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==Strutturalismo== Lo strutturalismo è un movimento psicologico nato secondo alcuni storiografi con il laboratorio di Wundt a Lipsia; secondo altre fonti, questa corrente è da ricondursi all'operato di un allievo di Wundt in particolare, Edward Bradford Titchener (1867-1927)<ref name="[3]">Gerrig et al., ''Psicologia generale'', p. 9. </ref>, e prende in questo caso il nome di «esistenzialismo titcheneriano» o «introspezionismo», pur conservando per gli storiografi sempre il nome di «strutturalismo». Molti ricercatori erano infatti stati attratti dall'idea di una psicologia sperimentale e indipendente, approdando così al laboratorio di Lipsia. Tra loro, diversi erano americani o avrebbero successivamente lavorato in America. Per l'appunto Titchener, inglese, giunse nel 1892 negli Stati Uniti. Titchener tradusse l'opera di Wundt in inglese in maniera volutamente selettiva, nascondendone l'eclettismo e le componenti non sperimentali<ref name="[4]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 59-63. </ref>. Successivamente, Titchener giunse a un sistema psicologico personale, chiamato per l'appunto «strutturalismo». Questo termine comparve per la prima volta in un articolo di Titchener nel 1898<ref name="[5]">Gerrig et al., ''Psicologia generale'', p. 9. </ref>. Secondo lo strutturalismo, la psicologia ha come oggetto di studio l'esperienza mediata (concetto già espresso da Wundt), ovvero l'esperienza in quanto condizionata dal soggetto esperiente: un'ora, per il soggetto esperiente, può essere più breve di cinquanta minuti. La mente per gli strutturalisti è l'insieme di tutti i processi mentali nella vita dell'individuo, mentre la coscienza è la mente nel qui e ora. Per Titchener, l'Io o il Sé non sono oggetto di studio della psicologia scientifica, in quanto non sottoponibili all'indagine sperimentale. Lo psicologo strutturalista era interessato soprattutto allo studio delle percezioni, delle idee, delle emozioni e dei sentimenti nei loro elementi costitutivi: in particolare, "sensazioni", ovvero stati di coscienza concomitanti alla stimolazione di organi sensoriali periferici; "immagini mentali", ossia ricordi e anticipazioni del futuro; "stati affettivi", cioè elementi costitutivi di emozioni e sentimenti. Il metodo con cui venivano indagati questi costrutti era l'introspezione, ovvero l'osservazione empirica. Il comportamento rivestiva importanza nella psicologia strutturalista solo nella misura in cui poteva essere interpretato alla luce dell'introspezione. L'introspezione era praticata in maniera analitica e rigorosa, scomponendo ogni dato cosciente nei suoi elementi più semplici, ossia in quegli elementi che l'introspettore, ovvero l'osservatore di sé stesso, non riusciva a scomporre ulteriormente malgrado un'ostinata analisi dei propri processi mentali. Questa prassi prende il nome di «criterio elementistico» e doveva salvaguardarsi dall'«errore dello stimolo». Il cosiddetto «errore dello stimolo» costituiva l'attribuzione di significati o valori ai dati analizzati, che dovevano invece essere semplicemente riportati nella loro esistenzialità (da cui l'espressione «esistenzialismo titcheneriano»). Un esempio che può aiutare a rendere chiaro quanto studiato dagli strutturalisti e il loro metodo è il seguente: di fronte a un tavolo, un individuo sarebbe spesso portato a riportare, di fronte a un esperimento strutturalista, che "vede un tavolo". Lo psicologo introspezionista avrebbe riferito, invece: "Vedo un colore grigio, una luminosità di media intensità...". Gli sperimentatori introspezionisti erano dunque portati a descrivere solo gli stimoli nella loro componente elementistica, in virtù di un lungo addestramento preliminare. Titchener continuò a lavorare alla Cornell University come direttore del laboratorio di psicologia sperimentale. Con la sua morte, avvenuta nel 1927, lo strutturalismo smise fondamentalmente di esistere; i suoi allievi, tra cui Edwin G. Boring, padre della moderna storiografia psicologica, continuarono a lavorare negli Stati Uniti, ma senza avere un'influenza profonda sulla psicologia degli anni Trenta<ref name="[6]">Legrenzi, ''Storia della psicologia'', pp. 59-63. </ref>.
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