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==Fascismo== Con la conclusione della Prima guerra mondiale, l’Italia non ottenne tutti i territori che le erano stati promessi con il Patto di Londra. In particolare, la questione di Fiume emerse già durante la Conferenza di pace, quando il governo italiano ne richiese l’annessione. Tale richiesta fu respinta dagli Alleati, soprattutto dal presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson, suscitando un diffuso malcontento nell’opinione pubblica italiana e favorendo iniziative nazionaliste, tra cui l’occupazione della città guidata da Gabriele D’Annunzio.<ref>Spinosa, ''Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re'', p. 199</ref> Il dopoguerra, quindi, si presentò come una fase di forte instabilità politica e sociale. Il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti non riuscì a risolvere la crisi legata alla questione di Fiume, che fu affrontata e conclusa solo nel 1920 dal governo Giolitti. Allo stesso tempo, il paese fu attraversato da violenti conflitti tra le diverse forze politiche e sociali, culminati nel cosiddetto ''biennio rosso'' (1919–1920). In questo clima di tensione si rafforzarono movimenti nazionalisti e antidemocratici, tra cui i Fasci di combattimento guidati da Benito Mussolini.<ref>Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in ''Dizionario Biografico degli Italiani'', Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/)</ref> Fin dall’inizio, Vittorio Emanuele non mostrò particolare simpatia per Mussolini, che considerava rozzo e arrogante, con un carattere molto distante dal proprio. Nei giorni precedenti la marcia su Roma, il sovrano si trovava nella tenuta di San Rossore, presso Pisa, e appariva in parte estraneo agli sviluppi della crisi politica. Fu il presidente del Consiglio Luigi Facta ad avvertirlo della possibilità di un’azione fascista; il 27 ottobre 1922 il re rientrò a Roma con l’intenzione dichiarata di difendere la capitale. All’interno della classe politica non era tuttavia chiaro se il sovrano fosse realmente disposto a proclamare lo stato d’assedio. Il suo atteggiamento apparve incerto e il rifiuto di firmare il decreto colse di sorpresa Facta e i ministri. Le ragioni di tale decisione furono probabilmente molteplici: il timore che l’esercito non fosse in grado di reagire efficacemente, la paura di una guerra civile e l’assenza di alternative politiche credibili a Mussolini per la formazione di un nuovo governo.<ref>Spinosa, ''Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re'', pp. 229, 237-252</ref> Dopo un primo tentativo fallito di affidare l’incarico ad Antonio Salandra, il 30 ottobre 1922 Vittorio Emanuele convocò Mussolini e gli conferì l’incarico di formare il nuovo governo. Nel 1924, l’approvazione della legge elettorale maggioritaria Acerbo garantì ai fascisti una larga maggioranza parlamentare.<ref>Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in ''Dizionario Biografico degli Italiani'', Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/)</ref> Dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, giunsero al sovrano numerose segnalazioni sulle violenze e sugli abusi del regime, tuttavia il re mantenne un atteggiamento di sostanziale inattività, affermando che sarebbe intervenuto solo in presenza di una crisi parlamentare. In questo contesto dichiarò: «Io sono cieco e sordo. I miei occhi e i miei orecchi sono la Camera e il Senato»<ref>Spinosa, ''Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re'', p. 263</ref> A partire dalla metà degli anni Venti, il sovrano assunse un comportamento sempre più remissivo nei confronti del regime fascista. Accettò le ''leggi fascistissime'' del 1925–1926, non si oppose alla progressiva trasformazione autoritaria dello Stato e sostenne, seppur senza particolare convinzione, la politica estera aggressiva del regime. Accettò i titoli di imperatore d’Etiopia e di re d’Albania, acconsentì alla partecipazione italiana alla guerra civile spagnola e non contrastò l’emanazione delle leggi razziali del 1938 contro gli ebrei. Questo periodo rappresentò la fase di massima espressione della cosiddetta ''diarchia'' tra monarchia e fascismo, ma segnò al contempo l’inizio del suo progressivo logoramento: Mussolini guardò con sempre più interesse al modello di potere assoluto incarnato da Adolf Hitler, mentre Vittorio Emanuele manifestò una crescente insofferenza nei confronti del Führer e del nazionalsocialismo. Tale atteggiamento emerse in modo evidente durante la visita di Hitler in Italia nel 1938, contribuendo ad acuire le tensioni tra il sovrano e il capo del governo.<ref>Paolo Colombo, «Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia», in ''Dizionario Biografico degli Italiani'', Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-emanuele-iii-di-savoia-re-d-italia_(Dizionario-Biografico)/)</ref> Parallelamente, Mussolini maturò una sempre maggiore insofferenza nei confronti della monarchia e della dinastia sabauda, percepite come un limite alla piena affermazione del proprio potere politico.<ref>Spinosa, ''Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re'', p. 332</ref> Il 22 maggio 1939 i ministri degli Esteri italiano e tedesco firmarono il Patto d’acciaio, accordo che sanciva l’impegno reciproco a sostenersi militarmente in caso di guerra. Nonostante la consapevolezza dell’impreparazione italiana ad affrontare un conflitto di vasta portata, i tentativi italiani di persuadere Hitler a rinviare l’occupazione della Polonia si rivelarono infruttuosi.
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