti di questi psicologi).
In questo modo, questo sistema psicologico si proponeva di studiare l’esperienza non partendo dal basso, secondo un approccio «bottom-up» che scompone gli elementi, ma invece «top-down», considerando entità globali con una loro organizzazione interna intrinseca[10].
In seguito all’avvento del nazismo in Germania, molti gestaltisti emigrarono negli Stati Uniti, dove già nel 1913 era nato ufficialmente il comportamentismo. Mentre dunque nel periodo tedesco della Gestalt, approssimativamente cominciato nel 1912 e concluso nel 1935, i gestaltisti consolidarono le loro teorie, nel periodo americano dovettero invece lottare per il riconoscimento di tali teorie.
Tuttavia, nel campo di ricerca della psicologia sociale, le teorie degli psicologi della Gestalt furono ben accettate, con pubblicazioni di autori anche non di origine tedesca. Questo perché le impostazioni teoriche e metodologiche del comportamentismo rendevano complessa la sua implementazione nell’ambito della psicologia sociale, ma anche in quanto la parte della psicologia della Gestalt che trattava personalità, influenze ambientali e motivazione era più pratica e concreta del resto dell’impostazione gestaltica[11].
Comportamentismo[modifica]
Per più di duemila anni la psicologia è stata intesa in senso etimologico come “studio dell’anima”; anche quando nel Settecento e nell’Ottocento si posero le basi per un suo successivo studio in senso scientifico, essa rimaneva fondamentalmente l’analisi dell’esperienza.
Il comportamentismo ha rappresentato un capovolgimento di paradigma: non solo ha ritenuto di dover studiare il comportamento osservabile, ma ha ridefinito gli ambiti di studio della psicologia (emozione, apprendimento, personalità, etc.) come studiabili in relazione alla loro manifestazione osservabile, presentando sé stesso come l’unico modo di fare scienza psicologica.
Una delle cause di quest’ultimo ribaltamento di paradigma è stata l’aspirazione di dare un’impostazione il più possibile scientifica alla psicologia, per collocarla nelle scienze naturali, e in particolare in quelle biologiche.
Lo scienziato comportamentista è stato così prima scienziato e poi psicologo, facendosi guidare dai risultati delle proprie ricerche invece che da un assunto filosofico proprio dei capiscuola di una o dell’altra corrente di pensiero. A causa di ciò, è difficile individuare con chiarezza gli studiosi più influenti e i momenti chiave di questo approccio psicologico. Il fondatore storico del movimento fu J. B. Watson: il comportamentismo nasce ufficialmente con un suo articolo programmatico del 1913, negli Stati Uniti d'America.
Il movimento comportamentista iniziò a essere conosciuto fuori dagli Stati Uniti, soprattutto in Europa, solo negli anni Cinquanta[12].
Come scienza, la psicologia si è affermata a livello mondiale nel periodo del comportamentismo. L’eredità delle tesi comportamentiste è essenziale ancora oggi per chi si approccia allo studio della psicologia[13].
Psicanalisi[modifica]
Nel 1896 Sigmund Freud utilizza per la prima volta il termine “psicanalisi” in un suo scritto (L’ereditarietà e l’eziologia della nevrosi).
Partendo inizialmente dallo studio dei fenomeni psicopatologici, Freud saldò concettualmente questi ultimi ad altri fenomeni, riconducibili invece a un funzionamento psichico normale, estendendo al tempo stesso i suoi propositi di studio a campi quali linguistica, arte e antropologia.
L’interesse nel dare base comune a fenomeni psichici normali e patologici derivò da un tentativo di costruire un modello che spiegasse tali fenomeni in modo unitario.
La psicanalisi può essere intesa in tre modi:
- Come un metodo per esplorare meccanismi psichici alla luce dell’idea che tutti questi siano prevalentemente inconsci; il metodo psico-analitico è volto proprio all'indagine di questi processi.
- Come una tecnica terapeutica avente per riferimento l’impianto metodologico psicanalitico, che intende analizzare le difese e le forme di resistenza poste a essere contro pensieri, desideri e tendenze inconsce dell’individuo, ritenute alla base dei suoi disturbi.
- Come un insieme di osservazioni sistematiche derivanti dalle osservazioni raccolte in sede psicoterapica e applicando l’indagine psicanalitica ad altri campi, che confluiscono in un’impostazione teorica[14].
Più di un secolo dopo, la psicanalisi sta subendo una crescente marginalizzazione. Secondo Massimo Recalcati, studioso italiano, ciò è dovuto nel complesso ai tempi lunghi su cui si fonda la psicanalisi, a cui si preferisce la tendenza ad agire in modo più diretto; agli effetti degli psicofarmaci, ritenuti uno strumento più potente; al potere di altri generi di terapia psicologica, che offrono soluzioni più rapide alla sofferenza; all'insegnamento universitario, che ha racchiuso in schemi rigidi e insistentemente meticolosi il concetto di formazione; al tema della valutazione e misurazione, centrali nell'atteggiamento intellettuale odierno.
Vi è dunque incertezza sul futuro della psicanalisi[15].
Studi di Jean Piaget[modifica]
Negli stessi anni in cui si sviluppavano psicanalisi, psicologia della Gestalt e comportamentismo, Jean Piaget (1896-1980), ricercatore svizzero, diede l’avvio a una tradizione di ricerca e a un approccio teorico che avrebbero portato a ripercussioni sulla disciplina psicologica.
Piaget, trasferitosi dopo la tesi di laurea a Parigi, alla Sorbona venne a contatto con Théodore Simon. Quest’ultimo tentava di costruire test per misurare l’intelligenza nei bambini, sulla scia di Binet, nel laboratorio del quale lavorava.
Piaget, non accontentandosi di rilevare le prestazioni dei bambini in sé, cominciò a chiedere loro i motivi delle loro risposte.
Dopo un biennio trascorso a Parigi, Piaget tornò a Ginevra, divenne direttore dell’Istituto Rousseau e dedicò i successivi vent'anni allo studio dei bambini.
Per condurre le proprie ricerche diede vita a un nuovo metodo, il “colloquio clinico”, un misto tra colloquio e osservazione che consisteva nel ricostruire le credenze dei bambini mentre risolvevano un compito, talvolta insieme allo sperimentatore, ponendo loro domande mirate.
Tale metodo presentava potenzialità, ma anche limiti: Piaget era attento a non influire tramite le proprie domande sul resoconto offerto dai bambini, ma tendeva a dare un’interpretazione non ateoretica delle loro risposte e azioni[16].
Nel corso degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, le teorie di Piaget sono state un punto di riferimento per gli studiosi dello sviluppo[17].
Cognitivismo[modifica]
Sebbene negli anni Cinquanta del secolo scorso il comportamentismo fosse la corrente predominante in ambito psicologico, suscitava le polemiche di alcuni studiosi della stessa disciplina. Dal lavoro di alcuni ricercatori comportamentisti come D. O. Hebb, psicologo canadese, si giunse dapprima ad attribuire al sistema nervoso centrale un ruolo di mediazione importante tra stimolo e risposta, seppur inizialmente in linea del tutto teorica; successivamente, questo assunto diede vita a una rottura con le posizioni comportamentiste, anche se diversi autori che oggi riteniamo padri del cognitivismo continuarono a definirsi comportamentisti.
Le teorie cognitiviste nacquero quindi in contrapposizione delle idee predominanti del comportamentismo[18]. Non vi fu una “scuola” cognitivista, e solo alla fine degli anni Sessanta e a inizio anni Settanta si comincerà a parlare di cognitivismo e di psicologia cognitiva[19].
Note[modifica]
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, p. 17.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, pp. 55-58.
- ↑ Gerrig et al., Psicologia generale, p. 9.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, pp. 59-63.
- ↑ Gerrig et al., Psicologia generale, p. 9.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, pp. 59-63.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, pp. 75-77.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, pp. 81-83.
- ↑ Gerrig et al., Psicologia generale, p. 11.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, pp. 85-87.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, pp. 107-110.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, pp. 111-113.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, p. 135.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, pp. 137-138.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, pp. 156-158.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, pp. 159-161.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, p. 167.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, pp. 171-173.
- ↑ Legrenzi, Storia della psicologia, p. 181.
Bibliografia[modifica]
- Richard J. Gerrig et al., Psicologia generale, Milano-Torino, Pearson, 2018.
- Paolo Legrenzi, Storia della psicologia, Bologna, il Mulino, 2019.