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=== ''La banalità del male'' === ''La banalità del male'' nasce dall’osservazione e dalla partecipazione di Hannah Arendt al processo di Eichmann, un alto ufficiale nazista responsabile dell’organizzazione dei "trasporti speciali" degli ebrei verso i campi di sterminio. Durante il processo, Eichmann afferma di non aver ucciso nessuno e di aver semplicemente seguito con scrupolo gli ordini dei suoi superiori, come era tenuto a fare. Inoltre, sostiene di aver agito in conformità con i principi della morale kantiana, che enfatizza il dovere come valore in sé. La Arendt nella sua accurata cronaca del processo nella rivista americana ''New Yorker'' invita a guardare come si muove e parla Eichmann, che si presenta come un uomo dismesso, grigio, un burocrate senza particolari pregi o difetti: non sembra un demone che si dedica al male o che vende l’anima al diavolo, ma è semplicemente un ingranaggio della macchina. Così introduce l’idea di banalità del male, ribaltando quell’idea diffusa di male radicale; fino a quel momento i nazisti erano stati considerati come incarnazione di questo stesso male radicale, in quanto trionfo della morte e della violenza. Però, al centro dei totalitarismi e della loro brutalità non basta questo stesso male radicale, ma devono esserci tante persone come Eichmann che svolgono soltanto i loro doveri e, come lui stesso ha più volte ribadito, obbediscono agli ordini. Il gerarca nazista non si è mai chiesto se quello che stesse facendo potesse avere delle conseguenze oppure un senso: si è semplicemente abbandonato alla sua vita grigia e quotidiana conformandosi all’idea generale. Eichmann e le persone come lui, che d’altro canto costituiscono la maggioranza, sono espressione della società di massa su cui può essere costruito un regime totalitario.<ref>[https://thevision.com/cultura/hannah-arendt-banalita-male/ Thomas White, Cosa intendeva veramente Hannah Arendt con “Banalità del male”, «The vision», 2019, <https://thevision.com/cultura/hannah-arendt-banalita-male/>]</ref> Il male banale è più pericoloso del male radicale che può essere proprio di un solo individuo; il male banale non richiede una scelta, ma solo obbedienza. La banalità consiste proprio nella “mancanza di volontà di immaginarsi davvero nei panni degli altri” <ref> Hannah Arendt, ''La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme'', Feltrinelli, 2019 </ref>, cioè delle vittime. Inoltre, il concetto di banalità, rifiutando qualsiasi forma di grandezza alle azioni naziste e impedendo così ogni tentativo di conferire loro una distorta trasfigurazione, mette in luce la loro violenza crudele e priva di senso. Dunque, nelle democrazie si deve coltivare non solo lo spirito partecipativo, ma anche quello critico, che deve stimolare alla disobbedienza per evitare regimi totalitari; il rimedio al servilismo è sempre nella vita e nella cittadinanza attiva. ''La banalità del male'', nonostante il suo successo, suscita anche diverse opposizioni e determina la rottura di molte relazioni personali, ma anche un ulteriore allontanamento dell'autrice dalla politica nazionalistica dello Stato di Israele. La stessa comunità ebraica non ha accettato il termine “banalità”, ritenendo che un fatto come la Shoah non potesse essere considerato banale. In risposta a ciò la filosofa-politica muove due obiezioni al processo: il fatto che secondo lei Eichmann ha commesso dei crimini contro l’umanità e non esclusivamente contro il popolo ebraico e non riconosce allo Stato di Israele il diritto di processarlo, soprattutto in quelle modalità; inoltre lei accusa il comportamento dei consigli ebraici, affermando che hanno tentato di collaborare con i nazisti per ridurre al minimo gli effetti della discriminazione. Secondo la Arendt, invece, si sarebbero dovuti opporre alla deportazione. <ref> Salvatore Veca, Battista Picinali, Duilio Biagio Giacomo Catalano e altri, ''Il pensiero e la meraviglia'' Vol. 3B, Zanichelli, 2020 </ref> Quanto al richiamo di Eichmann alla morale kantiana, già ne ''La banalità del male'' la Arendt scrive: “L’affermazione era veramente enorme, e anche incomprensibile, poiché l’etica di Kant si fonda soprattutto sulla facoltà di giudizio dell’uomo, facoltà che esclude la cieca obbedienza”. <ref> Hannah Arendt, ''La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme'', Feltrinelli, 2019.</ref> Eichmann distorce l’imperativo kantiano che comanda di agire secondo una legge universale. Egli, infatti, fa coincidere erroneamente la legge universale con quella del legislatore del proprio paese. Giustificarsi dicendo di aver agito per obbedienza, come hanno fatto molti imputati nazisti durante i processi del dopoguerra, maschera la decisione, sia individuale che collettiva, di non opporsi e di accettare i vantaggi offerti dal regime in cambio della sottomissione al nazismo e della partecipazione allo sterminio.
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