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= Soccorsi = == Il ruolo dell'''U-Boot 177'' == Poco dopo, il comandante Gysae diede l’ordine di emergere e, stando alle sue dichiarazioni, dalla moltitudine di cadaveri, orrendamente mutilati e ustionati, di naufraghi che si dibattevano tra i flutti oleosi di nafta, o che erano ammassati sulle zattere, o aggrappati ai più disparati relitti, si rese conto con stupore di non aver colpito un mercantile, ma una nave passeggeri. Lo stupore divenne sgomento quando dai naufraghi si levò il grido “Italia! Italia!”, mentre qualcuno di loro tentava di intonare “La donna è mobile..” e qualcun altro urlava parole in tedesco. Dal sottomarino vennero lanciate delle gomene e furono tratti in salvo due naufraghi.<ref>Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'' p. 19. Secondo le fonti furono due i naufraghi tratti in salvo dall’''U-177''. Si tratterebbe degli italiani Gennaro Palomba e Filippo Matarrese . Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 228.</ref> L’ufficiale tedesco ebbe così la conferma che la nave trasportava prevalentemente alleati italiani e perfino soldati tedeschi. Secondo l’opinione di un sopravvissuto, da quel momento il comportamento del capitano fu “più dell’uomo che del soldato”.<ref>Zampieri, ''L’affondamento del “Nova Scotia”'', p. 75. L'affermazione era del sopravvissuto romagnolo Oliviero Freschi, il quale, per tanto tempo cercò di mettersi in contatto con il capitano Gysae, nel frattempo divenuto ammiraglio, e lo rintracciò dopo 20 anni; ne divenne amico e nel 1967 lo ospitò nel suo albergo a Milano Marittima: Cesare Alfieri, dal Mai Taclì N. 4-1990 ''Il naufrago e l'ammiraglio''.</ref> Contravvenendo all'ordine “Triton Null”, detto anche “ordine ''Laconia''”, che vietava i soccorsi<ref>Si trattava dell’ordine emesso dal comandante Dönitz in seguito alla vicenda della nave inglese ''Laconia'', unità adibita al trasporto truppe silurata nell’Oceano Atlantico dall’ U-Boot tedesco 156. Altri due sommergibili tedeschi ed uno italiano conversero nel luogo del disastro per trarre in salvo i superstiti - anche in quel caso vi erano molti italiani - ma vennero bombardati dall'aviazione statunitense nonostante i numerosi messaggi, inviati per segnalare il salvataggio, e la presenza della croce rossa sul ponte. In seguito a questo incidente il vertice della Marina tedesca ordinò ai comandanti di U-Boot di "non prestare soccorso ai naufraghi delle navi affondate", per non rischiare di perdere unità di guerra, sebbene tale comportamento costituisse una violazione dell'art. 22 sugli Accordi Navali di Londra del 1935 e 1936. Tale ordine fu, infatti, uno dei capi d’accusa contro Karl Dönitz nel processo di Norimberga. ''Affondamento del Laconia'' [https://it.wikipedia.org/wiki/Affondamento_del_Laconia</ref>, Gysae cercò di mettersi in contatto con Berlino, riuscendoci solo nel pomeriggio, e trasmise al comandante delle forze sottomarine tedesche [[Karl Dönitz]] un messaggio nel quale annunciava l'affondamento dell'incrociatore ausiliario ''Nova Scotia'' con oltre 1.000 internati italiani provenienti da Massaua. Dichiarava di aver preso a bordo due sopravvissuti, mentre altri 400 circa si trovavano su barche o zattere trasportate via dal vento. Nella sua risposta Dönitz ordinò di continuare ad operare, senza ulteriori tentativi di salvataggio in quanto la guerra veniva prima di tutto.<ref>ubootwaffe.net Kriegsmarine and U-Boat history [https://web.archive.org/web/20051031172211/http:/www.ubootwaffe.net/ops/ships.cgi?boat=177;nr=5 </ref> Intanto, l’''U-Boot 177'' aveva lanciato un SOS diretto a tutte le marine neutrali.<ref>RMS Nova Scotia [https://it.wikipedia.org/wiki/RMS_Nova_Scotia</ref> Nel frattempo, da Berlino fu trasmesso un SOS cifrato all’Ambasciata tedesca a Madrid e, da questa, all’Ambasciata tedesca a Lisbona. Quest'ultima, a sua volta, informò il neutrale Governo portoghese, affinché richiedesse soccorso dal porto di Lourenço Marques (oggi [[Maputo]]), capitale del Mozambico, colonia portoghese in Africa orientale, che risultava il più vicino al luogo della tragedia. Nel primo mattino del 29 novembre, il comandante Gysae fu raggiunto da un messaggio proveniente dal BdU, il Comando Sommergibili, con il quale veniva comunicata la partenza dei soccorsi. Gysae, con soddisfazione, ne informò immediatamente l’equipaggio.<ref>Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque</ref> Ciononostante, l’errore del comandante Gysae era successivo, e di soli due mesi, all’analogo errore commesso dal suo collega, capitano di corvetta [[Werner Hartenstein]], ai danni del mercantile britannico ''[[Laconia]]'', al largo delle coste dell’Africa Occidentale, nei pressi dell’isola dell’Ascensione.<ref>''Affondamento del Laconia'' [https://it.wikipedia.org/wiki/Affondamento_del_Laconia</ref> Ed è stato ipotizzato che il capitano Gysae sia andato determinatamente a caccia della ''Nova Scotia'', ritenendola carica di soldati nemici sulla base di informazioni errate ricevute dal servizio di spionaggio filonazista in Sudafrica.<ref>Valeria Isacchini, ''L’onda gridava forte'', p. 204.</ref> == L'incrociatore ''Afonso de Albuquerque'' == L’ordine di salpare per portare soccorso raggiunse l’''Afonso de Albuquerque'', un ''aviso'' di I classe<ref> “come venivano chiamate fin dal XIX secolo le navi portoghesi da guerra destinate ad essere utilizzate per controllo e pattugliamento nelle colonie. Gli avisos coloniali, trovandosi a dover operare spesso isolati, in territori lontani dalla madrepatria, pur somigliando a cacciatorpediniere per tonnellaggio, avevano una maggiore autonomia. Inoltre, essendo destinati ad operare prevalentemente in climi tropicali, avevano particolari condizioni di climatizzazione e possibilità di refrigerare gli alimenti” Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque/</ref>, cioè un incrociatore leggero, ben armato, capace di raggiungere la velocità di 21 nodi, adibito anche a nave-scuola. L’''Albuquerque'', partito da Lisbona il 2 ottobre, era arrivato in Mozambico il 27 novembre ed era ormeggiato nel porto di Lourenço Marques. Giacché in quel porto era prevista una sosta breve, si procedette velocemente ai rifornimenti, circostanza che si rivelò poi provvidenziale. Mentre le stive venivano riempite, il capitano, gli ufficiali e parte dei marinai si erano recati in città. Il capitano [[Josè Augusto Guerreiro De Brito]], ricevuto il messaggio, interruppe la sua cena e, tornato precipitosamente a bordo tentò, senza riuscirci, di radunare tutto l’equipaggio. Diede ordine di salpare alle 2:30 del mattino del 29 novembre. Secondo le indicazioni ricevute da Berlino, al salvataggio avrebbe dovuto partecipare, come nave appoggio, un altro ''aviso'', il ''Gonçalves Zarco'', che era ancorato allo stesso molo dell’''Albuquerque''. A causa delle cattive condizioni del mare, il comandante De Brito non poté mantenere i contatti radio con lo ''Zarco'', che non fu in grado di raggiungere la zona dove operava l’''Albuquerque'', ma che riuscì comunque a recuperare qualche disperso.<ref>Associazione culturale Betasom [https://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/31872-afonso-de-albuquerque/</ref> Esperto di correnti marine, il comandante prevedeva di non trovare alcunché alle coordinate indicate, così tracciò una rotta ideale, parallela alla costa, che, partendo dal luogo del naufragio, procedeva verso sud-ovest. Iniziò poi su quella rotta un andirivieni di perlustrazione a serpentina. Il capitano fornì la posizione anche ad una nave da guerra britannica, che proseguì la sua rotta senza contribuire alle operazioni di soccorso della nave connazionale.<ref> ''Nova Scotia'' [https://www.navenovascotia.it/</ref> Alle 13:12 del 30 novembre vi furono i primi avvistamenti. Erano passate circa 60 ore dal naufragio: in quel periodo i naufraghi erano stati esposti alle ondate, al freddo, alla sete, alle ferite tormentose e alle bruciature da nafta, ma anche agli squali “pinna bianca” che infestano quelle acque. A questi si aggiungevano, nel ricordo dei sopravvissuti, i pesciolini voraci che si attaccavano a tutto il corpo e le meduse. Verosimilmente, fu proprio la presenza dei feroci predatori ad indurre il capitano Guerreiro De Brito a dare la precedenza al salvataggio dei naufraghi sparsi, i più esposti agli attacchi ed anche all’annegamento. Ma furono poi recuperate anche molte zattere stracariche, su una delle quali era stata issata una bandiera di fortuna, azzurra, che ne aveva rappresentato la salvezza perché ne aveva consentito l’avvistamento. [[File:Naufraghi|riquadrato|centro|alt=Immagine di naufraghi su una zattera|Immagine di naufraghi su una zattera]] Dopo ore di salvataggi, mentre le condizioni del mare divenivano sempre più avverse, il capitano si trovò di fronte a una nuova scelta: fare rientro a Lourenço Marques, nel tentativo di salvare i superstiti (molti dei quali, orrendamente mutilati, tra la vita e la morte) per farli ricoverare in ospedale, o continuare a pattugliare la zona nella speranza di trovare altri naufraghi vivi. Alle 16:15 del 30 novembre il comandante diede ordine di fare rientro in porto. Mentre l’''Albuquerque'' faceva rotta verso Lourenço Marques, che era territorio neutrale, un cacciatorpediniere inglese accostò a sinistra, e intimò all’incrociatore portoghese di fare rotta verso Durban. Il comandante Guerreiro De Brito, forte delle regole del diritto internazionale marittimo, respinse l’ordine con determinazione e, continuando a navigare, sistemò tutti gli uomini ai posti di combattimento, inducendo la nave britannica a desistere. L’''Albuquerque'' raggiunse il porto alle dieci di mattina del 1° dicembre 1942. Intanto, la piccola equipe sanitaria aveva operato freneticamente, come d’altra parte l’intero equipaggio, fino allo stremo delle forze.
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