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= I superstiti. Le testimonianze = L’intervento dell’''Albuquerque'' sottrasse alla morte centoottantatré vite umane.<ref>Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque/ Secondo altre fonti, i naufraghi salvati sarebbero stati 181. Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 7.</ref> A Zinkwazi, su una delle spiagge della costa del Natal, approdò, sui resti di una zattera, un altro naufrago, miracolosamente vivo.<ref>Secondo alcune fonti il nome del naufrago era Saverio Fonzetti, sergente maggiore della Regia Marina Italiana https://www.navenovascotia.it/superstiti-italiani/. Secondo Valeria Isacchini, ''L'onda gridava forte'' p. 198, si tratterebbe invece di Saverio Ponzetti.</ref> Oltre al soldato fatto sbarcare ad Aden per essere curato, era scampato al disastro un gruppo di ufficiali italiani, i quali, dopo essere stati imbarcati, erano stati fatti scendere per motivi “diplomatico-militar-burocratici”, non potendosi trovare, a bordo, una collocazione adeguata per loro, che evitasse la promiscuità con gli ufficiali inglesi e africani.<ref> Valeria Isacchini, ''L’onda gridava forte'', Mursia, 2008, p. 104.</ref> L’unica superstite tra le donne presenti sulla ''Nova Scotia'' fu la signora Alda Lorenzino vedova Ignesti, che viaggiava con la figlia Valcheria, di otto anni, risultata dispersa. Alda era rimasta bloccata in Eritrea dopo la morte del marito, Gastone Ignesti. Un ufficiale inglese, il maggiore Robert Taylor, più tardi divenuto il suo secondo marito, temendo per la loro sicurezza, aveva organizzato il trasferimento delle due donne a Durban. Fu la stessa Alda a raccontare che, mentre la nave bruciava e andava a fondo, un ufficiale britannico, dopo averle ordinato di buttarsi in mare appresso a lui, con un braccio aveva afferrato saldamente Valcheria e, nel generoso tentativo di salvarla, era saltato in mare con la bimba ed era riuscito a sistemarla su una scialuppa. Alda aveva cercato con tutte le sue forze di raggiungere la figlioletta, ma aveva perso tempo nella lotta contro la potenza del risucchio creato dall’inabissarsi del piroscafo, che stava trascinando con sé decine di corpi, ed era solo riuscita a seguire con lo sguardo la scialuppa che andava alla deriva, vedendo il puntino rosso della maglia che la bimba quel giorno indossava scomparire lentamente all’orizzonte.<ref>Valeria Isacchini, ''L’onda gridava forte'', p. 159 s.</ref> Nonostante le pressioni del Comando britannico, il comandante Guerreiro De Brito trattenne a bordo i sopravvissuti bisognosi di cure fino al loro trasferimento negli ospedali di quella città neutrale, e consegnò i più sani alle autorità locali, secondo gli ordini dell’''Almirante major general dell’Armada'' portoghese. Mentre i militari inglesi venivano avviati verso il Sudafrica, altri sopravvissuti sudafricani, in quanto soldati sbarcati in un paese neutrale, avrebbero dovuto essere ospitati presso l'''Assistência Pública'' mozambicana. Tuttavia, data la condizione di povertà ed emarginazione nella quale si sarebbero trovati per tutta la durata della guerra, preferirono riparare nel protettorato britannico dello Swaziland, incluso nel Sudafrica. Ciò fu possibile grazie alla collaborazione delle autorità diplomatiche e mediche del posto.<ref> Valeria Isacchini, ''L'onda gridava forte'', pp. 205-207.</ref> I superstiti italiani furono efficacemente sostenuti ed aiutati dal Regio Consolato italiano in Mozambico per ottenere, non senza difficoltà, il rimpatrio. Molti altri, invece, preferirono rimanere in Mozambico, dove trovarono possibilità di integrazione e di lavoro.<ref>L’elenco dei superstiti italiani tratti in salvo a Lourenço Marques dall’''Albuquerque'' è contenuto nel volume ''Gli italiani nel Mozambico portoghese'' (1830-1975), Augusto Massari, L’Harmattan Italia, Torino, 2005 ed è riportato nel sito www.navenovascotia.it ideato da Fiorenzo Zampieri e Antonio Zampieri in memoria del nonno materno Gino Caldiron, scomparso nel naufragio della ''Nova Scotia''.</ref> I due naufraghi italiani accolti a bordo del sottomarino ''U-177'' vi rimasero fino alla fine della missione e furono sbarcati, poi, a Bordeaux, base dei sommergibili atlantici dell’Asse, da dove fecero rientro in Italia. Le numerose testimonianze dei superstiti, raccolte soprattutto dai loro parenti, ma anche da giornalisti e da scrittori,<ref>Il sito creato dai nipoti di Gino Caldiron ha ricevuto contributi e testimonianze. Inoltre, in particolare, si vedano il volume di Tullio Mascellari, ''28 novembre 1942 - una tragedia in mare Il piroscafo inglese Nova Scotia Inchiesta sull’affondamento'', Edizioni Sarasota, 2008 (la nuova edizione reca il titolo ''L’U 177 del KKpt Robert Gysae affonda la nave inglese Nova Scotia''); il volume di Valeria Isacchini, ''L’onda gridava forte'', ed il romanzo di Chiara Carminati, ''Un pinguino a Trieste'', Bompiani, 2021.</ref> raccontano i dettagli raccapriccianti della triste storia della ''Nova Scotia''.
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