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==Problematiche ambientali e sociali== L’industria del fast fashion ha rivoluzionato il settore dell’abbigliamento, rendendo la moda più accessibile e immediata. Tuttavia, questo modello di produzione e consumo ha un costo ambientale e sociale estremamente elevato, che si manifesta lungo tutta la filiera, dalla produzione delle materie prime fino allo smaltimento degli indumenti. ===Impatto ambientale: modello insostenibile=== Uno dei principali problemi è il consumo intensivo di risorse naturali. La produzione di tessuti, in particolare il cotone, richiede enormi quantità di acqua. Per realizzare una singola t-shirt in cotone servono circa 2.700 litri d’acqua, mentre per un paio di jeans la cifra può superare i 7.000 litri . Questo è particolarmente critico nei paesi produttori, come l’India e il Pakistan, dove la scarsità idrica è già un problema. Oltre all’acqua, anche il consumo di energia è altissimo. La maggior parte delle fabbriche tessili utilizza combustibili fossili per alimentare macchinari e processi industriali, contribuendo così alle emissioni di gas serra. Il trasporto dei capi finiti, che spesso avviene tramite aerei e navi cargo, aumenta ulteriormente l’impronta di carbonio del settore . Un’altra grave problematica è l’inquinamento idrico e chimico. I processi di tintura e lavorazione dei tessuti utilizzano sostanze chimiche tossiche, molte delle quali vengono scaricate direttamente nei fiumi e nei mari, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove le normative ambientali sono meno rigide. Questo fenomeno ha conseguenze devastanti sugli ecosistemi acquatici e sulla salute delle popolazioni locali. ===Impatto sociale: il costo umano della moda veloce=== Dal punto di vista sociale, il fast fashion è spesso associato a condizioni di lavoro precarie e allo sfruttamento della manodopera nei paesi in via di sviluppo. Per mantenere bassi i costi di produzione, molte aziende si affidano a fornitori situati in paesi dove i salari minimi sono tra i più bassi al mondo e le normative sul lavoro sono poco rispettate . Uno degli esempi più drammatici delle condizioni di lavoro nel settore è stato il crollo del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013, in cui morirono oltre 1.100 lavoratori. Questo incidente ha rivelato le pessime condizioni di sicurezza delle fabbriche tessili e ha spinto l’opinione pubblica a interrogarsi sulle responsabilità dei marchi di fast fashion . Le problematiche sociali non si limitano solo ai salari bassi e alla mancanza di sicurezza. Molti lavoratori sono costretti a turni massacranti, spesso superiori alle 12 ore al giorno, senza diritti sindacali né tutele sanitarie. Il lavoro minorile è ancora una realtà in molte delle fabbriche tessili che riforniscono le grandi catene internazionali . ====Shein: esempio emblematico==== Negli ultimi anni, Shein è diventato il gigante indiscusso del fast fashion online, offrendo una vasta gamma di capi d’abbigliamento a prezzi estremamente competitivi. Il suo modello di business le ha permesso di superare colossi come Zara e H&M in termini di vendite globali. Tuttavia, dietro il suo successo si nascondono numerose criticità legate all’ambiente, ai diritti dei lavoratori e alla concorrenza sleale. Uno degli aspetti più controversi di Shein riguarda il suo impatto ambientale. Il brand opera secondo una logica di iperproduzione e iperconsumo, immettendo sul mercato migliaia di nuovi prodotti ogni giorno e incentivando gli acquisti impulsivi attraverso prezzi stracciati e strategie di marketing mirate. Questo porta a un aumento esponenziale dei rifiuti tessili, aggravando la crisi della moda usa e getta e contribuendo significativamente all’inquinamento globale. Ma le problematiche non si fermano all’ambiente. Le condizioni di lavoro nei centri di produzione sono spesso al centro delle critiche. Diverse inchieste hanno denunciato turni di lavoro massacranti per i dipendenti delle fabbriche fornitrici di Shein, con operai costretti a lavorare fino a 18 ore al giorno senza pause adeguate e con salari estremamente bassi. Inoltre, il brand è stato accusato di trarre vantaggio da scappatoie legali e commerciali, come l’uso di manodopera proveniente dalla regione cinese dello Xinjiang, dove esistono forti sospetti di sfruttamento del lavoro forzato. Senza contare che Shein è stato coinvolto in numerose cause legali per violazione della proprietà intellettuale. Secondo un rapporto del Wall Street Journal del 2022, il marchio ha accumulato più di 50 denunce negli Stati Uniti per aver copiato i design di piccoli brand indipendenti e grandi aziende di moda. Ad esempio, nel 2021, la società madre del marchio Dr. Martens ha intentato una causa contro Shein per aver riprodotto fedelmente il design delle sue celebri calzature.
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