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= Le vittime = Il numero delle vittime del naufragio della ''Nova Scotia'' rimane incerto.<ref>Va, tra l’altro, considerato che molti superstiti morirono successivamente al salvataggio per le gravissime ferite o per le malattie sopraggiunte.</ref> Per quanto riguarda i prigionieri italiani, la maggior parte delle testimonianze parla di 652 persone, alle quali occorre aggiungere un numero imprecisato di passeggeri.<ref>Si rileva, ad esempio, che in https://it.wikipedia.org/wiki/RMS_Nova_Scotia il nome di Salvatore Brianda (e non Brinda, come talvolta indicato) è riportato erroneamente due volte: una volta tra i prigionieri di guerra e un’altra tra i passeggeri. In realtà, Salvatore Brianda era un prigioniero di guerra, il quale, al momento della caduta di Massaua nelle mani degli Inglesi, era un civile militarizzato, al seguito della Regia Marina Italiana dal 1938 come funzionario amministrativo. I dati citati provengono dalla testimonianza del figlio Giovanni Brianda.</ref> Oltre al capitano Alfred Hender, persero la vita tutti i membri del comando della nave e 96 membri dell’equipaggio, 10 artiglieri navali, 8 militari, 88 soldati sudafricani. Tra i particolari più terribili, va riferito che, secondo le ricostruzioni, più di un quarto delle vittime fu divorato dai pescicani. Un sopravvissuto ricorda: “al calar delle tenebre i pescicani avevano circondato la nostra zattera e ne vedevamo distintamente le pinne. Si udivano in lontananza le urla strazianti di coloro che venivano attaccati”.<ref> Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 113.</ref> Sempre a Zinkwazi, il mare restituì brandelli di corpi straziati di 120 o più vittime, non si sa se tutte italiane perché non identificabili a causa delle mutilazioni provocate dagli squali e dalla permanenza in mare. La località, a circa 70 Km a nord di Durban, è tuttora chiamata dalla popolazione locale Itys Bay ('la baia italiana'). I corpi furono ricomposti pietosamente da volontari coordinati da Denis Hurley, un giovane sacerdote cattolico che svolgeva il suo ministero in quella località.<ref> Valeria Isacchini, ''L'onda gridava forte'', p. 199.</ref> Raccolti dentro contenitori sigillati con targhe numerate e, nei limiti del possibile, nominative, furono deposti in tre fosse comuni nel cimitero militare per i prigionieri di guerra di Hillary, a Durban. Assieme a loro furono sepolti i corpi dei superstiti deceduti successivamente in Sudafrica. I resti di altri sopravvissuti, deceduti e seppelliti in luoghi diversi, nel tempo sono stati riesumati per essere riuniti nella nuova tomba comune di Hillary. Alcuni oggetti, ritrovati con le salme, si trovano presso il museo di Zonderwater, il grande campo di concentramento della città di Durban.<ref> Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', pp. 10-11.</ref> In questo luogo, dove ogni anno vengono commemorati i caduti italiani in Sudafrica durante la Seconda guerra mondiale, viene sempre ricordata la sciagura della ''Nova Scotia'', e in memoria delle vittime è stata innalzata, sulla grossa tomba circolare all’estremità del cimitero, una stele marmorea donata dai superstiti, allora rifugiati in Mozambico, e raffigurante una colonna spezzata che sorge dai flutti. Nel luglio del 2008 i resti delle vittime furono traslati dal cimitero di Hillary, a Pietermaritzburg, sul terreno retrostante la chiesetta votiva dedicata alla Madonna delle Grazie, la cui costruzione ebbe inizio il 2 febbraio del 1943. La chiesa, realizzata con pochi mezzi ma con maestria dai soldati italiani presenti nel campo, al termine delle ostilità fu chiusa e col tempo andò in rovina. Venne nuovamente restaurata nel 1962 e riconsacrata nel 1963. Attualmente, nella chiesetta ogni anno viene ancora celebrata una Messa in italiano, ma il monumento necessita di finanziamenti per la sua manutenzione e gestione ed è possibile che il South African Monument Council decida di metterlo all’asta.<ref>Lorenzo Della Martina, Consigliere CGIE, Comites Durban. Comunicazione Inform - N. 51 - 14 marzo 2003 [http://comunicazioneinform.it/archivio/art/art_03/03n051a2.htm</ref> Nella città di Adi Quala, nel sud dell’Eritrea, sorge una chiesa dedicata a Santa Rita da Cascia, nel cui interno, su lapidi applicate alle pareti, è inciso l’elenco delle vittime dell’affondamento della ''Nova Scotia''. Un uguale elenco si trova inciso su lapidi marmoree apposte sulla facciata del Municipio della città di [[La Maddalena]], nell’omonima isola della [[Sardegna]], a quei tempi sede di Ammiragliato, da cui proveniva il contingente sardo della Regia Marina Italiana destinato a Massaua. Il 28 novembre del 2012, in occasione del settantesimo anniversario della tragedia, a Ostia è stato inaugurato il “Giardino vittime del Nova Scotia”.
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