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=Analisi dell'opera= ==Periodo storico== Gli studiosi non sono affatto concordi nel collocare la ''Storia vera'' nella cronologia, anche relativa, dello scrittore. Alcuni studiosi, come Artiside Colonna<ref>Artiside Colonna, ''Letteratura greca'', Torino, Lattes, 1962, pp. 736-744.</ref> e Quintino Cataudella<ref>Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990, p. 29.</ref>, attribuiscono l'opera alla tarda età di Luciano, a un periodo che segue la spedizione di Marco Aurelio contro i Parti, ovvero dopo il 180 d.C. In passato, Taddeo Sinko aveva invece collocato la ''Storia vera'' nel periodo giovanile dell'attività di Luciano<ref>Taddeo Sinko, ''Symbolae chronologicae ad scripta Plutarchi et Luciani'', "Atti dell'Accademia Polacca", Cracovia, 1947, LXVII, 5, pp. 35-69.</ref>. Un altro punto discusso riguarda la possibilità che i due libri che compongono l'opera siano stati prodotti in periodi diversi. Questa ipotesi giustificherebbe la maturità di conoscenze e il particolare possesso di strumenti espressivi acquisiti nella stesura del secondo libro. ==Tecniche narrative== La ''Storia vera'' è un’opera narrativa autobiografica suddivisa in due libri. Come dichiara Luciano stesso nel prologo<ref>Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990, pp. 53-57.</ref>, solo una cosa di quell’opera è vera, ovvero il fatto che in essa non ci sia proprio nulla di vero. Dal principio l’autore dichiara il suo intento, cioè quello di procurare nel lettore un momento di tranquillità. Non mancano i riferimenti alle opere affini alla sua nell’inventare cose del tutto fuori dalla realtà, e Luciano offre una parodia di queste opere. La formula artistica della ''Storia vera'', come si nota già nei primi episodi, è nell’esagerazione, ma un’esagerazione che non mira, come accade nell’epica, a sbalordire il lettore, bensì a farlo ridere. Così Luciano scrive di pulci-sagittario grosse quanto dodici elefanti, della pancia della balena capace di contenere una città di diecimila abitanti, o dell’esercito del sole costituito da sessanta milioni di unità. All’esagerazione iperbolica viene accostata un’altra tecnica espressiva, che è l’opposto dell’esagerazione, ovvero la precisazione e la descrizione minuziosa dei dati evidentemente esagerati. Questo accostamento crea un contrasto che mette in risalto l’aspetto grottesco della narrazione. Un altro espediente utilizzato da Luciano è quello di rievocare i personaggi e le divinità del passato riproponendoli in una dimensione più umana (per esempio quando Calipso dopo la lettura della lettera di Ulisse chiede se Penelope fosse realmente così tanto bella come lui diceva, o quando Tersite fa causa a Omero per diffamazione).<ref>Luciano di Samosata e Quintino Cataudella (a cura di), ''Storia vera'', Milano, Rizzoli, 1990, pp. 19-27.</ref> ==Giudizi critici== Renzo Nuti scrive in ''Il romanzo classico''<ref>Renzo Nuti, Quintino Cataudella (a cura di), ''Il romanzo classico'', p. 270.</ref>: "Anche nella monografia ''Come si debba scrivere la storia'' Luciano entra in polemica, con tanto buon senso, cogli storici del suo tempo, che si atteggiavano a tanti Erodoto, Tuclidide o Senofonte. Ma quella che, nell'opera testé citata, è polemica condotta con serietà, nella ''Storia vera'' è caricatura, è parodia che supera i limiti della storiografia contemporanea per risalire fino a Erodoto, esce dal campo della storiografia per estendersi a quello della filosofia, abbandona i generi letterari tradizionali per investire il nuovo genere del romanzo." Altri autori, come Emile Chambry, osservano come la ''Storia vera'' sia<ref>Emile Chambry, ''Lucien'', Oeuvres complètes, vol. I, pp. 14.</ref> "una parodia dei racconti favolosi di Ulisse alla corte di Alcinoo, e di altri racconti dello stesso genere.". In generale, l'opera attesta l'ingegno e la creatività di Luciano; Giuseppe Lojacono scrive in proposito<ref>Giuseppe Lojacono, ''Il riso di Luciano'', Catania, 1932, pp.247.</ref>: "Ma espressione creativa esso pure di un ingegno originale, di uno spirito bizzarmente intuitivo, rappresenta il finale motivo classico della letteratura greca nel suo tramonto.".
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