Storia vera: differenze tra le versioni

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La ''Storia vera'' è un'opera narrativa appartenente alla letteratura greca, scritta da Luciano di Samosata intorno al secondo secolo d.C.  
La ''Storia vera'' è un'opera narrativa greca scritta da Luciano di Samosata intorno al secondo secolo d.C.  
Si tratta di un romanzo fantasioso in forma autobiografica e con intento parodistico, in cui si narra delle avventure di un gruppo di uomini che, capitanati dall'autore stesso, decidono di attraversare le Colonne d'Ercole.
Si tratta di un romanzo fantasioso in forma autobiografica e con intento parodistico, in cui si narra delle avventure di un gruppo di uomini che, capitanati dall'autore stesso, decidono di attraversare le Colonne d'Ercole.


=L'autore=
=L'autore=


Luciano di Samosata è stato uno scrittore, retore, filosofo e conferenziere della Grecia del II secolo d.C., celebre per la sua arguzia ed irriverenza a sfondo umoristico e satirico.
Luciano di Samosata è stato uno scrittore, retore, filosofo e conferenziere greco del II secolo d.C., celebre per la sua arguzia e irriverenza a sfondo umoristico e satirico. La sua vita può essere in parte ricostruita attraverso i suoi scritti autobiografici, ma questo richiede cautela in quanto non è sempre facile distinguere i fatti reali dalla finzione.
Occorre grande cautela nel ricostruire la vita di Luciano attraverso i suoi scritti autobiografici, in quanto non sempre si trova un indizio certo per distinguere il fatto reale dalla finzione.


Nato intorno all’anno 120 d.C. a Samosata, capitale della Commagene, è possibile che Luciano non fosse propriamente greco d’origine, ma che la sua famiglia fosse grecoromana, mentre il nome (derivato dal latino Lucius) fa pensare a provenienza da un liberto romano.
Nato intorno all’anno 120 d.C. a Samosata, capitale della Commagene<ref>[https://www.treccani.it/enciclopedia/luciano-di-samosata_(Enciclopedia-Italiana)/ Nicola Festa, Luciano di Samosata, Enciclopedia italiana, 1934]</ref>, Luciano forse non era propriamente greco d’origineil nome (derivato dal latino ''Lucius'') fa pensare che fosse il discendente di un liberto romano.


Come viene raccontato nel ''Sogno'', Luciano venne indirizzato sotto la guida dello zio alla carriera da scultore. Nell’opera viene anche descritto di un incontro onirico nel quale appaiono due donne, la Statuaria e l’Istruzione, ciascuna delle quali tenta di adescare Luciano decantando la bellezza ed i vantaggi della vita che gli prospetta. A prescindere dalla veridicità di tale aneddoto, restano valide le motivazioni per le quali l’Istruzione ebbe causa vinta, motivazioni che persuasero la famiglia del giovane Luciano e del ragazzo stesso ad intraprendere i suoi studi letterari, invece che proseguire l’apprendimento dell’arte statuaria presso la bottega dello zio.
Come viene raccontato nel ''Sogno'', Luciano venne indirizzato sotto la guida dello zio alla carriera da scultore. Nell’opera viene anche descritto un incontro onirico nel quale appaiono due donne, la Statuaria e l’Istruzione, ciascuna delle quali tenta di adescare Luciano decantando la bellezza e i vantaggi della vita che gli prospetta. A prescindere dalla veridicità di tale aneddoto, restano valide le motivazioni per le quali l’Istruzione ebbe causa vinta, motivazioni che persuasero Luciano a intraprendere gli studi letterari, invece di proseguire l’apprendimento dell’arte statuaria presso la bottega dello zio.


===La carriera===
===La carriera===
Probabilmente Luciano ha ricevuto la sua prima educazione in patria o in qualche città vicina, per poi approfondire i suoi studi retorici ad Antiochia, dove inizialmente tentò con scarso successo la carriera d’avvocato.


Per quanto riguarda l’istruzione di Luciano, è possibile che abbia ricevuto la sua prima educazione in patria o in qualche città vicina, per poi approfondire i suoi studi retorici ad Antiochia, dove inizialmente tentò con scarso successo la carriera d’avvocato.
Luciano iniziò poi a fare il conferenziere itinerante girando di città in città e guadagnando compensi presumibilmente vistosi, data la sua vita dispendiosa e la sua vicinanza a personaggi anche molto ricchi. Tuttavia, incontrò difficoltà a causa della sua indole spigolosa che non sempre gli procurava simpatie. Un’altra fonte di guadagno per Luciano deve essere stata l’attività d’insegnante, specialmente nei primi anni delle sue peregrinazioni.
Luciano fece quindi il conferenziere itinerante girando di città in città e guadagnando compensi presumibilmente vistosi, data la sua vita dispendiosa e la sua vicinanza a personaggi anche molto ricchi, non senza riscontrare difficoltà a causa della sua indole spigolosa che non sempre gli procurava simpatie. Un’altra fonte di guadagno per Luciano deve essere stata l’attività d’insegnante, specialmente nei primi anni delle sue peregrinazioni.


Verso il 163 d.C. Luciano si stabilì ad Atene, dove svolse (a suo dire)</ref> e Quintino Cataudella<ref>Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990, p. 8.</ref> attività più seria e vera. Qui imparò ad apprezzare la filosofia mettendo da parte la retorica. Questo cambiamento potrebbe essere dovuto all’incontro avvenuto a Roma con il filosofo platonico Nigrino. Negli anni trascorsi ad Atene è probabile che Luciano abbia continuato l’attività di conferenziere includendo nuovi temi meno frivoli e più impegnati. Verso la fine della sua carriera Luciano si spostò in Egitto dove venne investito dal governatore romano della carica di sovraintendente agli affari giudiziari. Infine, Luciano muore verso l’anno 190 d.C. ad Atene.
Verso il 163 d.C. Luciano si stabilì ad Atene, dove svolse (a suo dire) "attività più seria e vera"<ref>Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990, p. 8.</ref>. Qui imparò ad apprezzare la filosofia mettendo da parte la retorica. Questo cambiamento potrebbe essere dovuto all’incontro avvenuto a Roma con il filosofo platonico Nigrino. Negli anni trascorsi ad Atene è probabile che Luciano abbia continuato l’attività di conferenziere includendo nuovi temi meno frivoli e più impegnati. Verso la fine della sua carriera si spostò in Egitto dove venne investito dal governatore romano della carica di sovraintendente agli affari giudiziari. Infine, morì attorno al 190 d.C. ad Atene.


===Le opere===
===Le opere===


L’attività letteraria di Luciano fu molto vasta, il corpus delle opere a lui attribuite ammonta a più di 80 scritti, ma non tutti sono realmente suoi, alcuni sono evidentemente di suoi imitatori, come, ad esempio, il ''Charidemus'' o ''l’Halcyon''. La forma di queste opere è spesso dialogica, alla maniera platonica, ma anche dieghematica ed epistolare.
L’attività letteraria di Luciano fu molto vasta. Il corpus delle opere a lui attribuite ammonta a più di 80 scritti; tuttavia, diversi di questi, per esempio il ''Charidemus'' o ''l’Halcyon'', sono evidentemente di suoi imitatori. La forma di queste opere è spesso dialogica, alla maniera platonica, ma anche narrativa ed epistolare <ref>Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990, p. 11.</ref>.


In mancanza di una precisa datazione, è difficile risalire ad una cronologia dei testi di Luciano. Lo studioso Taddeo Sinko<ref>Taddeo Sinko, ''Atti dell'Accademia Polacca'', Krakow, 1947, tomo LXVII, n. 5, Symbolae chronologicae ad scripta Plutarchi etLuciani, pp. 35-69.</ref> distingue l’attività letteraria di Luciano in un periodo giovanile e in un periodo senile, attribuendo ad un periodo centrale le opere non appartenenti ai due periodi estremi e caratterizzate da un interesse maggiore per la filosofia.
In mancanza di una precisa datazione, è difficile risalire ad una cronologia dei testi di Luciano. Lo studioso Taddeo Sinko<ref>Taddeo Sinko, ''Symbolae chronologicae ad scripta Plutarchi et Luciani'', "Atti dell'Accademia Polacca", Cracovia, 1947, LXVII, 5, pp. 35-69.</ref> distingue l’attività letteraria di Luciano in un periodo giovanile e in un periodo senile, attribuendo a un periodo centrale le opere non appartenenti ai due periodi estremi e caratterizzate da un interesse maggiore per la filosofia <ref>Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990, p. 12.</ref>.
Un ulteriore suddivisione può riguardare l’affinità di tali opere. Distinguiamo quindi i prodotti dell’attività del retore e maestro di stile come ''l’Apologia'', il ''Bacchus'' o ''l’Hercules''; la produzione semifilosofica, composta ad esempio dal ''De Luctu'', ''De sacrificiis'' (una critica contro l’assurdità di certe pratiche religiose) o il ''Nigrinus'' (un dialogo riguardante il filoso Nigrino).
Un'ulteriore suddivisione riguarda l’affinità di tali opere. Si possono distinguere quindi:
Non mancano le parodie e le satire come il ''Quomodo historia conscribenda'' (un tentativo di fissare le regole della storiografia), il ''Convivium seu Lapithae'' (un dialogo che parla di un banchetto di nozze in cui i filosofi di tutte le scuole si rivelano ingordi e impudenti) o la ''Vera Historia'' (una parodia che sfrutta la narrazione di carattere avventuroso).
*I prodotti dell’attività del retore e maestro di stile come ''l’Apologia'', il ''Bacchus'' o ''l’Hercules'';
*La produzione semifilosofica, composta per esempio dal ''De Luctu'', ''De sacrificiis'' (una critica contro l’assurdità di certe pratiche religiose) o il ''Nigrinus'' (un dialogo riguardante il filoso Nigrino).
*Le parodie e le satire come il ''Quomodo historia conscribenda'' (un tentativo di fissare le regole della storiografia), il ''Convivium seu Lapithae'' (un dialogo che parla di un banchetto di nozze in cui i filosofi di tutte le scuole si rivelano ingordi e impudenti) o la ''Vera Historia'' (una parodia che sfrutta la narrazione di carattere avventuroso) <ref>[https://www.treccani.it/enciclopedia/luciano-di-samosata_(Enciclopedia-Italiana)/ Nicola Festa, Luciano di Samosata, Enciclopedia italiana, 1934]</ref>.


=Trama=
=Trama=


La Storia vera è un’opera narrativa autobiografica suddivisa in due libri. Come dichiara Luciano stesso, solo una cosa di quest’opera è vera, ovvero il fatto che in essa non ci sia proprio nulla di vero. Dal principio l’autore dichiara il suo intento, cioè quello di procurare nel lettore un momento di relax. Non mancano i riferimenti alle opere affini alla sua nell’inventare cose del tutto fuori dalla realtà, e Luciano di queste opere ne offre una parodia, mostrando come al fantasticare non ci sia un limite.
==Libro primo==
La Storia vera racconta quindi di un viaggio immaginoso verso l’estremo occidente, al di là delle colonne d’Ercole che un tempo segnavano il limite della conoscenza umana del mondo.
 
Luciano, dunque, mosso dal desiderio di scoprire cose nuove, si imbarca assieme ad una cinquantina di uomini verso l’Oceano occidentale, ma una tempesta sballotta la loro nave per settantanove giorni fin quando all’ottantesimo l’equipaggio riesce a sbarcare su un’isola misteriosa. Qui scoprono una colonna di bronzo con un’iscrizione greca che attesta che Eracle e Dionisio in passato avevano viaggiato fin li. Sull’isola scoprono un fiume di vino popolato da creature che hanno forma di viti dai fianchi in giù e forma di donne nella parte alta del corpo, le quali rapiscono due membri dell’equipaggio.
La ''Storia vera'' racconta di un viaggio immaginario verso l’estremo occidente, al di là delle colonne d’Ercole che un tempo segnavano il limite della conoscenza umana del mondo.
Lasciata l’isola la nave si imbatte in un’altra tempesta che solleva l’imbarcazione a 3000 stadi di altezza portandola sulla Luna. Raggiunta la Luna Luciano ed i suoi compagni vengono catturati dagli ippogrifi e portati al cospetto del re dei seleniti, Endimione. Questo accoglie gli avventurieri e racconta loro dell’imminente battaglia che si sarebbe svolta all’indomani contro il re del Sole Fetonte, invitandoli a partecipare allo scontro. Il giorno seguente le due formazioni avversarie si scontrano con eserciti improbabili formati da guerrieri come i Caulomiceti, armati di funghi come scudi e gambi di asparagi come lance, o come gli Psyllotoxoti che cavalcano pulci grandi come elefanti. La battaglia viene vinta dall’esercito del Sole e Luciano ed i suoi compagni vengono fatti prigionieri per un breve periodo fin quando non vengono liberati a seguito di un trattato di pace. L’equipaggio decide di proseguire il proprio viaggio nonostante l’invito da parte di Endimione a rimanere con sé, ma prima Luciano racconta delle stranezze più assurde che aveva osservato sulla Luna, come l’assenza di Donne e la nascita dei bambini dai polpacci degli uomini.
 
La nave, quindi, ritorna sulla Terra dove viene inghiottita da una balena di mille e cinquecento stadi di lunghezza. Al suo interno si trova un’isola e Luciano e il resto dell’equipaggio vengono accolti da un naufrago che abitava li già da vent’anni con suo figlio. L’uomo spiega che l’isola è abitata da alcune pericolose tribù di esseri dalla forma di pesce e che per sopravvivere è obbligato a pagare un riscatto ad una esse. Luciano, dunque, decide di combattere le altre popolazioni riuscendo a sconfiggerle tutte. Per più di un anno Luciano ed i suoi convivono all’interno della balena indisturbati, ma un giorno, stanchi della solita vita, decidono di dar fuoco all’isola così da uccidere l’animale e da fuggire all’esterno. Ripresa la navigazione, la nave si imbatte in altre stranezze come una bufera che congela il mare per più di 30 giorni, un l’isola di formaggio circondata da un mare di latte e degli uomini dai piedi di sughero (i sugheròpodi) che camminano sull’acqua. Attratto da un forte profumo, l’equipaggio decide di attraccare su quella che si rivelerà esser chiamata l’isola dei beati, governata dal cretese Radamanto (giudice dei morti). Luciano ed i suoi uomini vengono quindi portati al cospetto del governatore e in attesa di esser giudicati assistono prima al processo di Aiace, figlio di Telamone, accusato di essere impazzito e di essersi ucciso, poi al processo di natura erotica fra Teseo e Menelao e infine al processo sull’attribuzione della preminenza ad Alessandro figlio di Filippo e ad Annibale il Cartaginese. Giunto il loro momento, Radamanto sentenzia che dopo la morte Luciano ed il suo equipaggio avrebbero pagato le conseguenze della propria curiosità ma che per il momento erano liberi, così esplorano la città dei Beati ed il simposio, dove incontrano Omero, Ulisse, Socrate, Pitagora e altri defunti. Dopo circa sette mesi tre membri dell’equipaggio di Luciano aiutano Cinira, il figlio di Scintaro, a rapire la donna da lui amata, Elena, ma vengono fermati in tempo. Radamonte quindi ordina Luciano di ripartire che si rimette in navigazione il giorno seguente. L’equipaggio successivamente si imbatte nell’isola dei sogni, dove vi abitano sogni di ogni specie, e passati trenta giorni a dormire confortati da essi riprendono il viaggio. Tre giorni dopo la nave raggiunge l’isola di Ogigia. Qui Luciano trova Calipso alla quale cede una lettera che Omero nell’isola dei Beati si era raccomandato di consegnarle. All’alba la nave riparte ma viene assalita prima dai Colocintopirati, ovvero pirati che navigano su navi fatte di zucche, poi da degli uomini montati su grandi delfini. All’improvviso compare una selva fittissima in mezzo all’oceano che viene superata facendo slittare la nave sopra gli alberi. Superata la selva la nave sbarca sull’isola dei Bucèfali (uomini a forma di minotauro), sulla quale tre dei compagni di Luciano vengono uccisi. Una volta vendicati i propri compagni Luciano ed i suoi uomini giungono all’isola di Cobalusa dove delle donne marine dette Onoskelee per poco non li uccidevano adescandoli e ubriacandoli. Infine, fuggiti dall’isola, la nave raggiunge i pressi del continente agli antipodi del mondo, e mentre l’equipaggio discute sul da farsi una tempesta sbatte la nave contro la riva lasciando gli avventurieri su quella nuova terra. Il racconto si conclude all’improvviso con la promessa di continuare la storia nei libri che seguiranno.
Mosso dal desiderio di scoprire cose nuove, Luciano si imbarca assieme a una cinquantina di uomini verso l’Oceano occidentale, ma una tempesta sballotta la loro nave fin quando l’equipaggio non riesce a sbarcare su un’isola misteriosa. Sull’isola scoprono un fiume di vino popolato da creature che hanno forma di viti dai fianchi in giù e forma di donne nella parte alta del corpo; le creature rapiscono due membri dell’equipaggio.  
 
Lasciata l’isola la nave si imbatte in un’altra tempesta che la solleva a 3000 stadi di altezza portandola sulla Luna. Raggiunta la Luna Luciano ed i suoi compagni vengono catturati dagli ippogrifi e portati al cospetto del re dei seleniti, Endimione. Questi accoglie gli avventurieri e racconta loro della battaglia che si sarebbe svolta all’indomani contro il re del Sole Fetonte, invitandoli a partecipare allo scontro. La battaglia viene vinta dall’esercito del Sole e Luciano ed i suoi compagni vengono fatti prigionieri.
 
Una volta liberato, l’equipaggio decide di proseguire il proprio viaggio tornando sulla Terra, dove viene inghiottito da una balena gigante popolata da alcune tribù di creature marine.
 
==Libro secondo==
 
Dopo un lungo periodo di tempo Luciano decide di abbandonare la balena fuggendo dalla bocca.
 
Ripresa la navigazione, la nave si imbatte in altre assurdità, finché, attratto da un forte profumo, l’equipaggio non decide di attraccare su quella che si rivelerà esser chiamata l’isola dei beati, governata dal cretese Radamanto (giudice dei morti). Qui si trovano alcuni personaggi famosi defunti, come Ulisse, Omero, Socrate e Pitagora.
 
Successivamente la nave raggiunge l’isola dei sogni per poi arrivare all’isola di Ogigia. Qui Luciano trova Calipso alla quale cede una lettera che Ulisse nell’isola dei Beati si era raccomandato di consegnarle. Proseguendo per mare la nave si imbatte prima in strani pirati poi in una fittissima selva in mezzo all’oceano.
 
Luciano e i suoi uomini, dopo aver scoperto nuove isole misteriose, finalmente raggiungono i pressi del continente agli antipodi del mondo. Mentre l’equipaggio discute sul da farsi una tempesta sbatte la nave contro la riva lasciando gli avventurieri su quella nuova terra.
 
Il racconto si conclude all’improvviso con la promessa di continuare la storia nei libri che seguiranno.<ref>Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990, pp. 53-159.</ref>


=Analisi dell'opera=
=Analisi dell'opera=
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Gli studiosi non sono affatto concordi nel collocare la ''Storia vera'' nella cronologia, anche relativa, dello scrittore. Alcuni studiosi, come Artiside Colonna<ref>Artiside Colonna, ''Letteratura greca'', Torino, Lattes, 1962, pp. 736-744.</ref> e Quintino Cataudella<ref>Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990, p. 29.</ref>, attribuiscono l'opera alla tarda età di Luciano, a un periodo che segue la spedizione di Marco Aurelio contro i Parti, ovvero dopo il 180 d.C.
Gli studiosi non sono affatto concordi nel collocare la ''Storia vera'' nella cronologia, anche relativa, dello scrittore. Alcuni studiosi, come Artiside Colonna<ref>Artiside Colonna, ''Letteratura greca'', Torino, Lattes, 1962, pp. 736-744.</ref> e Quintino Cataudella<ref>Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990, p. 29.</ref>, attribuiscono l'opera alla tarda età di Luciano, a un periodo che segue la spedizione di Marco Aurelio contro i Parti, ovvero dopo il 180 d.C.


Altre fonti, come una memoria pubblicata negli ''Atti dell'Accademia Polacca''<ref>Taddeo Sinko, ''Atti dell'Accademia Polacca'', Krakow, 1947, tomo LXVII, n. 5, Symbolae chronologicae ad scripta Plutarchi etLuciani, pp. 35-69.</ref> di Taddeo Sinko, collocano la Storia vera al periodo giovanile dell'attività artistica di Luciano.
In passato, Taddeo Sinko aveva invece collocato la ''Storia vera'' nel periodo giovanile dell'attività di Luciano<ref>Taddeo Sinko, ''Symbolae chronologicae ad scripta Plutarchi et Luciani'', "Atti dell'Accademia Polacca", Cracovia, 1947, LXVII, 5, pp. 35-69.</ref>.


Un ulteriore discordia fra gli studiosi riguarda la possibilità che i due libri che compongono l'opera siano stati prodotti in periodi diversi, questa ipotesi giustificherebbe la maturità di conoscenze e il particolare possesso di strumenti espressivi aqcuisiti nella stesura del secondo libro.
Un altro punto discusso riguarda la possibilità che i due libri che compongono l'opera siano stati prodotti in periodi diversi. Questa ipotesi giustificherebbe la maturità di conoscenze e il particolare possesso di strumenti espressivi acquisiti nella stesura del secondo libro.


==Tecniche narrative==
==Tecniche narrative==
La formula artistica della Storia vera, come si nota già nei primi episodi, è nell’esagerazione, ma un’esagerazione che non mira, come accade nell’epica, a sbalordire il lettore, bensì a farlo ridere. Così Luciano scrive di pulci-sagittario grosse quanto dodici elefanti, della pancia della balena capace di contenere una città di diecimila abitanti, o dell’esercito del sole costituito da sessanta milioni di unità.
La ''Storia vera'' è un’opera narrativa autobiografica suddivisa in due libri. Come dichiara Luciano stesso nel prologo<ref>Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990, pp. 53-57.</ref>, solo una cosa di quell’opera è vera, ovvero il fatto che in essa non ci sia proprio nulla di vero. Dal principio l’autore dichiara il suo intento, cioè quello di procurare nel lettore un momento di tranquillità. Non mancano i riferimenti alle opere affini alla sua nell’inventare cose del tutto fuori dalla realtà, e Luciano offre una parodia di queste opere.
All’esagerazione iperbolica viene accostata un’altra tecnica espressiva, che è l’opposto dell’esagerazione, ovvero la precisazione e la descrizione minuziosa dei dati evidentemente esagerati. Questo accostamento crea un contrasto che mette in risalto l’aspetto grottesco della narrazione. Un ‘altro espediente utilizzato da Luciano è quello di rievocare i personaggi e le divinità del passato riproponendoli in una dimensione più umana (ad esempio quando Calipso dopo la lettura della lettera di Ulisse chiede se Penelope fosse realmente così tanto bella come lui diceva, o quando Tersite fa causa ad Omero per diffamazione). Essendo un precursore del tema classico del viaggio immaginario, (nonché il primo testo attestato in cui viene descritto un viaggio sulla Luna) si ritiene che quest’opera abbia influenzato la fantasia degli autori di scritti come I viaggi di Gulliver, Ventimila leghe sotto i mari e L’Orlando Furioso.
 
La formula artistica della ''Storia vera'', come si nota già nei primi episodi, è nell’esagerazione, ma un’esagerazione che non mira, come accade nell’epica, a sbalordire il lettore, bensì a farlo ridere. Così Luciano scrive di pulci-sagittario grosse quanto dodici elefanti, della pancia della balena capace di contenere una città di diecimila abitanti, o dell’esercito del sole costituito da sessanta milioni di unità.
 
All’esagerazione iperbolica viene accostata un’altra tecnica espressiva, che è l’opposto dell’esagerazione, ovvero la precisazione e la descrizione minuziosa dei dati evidentemente esagerati. Questo accostamento crea un contrasto che mette in risalto l’aspetto grottesco della narrazione. Un altro espediente utilizzato da Luciano è quello di rievocare i personaggi e le divinità del passato riproponendoli in una dimensione più umana (per esempio quando Calipso dopo la lettura della lettera di Ulisse chiede se Penelope fosse realmente così tanto bella come lui diceva, o quando Tersite fa causa a Omero per diffamazione).<ref>Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990, pp. 19-27.</ref>
 
==Giudizi critici==
Renzo Nuti scrive in ''Il romanzo classico''<ref>Renzo Nuti, Quintino Cataudella (a cura di), ''Il romanzo classico'', p. 270.</ref>:
 
"Anche nella monografia ''Come si debba scrivere la storia'' Luciano entra in polemica, con tanto buon senso, cogli storici del suo tempo, che si atteggiavano a tanti Erodoto, Tuclidide o Senofonte. Ma quella che, nell'opera testé citata, è polemica condotta con serietà, nella ''Storia vera'' è caricatura, è parodia che supera i limiti della storiografia contemporanea per risalire fino a Erodoto, esce dal campo della storiografia per estendersi a quello della filosofia, abbandona i generi letterari tradizionali per investire il nuovo genere del romanzo."
 
Altri autori, come Emile Chambry, osservano come la ''Storia vera'' sia<ref>Emile Chambry, ''Lucien'', Oeuvres complètes, vol. I, pp. 14.</ref> "una parodia dei racconti favolosi di Ulisse alla corte di Alcinoo, e di altri racconti dello stesso genere.".
 
In generale, l'opera attesta l'ingegno e la creatività di Luciano; Giuseppe Lojacono scrive in proposito<ref>Giuseppe Lojacono, ''Il riso di Luciano'', Catania, 1932, pp.247.</ref>: "Ma espressione creativa esso pure di un ingegno originale, di uno spirito bizzarmente intuitivo, rappresenta il finale motivo classico della letteratura greca nel suo tramonto.".
 
=Influenze culturali=
 
La ''Storia vera'' si può considerare un precursore del romanzi di fantascienza moderni. Alcune opere dai tratti più o meno simili allo scritto lucianeo sono: i ''Viaggi di Gulliver'' di Swift, l' ''Utopia'' di T. Moro, l' ''Ile des plaisirs'' di Fénelon, ''L'autre Monde ou les Estats et empires de la Lune et du Soleil'' di Cryano de Bergerac, le ''Ventimila leghe sotto i mari'' di J. Verne, il ''Gargantua et Pantagruel di Rabelais'' e anche l' ''Orlando Furioso'' e ''Pinocchio''.
 
Tuttavia difficilmente si troverà una sopravvivenza della ''Storia vera'' di Luciano nel folclore medievale o moderno.<ref>Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990, p. 36.</ref>


==Note==
==Note==
<references/>
<references/>


==bibliografia==
==Bibliografia==


*Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990.
*Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990.

Versione attuale delle 21:42, 10 feb 2025

La Storia vera è un'opera narrativa greca scritta da Luciano di Samosata intorno al secondo secolo d.C. Si tratta di un romanzo fantasioso in forma autobiografica e con intento parodistico, in cui si narra delle avventure di un gruppo di uomini che, capitanati dall'autore stesso, decidono di attraversare le Colonne d'Ercole.

L'autore[modifica]

Luciano di Samosata è stato uno scrittore, retore, filosofo e conferenziere greco del II secolo d.C., celebre per la sua arguzia e irriverenza a sfondo umoristico e satirico. La sua vita può essere in parte ricostruita attraverso i suoi scritti autobiografici, ma questo richiede cautela in quanto non è sempre facile distinguere i fatti reali dalla finzione.

Nato intorno all’anno 120 d.C. a Samosata, capitale della Commagene[1], Luciano forse non era propriamente greco d’origine: il nome (derivato dal latino Lucius) fa pensare che fosse il discendente di un liberto romano.

Come viene raccontato nel Sogno, Luciano venne indirizzato sotto la guida dello zio alla carriera da scultore. Nell’opera viene anche descritto un incontro onirico nel quale appaiono due donne, la Statuaria e l’Istruzione, ciascuna delle quali tenta di adescare Luciano decantando la bellezza e i vantaggi della vita che gli prospetta. A prescindere dalla veridicità di tale aneddoto, restano valide le motivazioni per le quali l’Istruzione ebbe causa vinta, motivazioni che persuasero Luciano a intraprendere gli studi letterari, invece di proseguire l’apprendimento dell’arte statuaria presso la bottega dello zio.

La carriera[modifica]

Probabilmente Luciano ha ricevuto la sua prima educazione in patria o in qualche città vicina, per poi approfondire i suoi studi retorici ad Antiochia, dove inizialmente tentò con scarso successo la carriera d’avvocato.

Luciano iniziò poi a fare il conferenziere itinerante girando di città in città e guadagnando compensi presumibilmente vistosi, data la sua vita dispendiosa e la sua vicinanza a personaggi anche molto ricchi. Tuttavia, incontrò difficoltà a causa della sua indole spigolosa che non sempre gli procurava simpatie. Un’altra fonte di guadagno per Luciano deve essere stata l’attività d’insegnante, specialmente nei primi anni delle sue peregrinazioni.

Verso il 163 d.C. Luciano si stabilì ad Atene, dove svolse (a suo dire) "attività più seria e vera"[2]. Qui imparò ad apprezzare la filosofia mettendo da parte la retorica. Questo cambiamento potrebbe essere dovuto all’incontro avvenuto a Roma con il filosofo platonico Nigrino. Negli anni trascorsi ad Atene è probabile che Luciano abbia continuato l’attività di conferenziere includendo nuovi temi meno frivoli e più impegnati. Verso la fine della sua carriera si spostò in Egitto dove venne investito dal governatore romano della carica di sovraintendente agli affari giudiziari. Infine, morì attorno al 190 d.C. ad Atene.

Le opere[modifica]

L’attività letteraria di Luciano fu molto vasta. Il corpus delle opere a lui attribuite ammonta a più di 80 scritti; tuttavia, diversi di questi, per esempio il Charidemus o l’Halcyon, sono evidentemente di suoi imitatori. La forma di queste opere è spesso dialogica, alla maniera platonica, ma anche narrativa ed epistolare [3].

In mancanza di una precisa datazione, è difficile risalire ad una cronologia dei testi di Luciano. Lo studioso Taddeo Sinko[4] distingue l’attività letteraria di Luciano in un periodo giovanile e in un periodo senile, attribuendo a un periodo centrale le opere non appartenenti ai due periodi estremi e caratterizzate da un interesse maggiore per la filosofia [5]. Un'ulteriore suddivisione riguarda l’affinità di tali opere. Si possono distinguere quindi:

  • I prodotti dell’attività del retore e maestro di stile come l’Apologia, il Bacchus o l’Hercules;
  • La produzione semifilosofica, composta per esempio dal De Luctu, De sacrificiis (una critica contro l’assurdità di certe pratiche religiose) o il Nigrinus (un dialogo riguardante il filoso Nigrino).
  • Le parodie e le satire come il Quomodo historia conscribenda (un tentativo di fissare le regole della storiografia), il Convivium seu Lapithae (un dialogo che parla di un banchetto di nozze in cui i filosofi di tutte le scuole si rivelano ingordi e impudenti) o la Vera Historia (una parodia che sfrutta la narrazione di carattere avventuroso) [6].

Trama[modifica]

Libro primo[modifica]

La Storia vera racconta di un viaggio immaginario verso l’estremo occidente, al di là delle colonne d’Ercole che un tempo segnavano il limite della conoscenza umana del mondo.

Mosso dal desiderio di scoprire cose nuove, Luciano si imbarca assieme a una cinquantina di uomini verso l’Oceano occidentale, ma una tempesta sballotta la loro nave fin quando l’equipaggio non riesce a sbarcare su un’isola misteriosa. Sull’isola scoprono un fiume di vino popolato da creature che hanno forma di viti dai fianchi in giù e forma di donne nella parte alta del corpo; le creature rapiscono due membri dell’equipaggio.

Lasciata l’isola la nave si imbatte in un’altra tempesta che la solleva a 3000 stadi di altezza portandola sulla Luna. Raggiunta la Luna Luciano ed i suoi compagni vengono catturati dagli ippogrifi e portati al cospetto del re dei seleniti, Endimione. Questi accoglie gli avventurieri e racconta loro della battaglia che si sarebbe svolta all’indomani contro il re del Sole Fetonte, invitandoli a partecipare allo scontro. La battaglia viene vinta dall’esercito del Sole e Luciano ed i suoi compagni vengono fatti prigionieri.

Una volta liberato, l’equipaggio decide di proseguire il proprio viaggio tornando sulla Terra, dove viene inghiottito da una balena gigante popolata da alcune tribù di creature marine.

Libro secondo[modifica]

Dopo un lungo periodo di tempo Luciano decide di abbandonare la balena fuggendo dalla bocca.

Ripresa la navigazione, la nave si imbatte in altre assurdità, finché, attratto da un forte profumo, l’equipaggio non decide di attraccare su quella che si rivelerà esser chiamata l’isola dei beati, governata dal cretese Radamanto (giudice dei morti). Qui si trovano alcuni personaggi famosi defunti, come Ulisse, Omero, Socrate e Pitagora.

Successivamente la nave raggiunge l’isola dei sogni per poi arrivare all’isola di Ogigia. Qui Luciano trova Calipso alla quale cede una lettera che Ulisse nell’isola dei Beati si era raccomandato di consegnarle. Proseguendo per mare la nave si imbatte prima in strani pirati poi in una fittissima selva in mezzo all’oceano.

Luciano e i suoi uomini, dopo aver scoperto nuove isole misteriose, finalmente raggiungono i pressi del continente agli antipodi del mondo. Mentre l’equipaggio discute sul da farsi una tempesta sbatte la nave contro la riva lasciando gli avventurieri su quella nuova terra.

Il racconto si conclude all’improvviso con la promessa di continuare la storia nei libri che seguiranno.[7]

Analisi dell'opera[modifica]

Periodo storico[modifica]

Gli studiosi non sono affatto concordi nel collocare la Storia vera nella cronologia, anche relativa, dello scrittore. Alcuni studiosi, come Artiside Colonna[8] e Quintino Cataudella[9], attribuiscono l'opera alla tarda età di Luciano, a un periodo che segue la spedizione di Marco Aurelio contro i Parti, ovvero dopo il 180 d.C.

In passato, Taddeo Sinko aveva invece collocato la Storia vera nel periodo giovanile dell'attività di Luciano[10].

Un altro punto discusso riguarda la possibilità che i due libri che compongono l'opera siano stati prodotti in periodi diversi. Questa ipotesi giustificherebbe la maturità di conoscenze e il particolare possesso di strumenti espressivi acquisiti nella stesura del secondo libro.

Tecniche narrative[modifica]

La Storia vera è un’opera narrativa autobiografica suddivisa in due libri. Come dichiara Luciano stesso nel prologo[11], solo una cosa di quell’opera è vera, ovvero il fatto che in essa non ci sia proprio nulla di vero. Dal principio l’autore dichiara il suo intento, cioè quello di procurare nel lettore un momento di tranquillità. Non mancano i riferimenti alle opere affini alla sua nell’inventare cose del tutto fuori dalla realtà, e Luciano offre una parodia di queste opere.

La formula artistica della Storia vera, come si nota già nei primi episodi, è nell’esagerazione, ma un’esagerazione che non mira, come accade nell’epica, a sbalordire il lettore, bensì a farlo ridere. Così Luciano scrive di pulci-sagittario grosse quanto dodici elefanti, della pancia della balena capace di contenere una città di diecimila abitanti, o dell’esercito del sole costituito da sessanta milioni di unità.

All’esagerazione iperbolica viene accostata un’altra tecnica espressiva, che è l’opposto dell’esagerazione, ovvero la precisazione e la descrizione minuziosa dei dati evidentemente esagerati. Questo accostamento crea un contrasto che mette in risalto l’aspetto grottesco della narrazione. Un altro espediente utilizzato da Luciano è quello di rievocare i personaggi e le divinità del passato riproponendoli in una dimensione più umana (per esempio quando Calipso dopo la lettura della lettera di Ulisse chiede se Penelope fosse realmente così tanto bella come lui diceva, o quando Tersite fa causa a Omero per diffamazione).[12]

Giudizi critici[modifica]

Renzo Nuti scrive in Il romanzo classico[13]:

"Anche nella monografia Come si debba scrivere la storia Luciano entra in polemica, con tanto buon senso, cogli storici del suo tempo, che si atteggiavano a tanti Erodoto, Tuclidide o Senofonte. Ma quella che, nell'opera testé citata, è polemica condotta con serietà, nella Storia vera è caricatura, è parodia che supera i limiti della storiografia contemporanea per risalire fino a Erodoto, esce dal campo della storiografia per estendersi a quello della filosofia, abbandona i generi letterari tradizionali per investire il nuovo genere del romanzo."

Altri autori, come Emile Chambry, osservano come la Storia vera sia[14] "una parodia dei racconti favolosi di Ulisse alla corte di Alcinoo, e di altri racconti dello stesso genere.".

In generale, l'opera attesta l'ingegno e la creatività di Luciano; Giuseppe Lojacono scrive in proposito[15]: "Ma espressione creativa esso pure di un ingegno originale, di uno spirito bizzarmente intuitivo, rappresenta il finale motivo classico della letteratura greca nel suo tramonto.".

Influenze culturali[modifica]

La Storia vera si può considerare un precursore del romanzi di fantascienza moderni. Alcune opere dai tratti più o meno simili allo scritto lucianeo sono: i Viaggi di Gulliver di Swift, l' Utopia di T. Moro, l' Ile des plaisirs di Fénelon, L'autre Monde ou les Estats et empires de la Lune et du Soleil di Cryano de Bergerac, le Ventimila leghe sotto i mari di J. Verne, il Gargantua et Pantagruel di Rabelais e anche l' Orlando Furioso e Pinocchio.

Tuttavia difficilmente si troverà una sopravvivenza della Storia vera di Luciano nel folclore medievale o moderno.[16]

Note[modifica]

  1. Nicola Festa, Luciano di Samosata, Enciclopedia italiana, 1934
  2. Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), Storia vera, Milano, Rizzoli, 1990, p. 8.
  3. Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), Storia vera, Milano, Rizzoli, 1990, p. 11.
  4. Taddeo Sinko, Symbolae chronologicae ad scripta Plutarchi et Luciani, "Atti dell'Accademia Polacca", Cracovia, 1947, LXVII, 5, pp. 35-69.
  5. Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), Storia vera, Milano, Rizzoli, 1990, p. 12.
  6. Nicola Festa, Luciano di Samosata, Enciclopedia italiana, 1934
  7. Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), Storia vera, Milano, Rizzoli, 1990, pp. 53-159.
  8. Artiside Colonna, Letteratura greca, Torino, Lattes, 1962, pp. 736-744.
  9. Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), Storia vera, Milano, Rizzoli, 1990, p. 29.
  10. Taddeo Sinko, Symbolae chronologicae ad scripta Plutarchi et Luciani, "Atti dell'Accademia Polacca", Cracovia, 1947, LXVII, 5, pp. 35-69.
  11. Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), Storia vera, Milano, Rizzoli, 1990, pp. 53-57.
  12. Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), Storia vera, Milano, Rizzoli, 1990, pp. 19-27.
  13. Renzo Nuti, Quintino Cataudella (a cura di), Il romanzo classico, p. 270.
  14. Emile Chambry, Lucien, Oeuvres complètes, vol. I, pp. 14.
  15. Giuseppe Lojacono, Il riso di Luciano, Catania, 1932, pp.247.
  16. Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), Storia vera, Milano, Rizzoli, 1990, p. 36.

Bibliografia[modifica]